Moldavia, 15 novembre 2020: al secondo turno delle presidenziali vince un’europeista. Una giornata storica in un Paese di cui si scrive poco e male, destinata a riscrivere la geografia politica dell’Est Europa.


 

Moldavia e Romania, due Paesi distinti e indipendenti, una sola identità, una storia in comune, gli stessi eroi nazionali; in breve: una nazione in due Stati. Quel che la politica e una serie di accadimenti storici hanno diviso, l’elettorato ha riunito nella giornata del 15 novembre.

Quel giorno si è svolto il secondo turno delle presidenziali più combattute e importanti della storia della Moldavia indipendente, durante il quale si sono sfidati l’uscente Igor Dodon e l’ex primo ministro Maia Sandu.

L’esito non era del tutto scontato, anche per via dell’ombra dei possibili brogli e del sistema di potere clientelare costruito negli anni da Dodon, ma la Sandu ha prevalso. Si è trattato della competizione elettorale più importante di sempre perché i due candidati non presentavano dei semplici programmi politici, proponevano delle visioni di civiltà e per il futuro della Moldavia.

La Moldavia del 2020 non differisce eccessivamente da quella del 1812, continuando ad essere una terra di conquista, incontro e scontro fra tre mondi eternamente in lotta: Europa, Turchia e Russia. Dodon rappresentava il candidato ideale per quelle fasce della popolazione vicine agli ultimi due mondi, ovvero la Sublime Porta e la Terza Roma, mentre la Sandu era ed è la voce di quei moldavi, soprattutto quelli nati dal 1990 in poi, che non vedono altro futuro per il loro Paese se non in Europa.

Per la Sandu, che ha vinto con il 58% delle preferenze, si è trattato di una rivincita: già nel 2016, infatti, si era presentata alle presidenziali per sfidare Dodon, ma aveva perso per un distacco di soli quattro punti percentuali. Negli ultimi quattro anni, però, il Paese è cambiato profondamente – senza che Dodon, apparentemente, se ne accorgesse – come certificato dall’esito elettorale.[1]

La Sandu ha vinto nella capitale, Chiinău, e ha ottenuto soltanto 27mila voti in più di Dodon a livello nazionale, mentre Dodon ha dominato in maniera indiscussa in Transnistria, in Gagauzia e nei distretti a maggioranza bulgara, dove ha ottenuto rispettivamente l’86%, il 95% e il 93%.

Se la Sandu ha vinto – e anche di larga misura – è stato possibile soltanto per due motivi: il primo è che la popolazione transnistriana non ha mostrato particolare interesse alla questione elettorale, avendo votato soltanto 31mila persone su 250mila aventi diritto, il secondo è che la diaspora, compresa fra uno e i due milioni di persone, si è pronunciata in maniera quasi unanime, indirizzando il 93% dei voti verso la candidata europeista.

Dodon ha perso perché, oltre ad aver trascurato l’importanza della frattura generazionale e il peso di una diaspora da cui dipende oltre il 15% del pil nazionale, sembra che non goda più dell’appoggio del Cremlino. È l’esito elettorale a suggerire questa ipotesi: nulla è stato fatto per mobilitare l’elettorato transnistriano né gli espatriati moldavi in Russia.

Dodon, del resto, è colui che, pur continuando a parlare in termini negativi dell’Unione Europea, dell’Alleanza Atlantica e di una possibile unificazione con la Romania, ha benedetto i prestiti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Europea degli Investimenti, e il lancio del gasdotto Iași-Ungheni-Chiinău, inaugurato lo scorso 28 agosto e pensato per emancipare completamente il Paese dalle importazioni di gas russo. Dodon è, inoltre, colui che ha avvicinato la Moldavia alla Turchia, stringendo con essa un partenariato strategico e permettendole di stabilire un protettorato informale sulla Gagauzia, una regione autonoma a maggioranza turcica che per molto tempo è stata di controllo esclusivo russo al pari della Transnistria.

Scontro di civiltà, quindi, ma non troppo: Dodon è uno di quei politici est-europei ex comunisti che hanno vestito nuovi panni con la fine della guerra fredda, sostituendo la fedeltà all’ideologia con l’attaccamento al denaro, che sia rublo, denaro, lira o euro. La Sandu, in definitiva, non potrebbe nuocere agli interessi russi più di quanto non abbia fatto il suo predecessore, che, pure, è stato ribattezzato “l’uomo del Cremlino” dalla stampa occidentale.

L’europeizzazione della Moldavia è inevitabile per ragioni storiche, una realtà di cui la Russia è ben consapevole e che, sembra, non stia neanche tentando di fermare: l’interscambio commerciale è in diminuzione costante, la chiesa ortodossa è stata travolta dalla secolarizzazione, e l’economia, la società e la cultura sono sempre più legate alla, e dipendenti dalla, Romania, reale casa madre del popolo moldavo.

Non è una coincidenza che il primo collega che incontrerà la Sandu è Klaus Iohannis, titolare della presidenza rumena, con il quale stabilirà sicuramente un rapporto cordiale, stretto e amichevole mirante a potenziare le relazioni bilaterali, che nell’era Dodon hanno subito un deterioramento. La Sandu è, inoltre, una sostenitrice di lungo corso del movimento di unificazione tra Moldavia e Romania, che potrebbe sponsorizzare attraverso media, cultura e accordi bilaterali.
Quel che accadrà con la Sandu alla presidenza è che una tendenza già in essere da anni, ovvero la graduale europeizzazione della Moldavia, riceverà un forte impulso. Ai rapporti con l’Unione Europea e con gli Stati Uniti, e anche con l’Alleanza Atlantica, verrà data un’importanza preferenziale, mentre l’approccio con la Russia diventerà più pragmatico e muscolare.
La Sandu, infine, tenterà di risolvere definitivamente la questione transnistriana, della quale ha criticato la gestione a Dodon, ricercando il coinvolgimento attivo dell’occidente.


Note

[1] Socor, V. Fractured Moldova’s Presidential Election Decided by European Diaspora Vote, The Jamestown Foundation, 17/11/2020


Foto copertina: Immagine web