Intervista esclusiva all’Ambasciatrice della Repubblica dell’Armenia in Italia, S.E. Tsovinar Hambardzumyan in merito al recente conflitto che ha visto proprio l’Armenia contrapporsi all’Azerbaijan nella regione del Nagorno-Karabakh/Artsakh. “Il mondo ignora che la Turchia e l’Azerbaigian sono uno stato unico” e lancia l’allarme: “Gli armeni del Caucaso meridionale sono l’ultimo ostacolo sulla via della Turchia per l’attuazione del programma neo-ottomano.”


 

Il 1 giugno 2020, con decreto del Presidente della Repubblica d’Armenia Armen Sarkissian, Tsovinar Hambardzumyan è stata nominata Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica d’Armenia presso la Repubblica italiana.

Dopo una guerra durata 45 giorni nell’enclave del Nagorno /Karabakh, si è raggiunto un accordo sul cessate-il-fuoco tra Armenia e Azerbaijan promosso dalla Russia di Putin. La guerra è iniziata la mattina del 27 settembre 2020 sulla “linea di contatto dell’Artsakh[1]”, quando le forze azere hanno lanciato l’offensiva per risolvere definitivamente lo stallo della regione che va avanti dal 1994, cioè dalla firma dagli accordi di Biškek che sancirono la fine della prima guerra del Nagorno-Karabakh.
Oggi l’Azerbaigian, forte delle ricchezze derivate dagli idrocarburi e di una popolazione tre volte più numerosa di quella armena, ha modernizzato il suo esercito e si è imposto sul campo. Le armi e il sostegno della Turchia hanno fatto la differenza. Per evitare una sconfitta totale, il governo di Erevan ha accettato un piano, considerato da una parte dell’opinione pubblica armena umiliante[2], proposto dalla Russia. D’altronde non avevano scelta. L’accordo di pace prevede la presenza di truppe russe per garantire l’apertura di un corridoio tra l’Armenia e il Nagorno Karabakh privato delle zone circostanti. Questa guerra nel Caucaso meridionale, le cui radici sono antiche e profonde, ha ribaltato la situazione geopolitica di una regione strategica, senza che l’Europa o l’occidente abbiano proferito parola. 

Di tutta questa vicenda e del rapporto con l’Italia, ne parliamo con Ambasciatrice della Repubblica dell’Armenia in Italia, S.E. Tsovinar Hambardzumyan.

Che cosa è successo nell’Artsakh?

“Come sapete, il popolo dell’Artsakh ha dovuto combattere per due mesi contro la massiccia aggressione turco-azera, il cui obiettivo era cacciare via gli armeni dall’Artsakh, e impossessarsi del suo territorio senza gli armeni. Lo confermano i crimini di guerra commessi contro il popolo dell’Artsakh, come l’uso di bombe a grappolo e del fosforo bianco contro la popolazione civile, le decapitazioni dei soldati, le uccisioni dei civili all’interno delle proprie case, i bombardamenti delle scuole, degli ospedali e delle chiese. La guerra ha portato indicibili sofferenze al popolo di Artsakh.
La dichiarazione congiunta dei leader di Russia, Armenia e Azerbaigian del 10 novembre ha posto fine alle ostilità e ha permesso il dispiegamento delle forze di peacekeeping russe in Artsakh. Oggi, la questione piu’ urgente e importante all’ordine del giorno è il ritorno in Artsakh delle persone considerate scomparse e dei prigionieri di guerra che in Azerbaigian vengono trattati in modo crudele, disumano, degradante e umiliante della loro dignità, come dimostrato da numerosi video e come confermato anche da Human Rights Watch[3].
Si sta lavorando per fornire assistenza agli sfollati a causa della guerra che stanno attualmente tornando ad Artsakh, nonché agli sfollati che stanno ancora in Armenia. Le case di molti di loro in Artsakh sono state semplicemente rase al suolo, le loro vite e i loro destini sono stati stravolti.”

Da un punto di vista del diritto internazionale, la repubblica dell’Artsakh non è riconosciuta da nessuno stato facente parte delle Nazioni Unite[4] Armenia compresa. Crede che il riconoscimento possa essere il primo passo verso una regolarizzazione dei rapporti?

