“L’oro della Turchia – Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale” a cura di Giovanna Loccatelli, edito da Rosenberg & Sellier, analizza la società soprattutto nelle grandi città e prova rispondere alla domanda: fino a quando durerà l’oro della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan?


 

Istanbul, la città sul Bosforo, ha un fascino particolare. La sua città vecchia riflette le influenze culturali dei numerosi imperi che qui hanno governato e del crogiolo di popoli che l’hanno abitata.
Oggi Istanbul non è più la capitale amministrativa della Turchia, ma è senza dubbio il centro politico e culturale del paese. Ed è proprio qui che, nel 1994, divenne sindaco l’uomo che ha cambiato le sorti della recente storia turca: Recep Tayyip Erdoğan.
Ed è sempre qui che si sono verificate le prime proteste (Gezi Park 2013) e la prima cocente sconfitta (amministrative 2019).
Istanbul produce un terzo del Pil di tutta la Turchia, e qui vi abita il 20% dei turchi e la città è un piccolo laboratorio dell’intero Paese. E come afferma l’autrice «Istanbul è la capitale economica e il suo biglietto da visita nel mondo». Erdoğan nel 2014 è diventato il 12° Presidente della Turchia.

Giovanna Loccatelli è una giornalista freelance e scrittrice. Negli ultimi dieci anni ha vissuto prima in Egitto e poi in Turchia.

Se la politica estera di Erdoğan si poggia su tre pilastri: ottomanesimo, panturchismo[1] e turanismo[2], quella interna ha avuto come obiettivo la costruzione di una yeni Türkiye, (“nuova Turchia”). Erdoğan ha avuto la capacità di compiere una vera e propria rivoluzione culturale (anche) mediante una trasformazione degli spazi sociali e fisici del Paese. Un intreccio tra business edilizio e politica che ha portato molti vantaggi all’Akp.
Una trasformazione urbana visibile ad occhio nudo. E l’annuncio dell’ultimo “folle progetto”, la costruzione del Kanal Istanbul accentuerebbe ancora di più questa trasformazione. Ma non mancano le critiche.
L’ultimo libro di Giovanna Loccatelli[3] – L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del Paese e il suo tessuto sociale edito da Rosenberg&Sellier – ricostruisce e illustra al lettore un vivido e illuminante spaccato della Istanbul odierna.

“L’oro della Turchia”

Il business dell’edilizia, di cui la Toki (ovvero l’ente amministrativo per le abitazioni e la pianificazione) è stata ed è il principale strumento, è uno dei vari mezzi tramite cui l’attuale Presidente è riuscito ad assicurarsi e consolidare ampi consensi nel Paese. In che modo ciò è avvenuto?

La crescita economica e la stabilità politica nei primi anni del Duemila garantirono all’Akp la possibilità di agire con molta libertà, senza dover giustificare troppo le decisioni prese. Il partito attribuiva la massima importanza alle riforme sociali ed economiche. Il settore dell’edilizia e delle costruzioni fu il mezzo che il governo utilizzò per accalappiarsi il consenso e l’egemonia e mantenerli nel tempo. Il settore dell’edilizia, in particolare, era considerato non solo il più sicuro per garantire una stabile occupazione lavorativa, ma anche quello più strategico a fini politici. Assicurava infatti un visibile sviluppo economico della città e, dunque, uno specchietto per le allodole per potenziali investitori stranieri pronti a investire in una metropoli moderna e al passo con i tempi. Senza dubbio la ricetta vincente, in ambito nazionale, fu quella di coniugare abilmente il mondo imprenditoriale con quello islamico.

Le linee d’opposizione cominciarono a unirsi contro la mercificazione neoliberista dello spazio urbano e dell’ambiente solo dopo Gezi Park. Sulla scia delle proteste del 2013, iniziò a trapelare una visione più ampia e completa della mercificazione dello spazio e della politica economica volute dall’Akp. Emerse una rete, ampia e articolata, delle imprese favorite da Recep Tayyip Erdoğan nel campo dell’edilizia. La gentrificazione urbana, i mega progetti realizzati e la distruzione ambientale diventarono temi dibattuti in ambiti diversi, non più di nicchia.

