Il premier mongolo, Oyun-Erdene Luvsannmsrai, ha annunciato il 18 luglio che i lavori per il Power of Siberia 2 avranno inizio nel 2024.


A seguito dell’invasione dell’Ucraina un’altra forma di guerra è iniziata tra Europa e Russia: quella energetica.
Mosca non intende rimanere ferma davanti alle sanzioni occidentali, la sua strategia è quella di volgere il suo sguardo sempre più ad Est. Il Cremlino rafforza i suoi legami economici e culturali verso Oriente, inglobando nei suoi piani anche la Mongolia.
Le relazioni energetiche tra Cina e Russia non potrebbero andare meglio! Il Global Times ci tiene infatti a far sapere all’Occidente che il Dragone è il più grande importatore mondiale di gas naturale e che solo nei primi 6 mesi del 2022 le esportazioni di gas russo in Cina sono aumentate del 63,4%, secondo i dati di Gazprom.[1]
E questi numeri vengono realizzati solo tramite la pipeline Power of Siberia 1, un gasdotto situato nella Siberia Orientale che trasporta il gas naturale fino alla Cina. Quindi perché non sancire in modo netto l’affiatamento tra Pechino e Mosca con la costruzione del Power of Siberia 2? Una nuova pipeline che attraverso la Mongolia collegherebbe in modo ancora più efficace Cina e Russia. La Federazione riuscirebbe così a dirottare i suoi flussi verso mercati non europei, aumentando la sua resilienza futura contro le sanzioni occidentali.
Nonostante i tentativi di Pechino di variare le fonti di gas naturale per il proprio approvvigionamento, Putin e Xi sembrano essere sempre più legati,[2] appesantendo i termini della loro alleanza.

La Mongolia

È circondata, questo è il primo pensiero che ci viene in mente davanti ad una cartina geografica. Al Nord ha un confine con la Russia di 3.485 km, mentre a Sud confina per 4.677 km con la Cina. Nessuno sbocco sul mare.
Sentite un po’ di claustrofobia? È normale.
È possibile quindi intuire come la geografia della Mongolia abbia plasmato il suo modo di relazionarsi. Viene definita: strategia dei terzi vicini.[3] Costretta tra Russia e Cina, Ulaanbaatar[4] ha ben pensato di scegliersi gli altri vicini, molti asiatici, tra questi: Giappone, Corea del Sud, India, ma anche Unione Europea e Stati Uniti.
La politica dei terzi vicini ha guidato la Mongolia dagli anni Novanta, quando il paese ha iniziato un percorso di transizione democratica, dopo aver acquisito l’indipendenza dall’URSS.
Dal 1991 quindi la Mongolia si è diretta verso la democrazia e l’economia di mercato, cercando di rendersi indipendente e, perché no, diversa dai suoi due vicini. Nel 1992 è stata adottata una nuova Costituzione basata su principi democratici e nonostante la legalizzazione dei partiti di opposizione, il Partito Rivoluzionario del popolo mongolo, lascito del comunismo, possiede ancora oggi un ruolo di rilevanza nella politica ed è attualmente alla guida del paese.
A livello geopolitico ed economico la Mongolia è ricca di risorse minerarie, queste hanno favorito un’importante crescita da metà anni 2000, attirando molti capitali esteri, permettendo così a Ulaanbaatar di perpetrare la politica dei terzi vicini.[5]

Un ritorno alle origini

Ma svezzarsi dai propri vicini non è facile, soprattutto se economicamente, storicamente e culturalmente configurano una costante ingombrante.
Infatti, per Ulaanbaatar la Russia rappresenta il primo fornitore di energia, mentre la Cina il principale mercato di esportazione – addirittura nel 2015 il 93% delle merci erano dirette a Pechino.[6]
Mentre il passato e le vicende vissute dai mongoli durante i secoli sono state caratterizzate prima da Pechino e poi dall’Unione Sovietica.
Inoltre, negli anni recenti il soft power russo ha avuto un forte impatto sulla Mongolia. Dal 2010 il Cremlino ha incrementato le attività volte a promuovere la cultura e la lingua russa, esportando anche memoriali di guerra dell’era sovietica.[7] Nel mentre i politici mongoli a favore di Mosca promuovevano valori illiberali e sostegno alla guerra in Ucraina della Russia.[8]
Non sorprende quindi l’astensione da parte della Mongolia nella maggior parte delle votazioni ONU a condanna dell’invasione russa e, pochi giorni dopo l’inizio della guerra, la firma di un accordo tra la società mongola Soyuz Vostok Gas Pipeline Special Purpose Company e la russa Gazprom Proektirovanie per la costruzione del Power of Siberia 2.[9]

