Richard M. Nixon: “Tricky Dicky” il presidente dimissionario

Richard M. Nixon: “Tricky Dicky” il presidente dimissionario

L’8 agosto 1974, durante un discorso televisivo alla nazione, Richard M. Nixon, 37° presidente degli Stati Uniti, annunciava la decisione di dimettersi dalla presidenza. Ripercorriamo la storia di Nixon, dal confronto con Kennedy al rapporto con Kissinger, il Watergate e le dimissioni di “Tricky Dicky”.


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Il crollo del sostegno al Congresso segnò la fine della battaglia di Nixon, durata due anni, contro i mezzi d’informazione, le agenzie governative, il Senato, la Camera dei Rappresentanti e la Corte Suprema degli Stati Uniti – derivanti da un’irruzione avvenuta la notte del 17 giugno 1972, quando cinque ladri entrarono negli uffici del Comitato Nazionale Democratico presso il complesso di uffici Watergate a Washington D.C. Le dimissioni, unica nella storia della politica americana, arrivarono dopo che il comitato giudiziario della Camera dei rappresentanti votò per raccomandare il suo impeachment.

[..]In tutte le decisioni che ho preso nella mia vita pubblica, ho sempre cercato di fare ciò che era meglio per la nazione. Durante il lungo e difficile periodo del Watergate, ho sentito il dovere di perseverare, di compiere ogni possibile sforzo per portare a termine il mandato per il quale mi avete eletto. Negli ultimi giorni, tuttavia, mi è diventato evidente che non ho più una base politica abbastanza forte al Congresso tale da giustificare il proseguimento di questo sforzo. Finché esisteva una base di questo tipo, ho ritenuto fortemente necessario portare a termine il processo costituzionale, che fare altrimenti sarebbe stato infedele allo spirito di quel processo volutamente difficile e un precedente pericolosamente destabilizzante per il futuro. [..] Avrei preferito arrivare fino alla fine, qualunque fosse stata l’agonia personale che avrebbe comportato, e la mia famiglia mi ha esortato all’unanimità a farlo. Ma l’interesse della Nazione deve sempre venire prima di ogni considerazione personale.[..] Non ho mai mollato. Lasciare l’incarico prima che il mio mandato sia completato è ripugnante per ogni istinto del mio corpo. Ma come Presidente, devo mettere l’interesse dell’America al primo posto. L’America ha bisogno di un Presidente a tempo pieno e di un Congresso a tempo pieno, in particolare in questo momento con i problemi che dobbiamo affrontare in patria e all’estero. [..] Pertanto, mi dimetterò dalla Presidenza con effetto a mezzogiorno di domani. Il Vice Presidente Ford giurerà come Presidente a quell’ora in questo ufficio.[..][1]

 

