Dal 1936 al 1945 i Giapponesi costruiscono dei veri e propri lager nella Cina occupata per condurre atroci esperimenti, dalla vivisezione all’uso di armi chimiche. Si tratta di una delle peggiori pagine di storia mai scritte ma di cui il mondo occidentale sa ben poco. Ne parliamo con la Dott.ssa Rossana Carne, autrice del libro Unità 731.


 

Al termine della guerra russo-giapponese (1904-05), il Giappone subentrò nei diritti russi sulla Manciuria meridionale e centrale. Dopo la caduta della monarchia cinese (1912) la regione passò sotto il controllo del maresciallo Zhang Zuolin, ma dopo la sua morte (1928), il Giappone occupò il paese, trasformandolo nel Manchoukuo (Manciukuò), di cui l’ultimo imperatore manciù di Cina, Pu Yi, divenne dapprima capo dello Stato (1932) e poi imperatore (1934).
L’occupazione giapponese della Manciuria, e non solo, è ricordata soprattutto per le violenze e i crimini commessi dai soldati del “Sol Levante” ai danni della popolazione. In tutta la regione asiatica, l’esercito giapponese, secondo quanto affermato da Rudolph Joseph Rummel, professore di scienze politiche presso l’Università delle Hawaii, tra il 1937 e il 1945 uccise dai 3 a oltre 10 milioni di persone, molto probabilmente 6 milioni di cinesi, taiwanesi, singaporeani, malesi, indonesiani, coreani, filippini e indocinesi, tra gli altri, compresi prigionieri di guerra occidentali.
I crimini giapponesi furono in parte appurati durante il Processo di Tokio. Fra il 3 maggio 1946 e il 12 novembre 1948 si svolse a Tokyo, in quello che era stato il quartier generale dell’esercito imperiale giapponese, il cosiddetto processo di Tokyo, l’equivalente orientale del processo di Norimberga. Gli imputati principali furono 25 e più di 5.000 quelli secondari. Le imputazioni erano le stesse di Norimberga: crimini contro la pace; crimini di guerra; crimini contro l’umanità. I giapponesi furono accusati di uccisioni di massa[1], uso di armi chimiche[2], tortura dei prigionieri di guerra, lavoro forzato, stupri di massa[3] e soprattutto sperimentazione umana e guerra biologica.
Unità militari speciali giapponesi condussero esperimenti sui civili e sui prigionieri di guerra in Cina. Formata a metà degli anni ’30 ad Harbin, nella Cina nord-orientale, l’Unità 731 condusse esperimenti letali su circa 3.000 prigionieri, per lo più cinesi e coreani.
Secondo i resoconti storici, i prigionieri maschi e femmine, chiamati “tronchi” dai loro aguzzini, sono stati sottoposti a vivisezione senza anestesia dopo essere stati deliberatamente infettati da malattie come il tifo e il colera. Ad alcuni sono stati amputati gli arti o gli organi rimossi. Mentre il Giappone si avviava verso la sconfitta nell’estate del 1945, il leader dell’unità, il tenente generale Shiro Ishii, proibì ai ricercatori di discutere il loro lavoro e ordinò la demolizione del quartier generale dell’unità di Harbin.
Alla fine della guerra, le autorità statunitensi hanno concesso segretamente ai funzionari dell’unità l’immunità dall’accusa in cambio dell’accesso alle loro ricerche. Diversi ex funzionari dell’Unità 731 hanno continuato ad avere carriere di successo in medicina, università e affari[4].
Per capirne di più, ne parliamo con Rossana Carne[5], dottoressa in Lingue Orientali e Scienze Internazionali, e autrice del libro Unità 731.

Cos’era l’Unità 731 e in che contesto storico si sviluppò questa unità?