Le proteste di Gezi Park furono il prodotto della completa urbanizzazione della politica voluta dal governo Erdoğan. Le proteste di Gezi Park del 2013 furono la prima manifestazione contro Erdoğan. In quell’occasione ambienti completamente diversi si unirono per difendere il parco dall’abbattimento. Che significato possiamo attribuire alla vittoria della piazza (almeno in quell’occasione)?

Nel giugno del 2013, la protesta (e l’accampamento) ha unito persone provenienti da svariati contesti: socialisti rivoluzionari, kemalisti nazionalisti, attivisti curdi, attivisti Lgbt, ambientalisti, femministe e anche musulmani anticapitalisti.

Piazza Taksim ha funzionato come un luogo di incontro per attori diversi con diversi ordini del giorno, le cui attività politiche nello spazio pubblico hanno prodotto una vita comunitaria, seppur per un brevissimo periodo di tempo. Allo stesso tempo, la piazza ha agito come un “vuoto”, uno spazio vuoto da riempire con le istanze dei cittadini.

Quando un numero esiguo di manifestanti sono arrivati a Gezi Park per prevenire la distruzione degli alberi, questo sembrava un caso di scarsa importanza e destinato a finire in breve tempo. Invece, con l’evacuazione brutale del parco, quello che è rimasto è stato uno spazio pubblico riempito con la violenza della polizia. L’azione violenta innescata dagli uomini in divisa ha fatto rinascere e vibrare tutte le lotte passate e presenti di tutte le categorie oppresse del paese. La difesa del parco era una causa semplice, schietta e sentita che ha dato a tutti loro la possibilità di sollevare le proprie questioni fianco a fianco. Tutte le diverse battaglie portate nello spazio pubblico avevano come comune denominatore la richiesta di democratizzazione del processo di rinnovamento urbano: si condannava apertamente l’approccio del governo islamico-conservatore, basato sulla velocità d’esecuzione e sulla mancanza di partecipazione da parte dei cittadini nel cambiamento dello spazio urbano.

Le gated communities forse più di ogni altra cosa rappresentano la separazione sociale tra ricchi e poveri, e il conseguente disgregamento del tessuto sociale. Lei ci vede una strategia politica ben precisa, o è solo una conseguenza naturale dovuta all’aumento del numero di cittadini?

Le gated communities, fin da subito, hanno ospitato i turchi ricchi e sono nate verso la metà degli anni Ottanta: un periodo che segna la prima ondata di spostamenti verso i sobborghi urbani in cerca di un ambiente più pulito e sano in cui vivere. Il numero si è moltiplicato alla fine degli anni Novanta come conseguenza di una forte promozione come spazi adeguati per uno stile di vita agiata. Negli anni Duemila il numero è ulteriormente aumentato e la struttura è variata, sempre più moderna e avveniristica. Istanbul è disseminata oggi da nuovi agglomerati residenziali. Basta risalire il Bosforo per scorgere, sia nella parte asiatica che in quella europea, queste isole architettoniche del benessere.

I complessi residenziali chiusi sono stati presentati agli abitanti di Istanbul come luoghi associati a stili di vita nuovi e sani per le classi più agiate. Attualmente sono molto richiesti perché indicatori di una classe sociale benestante. All’ombra del nuovo skyline cittadino, sono progressivamente emersi nuovi spazi di povertà e ricchezza. Işık e Pınarcıoğlu, due studiosi turchi, parlano di questa situazione come di una transizione da una «città dolcemente segregata» a un «urbanismo ansioso ed esclusivista». L’isolamento diventa il segno di una nuova urbanità, di un nuovo modo di vivere. Per i residenti delle gated communities, il comune locale e i servizi forniti da esso diventano irrilevanti perché all’interno dei compound sono esclusivamente le società private a occuparsi della gestione e della sicurezza.