“La dichiarazione congiunta, sebbene contenga alcuni elementi di soluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, è solo una dichiarazione e non può essere considerata come un documento di soluzione definitiva del conflitto, in quanto non include l’elemento più importante, quello dello status di Artsakh. L’Armenia fino ad oggi non ha riconosciuto l’indipendenza dell’Artsakh solo per un motivo:  per non interrompere il processo negoziale e per non predeterminare l’esito dei negoziati. In effetti, vi è un consenso tra i copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Stati Uniti, Russia, Francia), e l’Armenia concorda sul fatto che il processo di negoziale deve continuare nell’ambito dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE. E le questioni che risultano non risolte dalla dichiarazione congiunta dovrebbero diventare oggetto di negoziati. La posizione dell’Armenia sullo status dell’Artsakh  è nota e non è cambiata: questa guerra ha dimostrato ancora una volta che il popolo dell’Artsakh non può vivere sotto la giurisdizione di uno stato dittatoriale, che uccide, che infligge indicibili sofferenze al popolo di Artsakh, che distrugge la sua eredità culturale e cristiana, e poi celebra la vittoria, raggiunta attraverso crimini di guerra,  con una parata militare a Baku sotto le bandiere turco-azere.

Il “Gruppo di Minsk” dell’Osce, fa fatica a mediare tra le parti in causa. L’Azerbaijan afferma che il “Gruppo di Minsk” è troppo sbilanciato a favore dell’Armenia, e l’Armenia invece lamenta che al tavolo dei negoziati non sieda un rappresentante del governo della repubblica del Artsakh. Come si può superare questo impasse?

I copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE si occupano della questione del Nagorno Karabakh oramai da 26 anni. Sono stati elaborati i principi e gli elementi della soluzione del conflitto, accettati anche dall’Azerbaigian, che però si è fatto guidare dal principio “o tutto o niente” e si è sempre tirato indietro dagli accordi raggiunti. L’Azerbaigian conduce la sua già nota politica di ricerca di colpevoli dopo aver causato fallimenti negoziali. Il conflitto del Nagorno-Karabakh non è una questione di territori, ma è una questione che riguarda la sicurezza fisica e il diritto all’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh. Una questione che prima di tutto riguarda l’Artsakh. Ecco perché l’Armenia ha sempre sottolineato la necessità della partecipazione dell’Artsakh ai negoziati.”

In una recente intervista[5]  il suo omologo in Italia, l’ambasciatore dell’Azerbaijan Mammad Ahmadzada, ricordando che l’occupazione armena va avanti da 30 anni, ha affermato che “Il conflitto è una ferita aperta nel cuore del popolo azerbaigiano, una ferita che potrà guarire solo quando torneremo nei nostri territori”. Come valuta queste affermazioni?

“Negli ultimi 30 anni, la guerra purtroppo ha portato sofferenze e privazioni a entrambi i popoli. Non sottovaluto affatto la sofferenza di una madre azera che piange suo figlio, o le privazioni subite da un rifugiato azero. La differenza tra i nostri paesi è che noi non proviamo ostilità e, soprattutto, non diffondiamo ostilità verso altri popoli. La questione semplicemente è che, sia all’inizio degli anni ’90 che oggi, è stato proprio l’Azerbaigian a scatenare le guerre, ed è interessante che sia proprio l’Azerbaijan a lamentarsi delle conseguenze della guerra. Il paese che nel 21° secolo impugna le armi e cerca di risolvere i conflitti con la forza, dovrebbe essere consapevole delle conseguenze delle guerre.

La guerra è una ferita aperta anche per il popolo armeno. Dalla fine degli anni ’80, il popolo armeno è stato vittima di pulizie etniche nelle città di Sumgait, Baku e in altre città dall’Azerbaigian dove vivevano molti armeni. Fu allora che, in risposta alla realizzazione del diritto all’autodeterminazione da parte del popolo armeno del Nagorno-Karabakh, l’Azerbaigian lanciò una guerra su vasta scala contro il Nagorno-Karabakh. Durante gli ultimi tre decenni l’Armenia si è sempre impegnata a risolvere la questione esclusivamente con mezzi pacifici. È stato l’Azerbaigian a rifiutare la via dei negoziati, violando gravemente uno dei tre principi alla base dei negoziati: il principio di non ricorso alla minaccia o all’uso della forza.”

Come valuta l’accordo sul cessate-il-fuoco, ed in particolare la costruzione di una strada nel sud dell’Armenia che collega l’Azerbaijan con l’enclave azero Nakchijevan. Si apre così una via di comunicazione per il territorio ma anche un cambiamento degli assetti di potere nella regione?