“L’Unità 731, conosciuta anche con l’espressione “Centro per la prevenzione delle epidemie e per la purificazione dell’acqua”, fu un campo di sterminio attivo in Cina dagli anni 1936 al 1945, ma il suo ruolo non fu identico a quello dei lager nazisti, in quanto il nome corretto con cui dovrebbe essere ricordata insieme a tutte le altre Unità costruite nella Cina occupata, infatti, è “Fabbriche di Morte”, luoghi in cui venivano utilizzati virus, batteri e armi chimiche per decimare non solo i prigionieri, ma anche gli eserciti nemici. Partendo da questo punto, dobbiamo considerare che i primi del ‘900 videro una diffusione massiccia di armi chimico‑batteriologiche: il Ministro della Guerra e l’Imperatore Hirohito in persona diedero mandato a Shirō Ishii (generale dell’esercito nipponico) affinché edificasse le sue fabbriche di morte, dato che, secondo i piani del generale, questa tipologia di guerra, denominata “passiva”, avrebbe consentito all’Impero del Sole Nascente di vincere velocemente il conflitto mondiale senza troppe perdite sul fronte interno. Per realizzare tutto questo, però, erano necessari una sperimentazione e uno studio approfondito, cose che, ovviamente, non potevano essere condotte in Giappone. Ecco perché si decise di operare lontano da sguardi indiscreti: in Manciuria e, in particolare, nella piccola cittadina di PingFang. Ma perché proprio in Manciuria? La Cina era ormai caduta, e fin dall’inizio della guerra, infatti, l’Armata Imperiale del Kantō dilagò prima in Manciuria e poi nel resto della Cina, commettendo soprusi di ogni genere, come il massacro di Nanchino del 1937. È in questo contesto che si sviluppa il tema fondamentale delle fabbriche di morte, in cui venivano uccisi dapprima i prigionieri provenienti dal fronte o dalle prigioni e, poi, i civili, per “l’evoluzione” della scienza nell’ambito della guerra biologica, tanto che gli storici tendono a paragonare, per certi versi, questa tipologia di esperimenti con quelli compiuti dai nazisti.”

Si può dire che i giapponesi utilizzarono la Cina e i cinesi come cavia dei loro esperimenti e di che tipo di esperimenti si parla?

“Assolutamente sì! Shirō Ishii, il Mengele d’Oriente, non si fece scrupoli nel coinvolgere altri medici nei suoi folli esperimenti, così come non ebbe remore nel condividere il suo operato nelle università di medicina nipponiche, davanti a platee di giovani aspiranti dottori, i quali considerarono Ishii come il loro “idolo” e finirono per abbandonare volontariamente la medicina finalizzata a curare, per intraprendere un percorso di odio e di cancellazione di tutti coloro che ai loro occhi risultavano razze “inferiori” o che – per utilizzare le loro definizioni – risultavano solo “pezzi di legno”, come venivano chiamati i prigionieri dell’Unità 731 e delle varie unità dislocate nella Cina occupata. Come accennato, però, gli orrori di quella realtà non coinvolsero solo i prigionieri, ma, ben presto, anche la popolazione civile, che suo malgrado si ritrovò vittima di quelle atrocità. Peste, colera, tifo e molte altre malattie di questo genere si abbatterono su interi villaggi provocando moltissime vittime, il cui numero è ancora oggi incalcolabile.
Gli esperimenti condotti all’interno dell’Unità 731 e di tutte le altre dislocate in Cina furono atroci:

  • Distruzione chimica di raccolti e avvelenamento di falde acquifere
  • Studio e inoculazione di virus come la Peste Bubbonica, il tifo, il colera e di malattie come la sifilide
  • Studio degli effetti della mancanza di cibo e di sonno
  • Studio sul congelamento e decongelamento del corpo umano accompagnato da torture atroci ed indicibili
  • Progettazione e realizzazione di proiettili e bombe contenenti virus e batteri coltivati in laboratorio al fine di isolare i ceppi più virulenti
  • Vivisezioni senza l’utilizzo di anestesie, gravidanze forzate o interrotte ed esperimenti con l’utilizzo di urina di cavallo che veniva iniettata nei reni umani
  • Irradiazioni letali con raggi X, stimolazione encefalica con toni binaurali

Queste atrocità, così come molte altre, andarono avanti fino al 1945, anno in cui non solo vennero sganciate le atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, ma in cui il Giappone dovette prima firmare la resa incondizionata e poi divenne un protettorato statunitense. “

Quanti giapponesi erano impegnati in questa unità e per quali ragioni fu chiusa?