Nel suo libro fa riferimento ai “Turchi bianchi”. Chi sono i Beyaz Türkler?

 I turchi bianchi sono una categoria sociale estremamente importante per le sorti del paese, anche se numericamente molto esigua. Sono chiamati “bianchi” per la loro appartenenza a una certa classe sociale, più che politica. Finanzieri, cosmopoliti, amanti del benessere e della bella vita: così vengono riconosciuti dalla maggior parte dei cittadini.

Lo stesso Erdoğan più di una volta nei suoi comizi la nomina per prenderne le distanze. Ma è proprio lui ad averla alimentata negli ultimi anni. Ed e proprio il presidente turco che continua a servirsene, quando ne ha più bisogno. La strategia politica di Recep Tayyip Erdoğan si muove contemporaneamente su più binari: da una parte accentua il più possibile nei suoi comizi le differenze tra i cosiddetti turchi bianchi e il resto della popolazione. Con l’unico scopo di prendersi l’appoggio della stragrande maggioranza dei cittadini che certamente non vive all’europea, ma viceversa è conservatrice e attenta alle tradizioni. Dall’altra parte, si è accalappiato progressivamente nelle grandi città il favore di una parte dei benestanti turchi, facendo perno proprio sul settore economico, oggi la sua spina nel fianco e ostacolo maggiore al raggiungimento dei suoi obiettivi politici.

Istanbul è la città in cui è decollata la carriera politica dell’attuale Presidente, ma anche la città dove si è registrata la prima sconfitta (giugno 2019) dopo 17 anni di apparente imbattibilità. La parabola si può dire in discesa? 

Dal punto di vista dei consensi, la parabola è certamente in discesa; ma il potere rimane saldamente nelle mani di Erdoğan. Oggi in Turchia sono in molti a sperare che la schiacciante vittoria del Chp[4] a Istanbul segni il primo passo per la formazione di un fronte di opposizione che possa costituire un’alternativa efficace all’Akp, per la prossima tornata elettorale. Fatte queste doverose osservazioni, sarebbe un errore pensare che la vittoria di Ekrem İmamoğlu alle elezioni amministrative del 2019 possa, nel breve futuro, scalfire il potere del presidente, uscito vincitore dalle votazioni di giugno 2018 con i nuovi vastissimi poteri attribuitigli dalla riforma costituzionale in senso presidenziale.

Il leader turco controlla in maniera ferrea le maggiori leve del potere: dalla magistratura alla polizia, dall’economia ai servizi, alle forze armate. È vero che la democrazia ha vinto nelle principali città turche ma la il paese rimane nelle mani di Erdoğan e del partito Akp che tenteranno in ogni modo di riaffermare il loro potere.

Secondo quanto affermato dal Ministro dei Trasporti, Adil Karaismailoğlu, a breve partiranno i lavori per la costruzione del Kanal Istanbul. Ma molti, dal Sindaco di Istanbul Ekrem Imamoğlu ad alcuni ambienti militari fino agli ambientalisti, si stanno opponendo per motivi diversi al “Folle progetto”.

Il Kanal Istanbul è il progetto simbolo della nuova Turchia di Erdoğan. È da tempo sotto i riflettori della stampa nazionale e internazionale. Un canale alternativo al Bosforo che dovrebbe collegare il Mar Nero e il Mar di Marmara per un costo di 10 miliardi di dollari. Un’opera molto complessa perché riguarda più zone della città. Avrebbe una larghezza di 400 metri, una profondità di 25 metri e sarebbe lungo 43 chilometri. La capacità complessiva per il Canale sarebbe di 150-160 navi al giorno. I sostenitori, spinti da sentimenti nazionalisti, vedono in questo progetto unicamente l’opportunità di trasformare Istanbul in una metropoli sempre più al centro del commercio internazionale. L’obiettivo di Erdoğan è anche (e soprattutto) di natura economica: l’intento sarebbe quello di monetizzare il passaggio nel nuovo canale. Considerato che la tratta dal Mediterraneo al Mar Nero è sempre molto trafficata, questo affare porterebbe indubbiamente molti soldi nelle casse dello stato. In tal direzione, però, ci sono problemi di natura giuridica e politica a ostacolarne la realizzazione e tutti ancora sul tavolo.