“La dichiarazione trilaterale del 10 novembre è un documento volto a stabilire un cessate il fuoco e sicurezza. La dichiarazione ha posto fine alle operazioni militari e contiene elementi in merito ai quali ci attende un ampio periodo di studi e di negoziati. Certamente, l’accordo raggiunto che riguarda lo sblocco dei trasporti nella regione, può diventare non solo un punto di partenza, dal punto di vista della situazione economica della nostra regione, ma potrebbe anche cambiare logica dello sviluppo economico dell’intera regione. Ma ripeto, tutto questo è ancora oggetto di trattative.”

Come valuta l’intervento russo e il ruolo della Turchia in questa vicenda?

“La Turchia è stata direttamente coinvolta nelle operazioni militari, i funzionari militari turchi di alto rango stavano nei posti di comando delle forze armate azere e hanno guidato le operazioni militari. L’Azerbaigian ha utilizzato attrezzature militari turche. La Turchia ha trasferito mercenari e terroristi dalla Siria nella zona del conflitto per combattere contro gli armeni. Non è un caso che oggi tutto l’Azerbaijan sia inondato di bandiere turche, non è un caso che il presidente Recep Tayyip Erdoğan fosse presente alla parata militare dedicata alla vittoria dell’Azerbaigian, durante la quale ha minacciato gli armeni, dicendo che “l’Armenia deve tornare in sé”.
La parte armena ha sempre affermato che restituirà i distretti adiacenti al Nagorno Karabakh sotto il controllo dell’Azerbaigian quando sarà definito anche lo status del Nagorno/Karabakh.
E ora, quando i distretti sono passati sotto il controllo dell’Azerbaigian attraverso crimini di guerra, il presidente Aliyev, sotto l’effetto della sua cosiddetta vittoria vertiginosa, elencando le conquiste territoriali dell’Azerbaigian in Nagorno-Karabakh è arrivato a affermare che Zangezur, la capitale dell’Armenia Jerevan e il lago Sevan «sono terre storiche dell’Azerbaigian». Queste sono affermazioni tanto ridicole quanto pericolose, perché abbiamo a che fare con un regime criminale imprevedibile.

E perché la Turchia è tornata nel Caucaso meridionale?

Il ritorno della Turchia nel Caucaso meridionale ha una ragione geopolitica specifica: gli armeni del Caucaso meridionale sono l’ultimo ostacolo sulla via della Turchia per l’attuazione del programma neo-ottomano. L’Azerbaigian potrebbe non avere consapevolezza del fatto che faccia parte del programma espansionistico della Turchia. Il mondo, come vediamo, non vuole accorgersi del fatto che la Turchia e l’Azerbaigian sono uno stato unico e Aliyev può essere tanto pericoloso quanto Recep Tayyip Erdoğan.
La Russia è il nostro alleato strategico e copresidente del Gruppo di Minsk dell’OSCE, che, insieme a Francia e Stati Uniti, si è adoperato per raggiungere un cessate il fuoco. Ma come sapete, la Russia non è una parte in conflitto come la Turchia, ha solo partecipato come mediatore. Con la mediazione della Russia è stato raggiunto un cessate il fuoco: attualmente le forze di pace russe sono state dispiegate in Artsakh e assicurano il rientro sicuro degli sfollati nelle proprie abitazioni.”

Quanto pesa la questione energetica in questo conflitto?

“Purtroppo, questa guerra ha dimostrato che le risorse energetiche dell’Azerbaigian valgono più delle vite umane. E sarà così fino a quando la minaccia turco-azerbaigiana-jihadista non raggiungerà direttamente le nostre case.”

Veniamo ai rapporti con l’Italia. La posizione della Farnesina sul conflitto è stata certamente equilibrata[6], inoltre la Cooperazione Italiana, su impulso della Vice Ministra agli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale Emanuela Del Re, ha disposto un contributo finanziario di 500.000 euro a favore del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Ha apprezzato questa linea?

“Apprezziamo l’approccio equilibrato e imparziale dell’Italia in merito al conflitto del Nagorno-Karabakh, il suo sostegno al processo di negoziale nell’ambito della co-presidenza del Gruppo OSCE di Minsk. La decisione dell’Italia di fornire assistenza finanziaria attraverso il Comitato Internazionale della Croce Rossa è un gesto di buona volontà, che merita apprezzamento”

Ad oggi quale sono i legami economici e culturali tra l’Italia e l’Armenia, qual è il rapporto tra le nostre nazioni?