Power of Siberia 2

L’idea di un nuovo gasdotto è stata proposta nel 2018 durante l’Eastern Economic Forum. Un anno dopo Ulaanbaatar e Gazprom iniziavano a studiare la fattibilità della nuova pipeline, anche detta Soyuz-Vostok.[10]
Soyuz significa “unione” e Vostok “Oriente”, già il nome della nuova infrastruttura non pone dubbi sulle volontà del Cremlino di riconsolidare le relazioni con i paesi dell’Est.[11]
Il Power of Siberia 2 sarà lungo 2600 km e avrà una capacità di 50 miliardi di metri cubi.[12] Il premier mongolo, Oyun-Erdene Luvsannmsrai, ha annunciato il 18 luglio che i lavori avranno inizio nel 2024 e che la Mongolia guadagnerà dal transito del gas e dalle relative tasse.[13]
La strategia della Mongolia cerca di sfruttare le necessità dei due vicini per ottenere un vantaggio dalla propria posizione geografica. Alcune analisi individuano però dei rischi per il governo mongolo.
Secondo The Diplomat il mancato coinvolgimento di una terza parte nel negoziato e nella valutazione del progetto, porterebbe Ulaanbaatar ad accettare un considerevole prestito da parte del Cremlino per finanziare l’infrastruttura. Di conseguenza, l’unico modo per saldare il debito sarebbe di utilizzare i proventi delle tasse di transito del gas.[14]
Ma ci sono altri rischi per Ulaanbaatar, uno dei più rilevanti riguarda la condizione della comunità buddhista mongola. La Cina, infatti, applica considerevoli pressioni ogni volta che il Dalai Lama visita la Mongolia; tra i metodi più utilizzati rientra la chiusura dei confini, una misura efficace da parte di Pechino dato che rappresenta il principale partner commerciale di Ulaanbaatar.
La necessità di Mosca di ripiegare sul mercato cinese per l’esportazione del gas permetterebbe a Pechino di fare maggiori richieste. Il Cremlino potrebbe essere convinto a fare pressione sulla comunità buddhista mongola per rompere le relazioni con il Dalai Lama, il quale attualmente guida il processo di reincarnazione del Jebtsundamba Khutuktu, il “sacro signore venerabile” della comunità.[15] Così facendo, aumenterebbero le possibilità di Pechino di scegliere un leader religioso mongolo favorevole alle sue necessità.[16]
Secondo previsioni meno rosee quindi la Mongolia da questo accordo aumenterà la sua dipendenza nei confronti di Cina e Russia. La possibilità di cedere il controllo sul processo di reincarnazione del Jebtsundamba Khutuktu vorrebbe dire perdere un importante pezzo di sovranità in favore di Pechino. Mentre contrarre un debito con il Cremlino per la realizzazione del progetto senza un’attenta valutazione dell’accordo potrebbe mettere nei guai Ulaanbaatar dal punto di vista economico e di conseguenza anche politico. Cosa rimarrebbe alla Mongolia senza un’indipendenza politica, economica e religiosa?


Note

[1] {Global Times, “Power of Siberia 2’ gas pipeline via Mongolia to further balance China’s gas import mix: experts”}
[2] {https://www.instagram.com/p/CgL0BxuMkDv/?hl=en}
[3] {Atlante geopolitico: Mongolia}
[4] Capitale della Mongolia
[5] {Atlante geopolitico: Mongolia}
[6] ibidem
[7] {The Diplomat, “A New Russian Gas Pipeline Is a Bad Idea for Mongolia”}

[8] ibidem
[9] {Insideover, “La mossa della Russia sul gas: asse con la Mongolia con vista Cina”}

[10] {The Diplomat, “A New Russian Gas Pipeline Is a Bad Idea for Mongolia”}
[11] Insideover, “La mossa della Russia sul gas: asse con la Mongolia con vista Cina”
[12] {Briefing Russia, “Mongolian Transit Of Power of Siberia 2 Pipeline Construction to Begin In 2024”}
[13] {China Files, “Mongolia, tutto pronto per Power of Siberia 2”}
[14] {The Diplomat, “A New Russian Gas Pipeline Is a Bad Idea for Mongolia”}
[15] Monaco buddhista mongolo, è il più alto grado di lama mongolo.
[16] {The Diplomat, “A New Russian Gas Pipeline Is a Bad Idea for Mongolia”}


Foto copertina: Oyun-Erdene Luvsannmsrai