La lista dei dubbiosi è molto lunga, quasi quanto quella delle criticità. Ingegneri, ambientalisti, attivisti, alti funzionari militari in pensione, lo stesso sindaco, Ekrem Imamoğlu, non lo vogliono e protestano fortemente da molto tempo. Per tanti motivi diversi. La costruzione del canale e il piano urbanistico – a loro dire – avrebbe effetti devastanti su una città da 15 milioni di abitanti: provocherebbe un decremento notevole nell’approvvigionamento di acqua potabile; ridurrebbe al minimo l’ultima area verde di Istanbul; imporrebbe il trasferimento forzato di decine di migliaia di residenti di Istanbul e causerebbe la perdita di sostentamento per contadini e pescatori. Una cosa è certa: il canale di Istanbul, se realizzato, potrebbe definitivamente cambiare i connotati della metropoli sul Bosforo; e per Erdoğan sarebbe il completamento del suo più grande progetto e della sua più grande vittoria: la Yeni Türkiye. Bisogna vedere se l’opposizione riuscirà a vincere il braccio di ferro con l’uomo più potente del paese.

Le recenti proteste universitarie di studenti e professori di Boğaziçi, le proteste in seguito alla fuoriuscita dalla convenzione di Istanbul sul contrasto alla violenza sulle donne, la questione curda, le pressioni internazionali, gli attriti con l’Ue, le accuse di autoritarismo: il potere di Erdoğan riuscirà a resistere a tutte queste pressioni?

L’oro della Turchia è anche questo: capire che il leader turco non ha soltanto vinto le elezioni negli ultimi anni (tralasciando, ovviamente, la batosta che ha preso alle ultime elezioni amministrative) ma ha cambiato – in modo radicale e rivoluzionario – il volto del paese, la macchina burocratica, ha messo i suoi uomini nelle posizioni più strategiche e di comando, e ha cambiato una parte consistente del popolo turco. Non si può comprendere cosa sia e cosa comporti la nuova Turchia senza analizzare il processo di accentramento del potere e di ristrutturazione dello stato in atto nel paese almeno dal 2010.

Questo accentramento del potere ha avuto il suo culmine nell’attuazione delle nuove prerogative costituzionali e nella trasformazione dello stato. Oggi il vero banco di prova del governo è il modo in cui affronterà la crisi economica. Perché tutto questo impero, nasce, cresce e si nutre su queste fondamenta.


Note

[1] Il panturchismo è un movimento ideologico che cerca di promuovere l’unione di tutti i popoli turchi, compresi – almeno in origine – anche gli ungheresi, collegato all’ideologia turanica. Il padre del panturchismo è considerato l’orientalista ungherese Ármin Vámbéry.
[2] Il turanismo è un’ideologia nata nel XIX secolo tra Turchia, Ungheria e Germania ad opera di intellettuali ottomani, per promuovere l’unione e il “rinascimento” di tutti i popoli turanici, ovvero ugro-finnici, turcichi, mongoli, dravidi, e giapponese.
[3] Giovanna Loccatelli è una giornalista freelance e scrittrice. Negli ultimi dieci anni ha vissuto prima in Egitto e poi in Turchia
[4] Il Partito Popolare Repubblicano è il più antico partito politico della Turchia. Erede del kemalismo, rappresenta la principale forza politica laica e socialdemocratica del Paese


Foto copertina:Moschea di Ortaköy