“Il numero esatto di giapponesi presenti all’interno dell’Unità è sconosciuto, ma quello che sappiamo è che l’intera struttura contava un centinaio di edifici tra cui dormitori, piscine, auditorium, ristoranti che avrebbero potuto ospitare all’incirca 2.000 – 2.500 addetti tra scienziati, personale civile e soldati dell’Armata del Kantō. Oltre a questi, poi, vi era anche il terribile Blocco RO (dalla lettera ro del Katakana), un edificio di forma quadrata nei cui sotterranei erano presenti le prigioni oltre che i laboratori di sperimentazione.”

Perché non si parla molto di Unità 731 e quali conseguenze ci sono state per i responsabili?

“Purtroppo si parla poco di questo fatto perché risulta sostanzialmente sconosciuto ai più. Da un lato, infatti, risulta geograficamente lontano dal Vecchio Continente per cui i nostri riferimenti alla storia asiatica sono decisamente più flebili rispetto, ad esempio, alla storia degli orrori nazisti in Polonia, ma ciò che ha sicuramente inciso sulla mancanza di informazioni circa l’Unità 731 fu la copertura statunitense dell’accaduto. Gli USA, a partire dai primi anni ‘40, erano ormai consapevoli dell’esistenza di lager nella Cina occupata – anche se non era perfettamente chiaro che cosa accadesse al loro interno ‑, ma una volta venuti in contatto con Ishii in persona e con i suoi più stretti collaboratori decisero di proteggere tutti gli scienziati coinvolti nelle sperimentazioni, concedendo loro l’immunità in cambio dei programmi e dei diari delle varie unità. L’attenzione degli americani a proposito di possibili attacchi biologici giapponesi, infatti, era già stata destata da prima dell’entrata ufficiale in guerra da parte statunitense, per via di “incidenti” che ebbero luogo proprio sul suolo americano ed in particolare a New York e poi in territori affacciati sul pacifico in cui vennero ritrovati palloni aerostatici di fattura nipponica, che si temeva contenessero bombe caricate con virus di peste o similari; nonostante questo, però, il governo decise di insabbiare totalmente questi eventi e dopo l’attacco di Pearl Harbour, quando gli Stati Uniti ebbero validi motivi per prestare attenzione ai rapporti sugli attacchi biologici che le truppe nipponiche lanciavano contro i cinesi,  realizzarono che loro avrebbero potuto essere i prossimi bersagli.
Cosa successe nel concreto? Quando la nave del comandante Sanders entrò nel porto di Yokohama, l’ufficiale si rese conto che il problema di reperire informazioni o di scovare gli scienziati dell’Unità 731 era già risolto, infatti, fra le prime persone che vide, vi fu il braccio destro di Ishii, Naito Ryōichi, che gli corse incontro e che instaurò da subito un rapporto di collaborazione con i soldati americani, fiducioso del fatto che il generale Douglas Mac Arthur avrebbe loro concesso l’immunità giudiziaria in cambio della documentazione sui risultati degli esperimenti. Le informazioni furono raccolte, archiviate ed esaminate dagli scienziati del programma di armamento biologico americano di stanza in Giappone e a Camp Detrick. Ishii giocò bene le sue carte, perché quando i sovietici avanzarono la richiesta formale di interrogarlo, i responsabili del Pentagono si erano già mossi per assicurare all’esercito degli Stati Uniti il possesso esclusivo dei dati delle sperimentazioni sull’uomo e delle ricerche sulle armi biologiche dei giapponesi, oltre che vietare l’espatrio dei responsabili e concedere loro ogni sorta di beneficio. Con il passare degli anni, inoltre, il governo giapponese seppellì le informazioni riguardanti i crimini commessi in Cina e negli altri Paesi da loro occupati durante la guerra. Tutti i detenuti delle unità create in Cina furono uccisi con gas velenosi o per mezzo della fucilazione e le strutture vennero distrutte.
Al processo per i crimini di guerra istituito presso il Tribunale di Tōkyō, inoltre, non furono rese note le atrocità commesse in Manciuria e, diversamente dal processo di Norimberga, nel quale molti medici nazisti furono giudicati e condannati per crimini contro l’umanità, gli scienziati nipponici non dovettero mai rispondere delle azioni commesse: Ishii, per esempio, morì da libero cittadino. Fu solo al processo russo di Chabarovsk, tenutosi nel 1949 che si cercò di processare i reali responsabili di quanto accaduto in Manciuria.