“Le base delle relazioni di amicizia tra i nostri popoli risalgono a secoli fa, siamo uniti da molte affinità. Gli investimenti italiani in Armenia crescono ogni anno, dove attualmente sono più di 170 le imprese con la partecipazione del capitale italiano. Continua a crescere l’interesse degli imprenditori italiani verso l’Armenia, in particolare, crescono gli investimenti nei settori tessile, energetico, produzione di ceramiche. Nell’ultimo periodo il nostro interscambio commerciale ha registrato una crescita annuale di circa 50%. Purtroppo, a causa della epidemia da Covid, tra gennaio-settembre di quest’anno abbiamo registrato una diminuzione dell’interscambio commerciale del 13%. L’adesione dell’Armenia all’Unione economica eurasiatica, nonché l’Accordo di partenariato globale e rafforzato firmato con l’UE, offrono nuove opportunità per lo sviluppo della cooperazione tra Armenia e Italia in vari settori. Per quanto ai nostri antichi rapporti culturali, non sarebbe sufficiente un intero volume per raccontarli.
Le antiche testimonianze dei legami culturali tra i nostri popoli si possono trovare in tutta Italia, da nord a sud. Per il popolo Armeno è emblematico il fatto che le reliquie di San Gregorio l’Illuminatore, il primo Catolicos, il Patriarca della Chiesa armena, sono conservate in Italia, nelle chiese di San Gregorio Armeno a Napoli e a Nardò. Uno dei centri più importanti del risveglio della cultura armena è la Congregazione dei padri Mechitaristi dell’Isola di San Lazzaro a Venezia.
Questo importante centro di armenologia da quasi tre secoli custodisce un inestimabile patrimonio storico, scientifico e culturale. Il quartiere armeno di Venezia, con i suoi palazzi, le chiese, e il collegio armeno Murad-Raphael, anche oggi è oggetto di orgoglio comune, sia per noi per gli italiani. Il primo libro stampato in lingua armena fu stampato a Venezia nel 1512. Molti santi della chiesa apostolica armena sono venerati anche in Italia e sono considerati i santi patroni di molte città italiane, come San Miniato, primo martire cristiano di Firenze, San Gregorio Armeno di Nardò e di Napoli.”

Quali sono le principali attività che sta portando avanti per promuovere il suo paese in Italia?

“Come ho già detto, le basi delle nostre relazioni furono poste secoli fa, ma ciò non significa che dovremmo accontentarci. Tutti i rapporti, anche quelli migliori, richiedono attenzione e cura quotidiane. In qualità di Ambasciatore dell’Armenia in Italia, il mio compito principale è lavorare ogni giorno per sviluppare le relazioni armeno-italiane, nonché per rafforzare il ponte di unità e di amicizia e arricchirlo di nuovi contenuti. Oggi godiamo di ottimi rapporti politici.
I fili che legano i nostri due Paesi sono così forti e intrecciati che dopo l’indipendenza dell’Armenia non abbiamo avuto bisogno di sforzi particolari per stabilire ottimi rapporti politici. Uno dei miei obiettivi primari è lavorare per rafforzare e elevare le nostre relazioni economiche bilaterali allo stesso livello delle nostre eccellenti relazioni politiche.”


Note

[1] La linea è stata creata all’indomani dell’Accordo di Biskek del maggio 1994 che pose fine alla guerra del Nagorno-Karabakh (1988-1994). La catena montuosa del Murov è la parte settentrionale della linea di contatto e rappresenta essenzialmente un confine naturale tra le due aree. La lunghezza della linea di contatto è compresa tra i 180 e i 200 chilometri. Dopo la guerra nell’Artsakh del 2020, la linea di contatto è stata eliminata.

[2] https://www.bbc.com/news/world-europe-54882564

[3] https://www.hrw.org/news/2020/12/11/azerbaijan-unlawful-strikes-nagorno-karabakh

[4] Riconoscimenti ufficiali sono arrivati da paesi che non fanno parte dell’Onu: Transistria, Abcazia e Ossezia del Sud.

[5] https://www.ilgiornale.it/news/mondo/intervista-allambasciatore-dellazerbaijan-fine-delle-ostilit-1894003.html

[6] https://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/nota-farnesina-cessate-il-fuoco-in-nagorno-karabakh.html


Foto copertina:Ministro degli esteri azero, russo e armeno, da sinistra a destra. EP