È vero che sono stati infettati animali con diversi virus, ad esempio quello della peste, per poi essere liberati nei villaggi limitrofi? Cosa ha comportato per la popolazione cinese?

“Sì purtroppo è vero. Uno degli studi condotti all’interno delle varie unità era proprio quello di utilizzare gli animali come vettore di malattie mortali e, purtroppo, questi esperimenti vennero condotti all’insaputa della popolazione civile che si trovò, suo malgrado, ad essere una cavia. Gli animali più utilizzati per queste sperimentazioni furono topi, pulci, zecche e zanzare per veicolare virus di peste, colera e febbre malarica. Con la fine della guerra e la resa giapponese, gli scienziati decisero di disfarsi di queste creature semplicemente liberandole nei territori circostanti, ben consapevoli di quello che sarebbe potuto succedere: tanti piccoli focolai che avrebbero seminato morte e distruzione in una popolazione già vessata da anni di conflitto e di torture.
Nell’aprile del 1997, infatti, molti anni dopo la fine del conflitto, un testimone di quei tragici eventi, il signor Guifa, descrisse l’attacco al suo villaggio, Quzhu, il 27 ottobre del 1940: «Un aereo dell’aviazione nipponica, sorvolando la zona, sganciò al suolo centinaia di pacchetti contenenti grano e pulci infette dal virus della peste che, in pochi giorni, fecero le prime vittime. Per 35 giorni, fino al manifestarsi della malattia, l’area fu isolata e le case sistematicamente bruciate, ma nel momento di massima diffusione si toccarono 109 vittime e 240 infetti».”


Note

[1] Per approfondire: la strage di Manila, la strage di Kalagong e la strage di Sook Ching.
[2] Nei primi mesi del 1938 l’esercito imperiale giapponese iniziò l’uso su vasta scala di Fosgene, Cloro, Lewisite e Cloropicrina (rosso), e da metà 1939, Iprite (giallo) venne utilizzato sia contro il Kuomintang che contro le truppe cinesi comuniste.
[3] I termini “donne di conforto” (Ianfu) o “donne di conforto militare” (Jugun-ianfu) sono eufemismi per le donne dei bordelli militari giapponesi nei paesi occupati, che vennero spesso reclutate con l’inganno o rapite e costrette alla schiavitù sessuale.
[4] https://www.theguardian.com/world/2018/apr/17/japan-unit-731-imperial-army-second-world-war
[5] Rossana Carne è laureata in Lingue Orientali e Scienze Inter­nazionali all’Università degli Studi di Torino. Classe 1987, fin dall’inizio del suo percorso universitario ha voluto con­centrare i propri sforzi e le proprie energie alla stesura di una tesi dedicata ai crimini di guerra, partendo dalla tragica vi­cenda dell’Unità 731 per poi passare alla situazione siriana. Oggi scrive per FORMAMENTIS EDIZIONI E SERVIZI EDITORIALI di Giuseppe Verdi


Foto copertina: Immagine web

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Roberta Di Meo
Sono Di Meo Roberta, ho 27 anni e dopo aver conseguito la laurea triennale all’”Orientale” di Napoli in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ho completato il mio percorso con la laurea magistrale in Relazioni Internazionali ed analisi di scenario all’Università “Federico II” di Napoli. Il mio percorso è stato scandito dalla passione per la politica internazionale e dall’ambizione di diventare analista geopolitico. I miei interessi si concentrano nei campi della Storia delle Relazioni Internazionali e della Geopolitica, in particolar modo per le aeree del Medio Oriente e Nord America. Sono anche appassionata di nuoto e di cinema