La vita prima della presidenza

 Richard M. Nixon nacque a Yorba Linda, piccola fattoria nella California meridionale, crescendo però nella vicina Whittier. Dopo aver frequentato il Whittier College e la Duke University School of Law, aver lavorato come avvocato praticante, nel 1942 fu chiamato a servire nella marina degli Stati Uniti.[2] Dopo aver lasciato la Marina, nel 1946 fu scelto dal Partito Repubblicano come candidato al dodicesimo distretto alla Camera dei Rappresentati, seggio che vinse sconfiggendo la deputata democratica Helen Gahagan Douglas. Durante la campagna, sia Nixon sia la sua avversaria, parteciparono, grazie ad una pratica piuttosto diffusa all’epoca, alle primarie di entrambi i partiti e Nixon arrivò a un passo dall’aggiudicarsi, oltre alle primarie repubblicane, anche quelle democratiche.
A favorire Nixon nella lotta per la candidatura democratica ci fu il fatto che – con una certa spregiudicatezza – non rese chiara la sua affiliazione al partito repubblicano (una cosa possibile in un’epoca in cui gran parte della campagna elettorale si faceva tramite lettere, cartelloni e comizi). Al culmine della campagna, l’associazione “Veterani democratici” comprò una serie di spazi pubblicitari per mettere in guardia i democratici dall’affiliazione di Nixon e fu proprio in quei manifesti che, per la prima volta, Nixon venne soprannominato “Tricky Dicky” – l’ingannevole- il soprannome che gli sarebbe rimasto per tutta la vita insieme all’immagine di politico spregiudicato e pronto a qualunque bassezza pur di assicurarsi la vittoria.[3]
Dopo due mandati alla Camera, Nixon fu eletto al Senato degli Stati Uniti e nel 1952, grazie alla sua fervida reputazione anticomunista, il generale Eisenhower lo scelse come suo compagno di corsa alle presidenziali.[4]
Due mesi prima delle elezioni di novembre, il New York Post riportò che alcuni finanziatori della campagna elettorale avevano costituito un fondo segreto a favore di Nixon per le sue spese personali. Mentre alcuni membri all’interno della campagna di Eisenhower chiedevano di rimuovere Nixon dalla corsa, l’ex generale, rendendosi conto che non avrebbe potuto vincere senza di lui, era disposto a dargli la possibilità di ripulirsi. Il 23 settembre 1952, Nixon tenne un discorso televisivo a livello nazionale in cui riconobbe l’esistenza del fondo, ma negò che esso fosse stato utilizzato impropriamente giacché serviva solamente a coprire le spese della campagna. Dopo aver mostrato i risultati di un audit indipendente sulle sue finanze, Nixon procedette a rivelare la sua storia finanziaria[5] e invitò il candidato democratico Adlai Stevenson a fornire anche lui una storia delle sue finanze al pubblico che esortò a contattare il Comitato Nazionale Repubblicano per dare il loro parere sul rimanere o meno in corsa per le elezioni. 
Con capacità retorica Nixon riuscì poi a rigirare il discorso sui suoi nemici politici, sostenendo che a differenza delle mogli di tanti politici democratici, sua moglie, Pat, non possedeva una pelliccia, ma solo “un rispettabile cappotto di stoffa repubblicano”.

Ma il discorso viene principalmente ricordato per la sua conclusione nella quale Nixon affermò che ci fu una donazione alla campagna elettorale che egli ammise di aver ricevuto e di voler tenere per se stesso: un cocker spaniel che sua figlia di 6 anni, Tricia, aveva chiamato “Checkers”[6].

Anche se inizialmente Nixon pensò che il discorso fosse stato un fallimento, il pubblico rispose con fermento a quello che divenne noto come “Checkers Speech” e fu anche al risalto di esso che la coppia Eisenhower-Nixon riuscì a sconfiggere la coppia democratica formata da Adlai E. Stevenson e John Sparkman.
Durante i suoi due mandati come vice presidente, Nixon non assunse responsabilità significative ma le sue prestazioni contribuirono a rendere più importante il ruolo di vicepresidente e ad accrescerne l’importanza costituzionale. Degni nota furono, però, i suoi viaggi ben pubblicizzati all’estero, primo tra tutti il viaggio in Unione Sovietica nel luglio 1959 in occasione dell’apertura dell’Esposizione Nazionale Americana a Mosca. Il 24 luglio, durante il tour delle mostre con il Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Nikita Chruščëv, Nixon si fermò davanti ad un modello di una cucina americana e impegnò il segretario sovietico in un dibattito improvvisato nel quale iniziarono a confrontare i rispettivi stili di vita dei loro paesi.
In modo amichevole ma determinato, entrambi gli uomini esaminavano i meriti del capitalismo rispetto al comunismo, e viceversa[7].
Durante questo discorso, passato alla storia come “Kitchen Debate”, Nixon riuscì a sintetizzare molto bene il punto di vista e gli obiettivi degli americani: «Vede – disse a Chruščëv – ci sono settori nei quali voi magari siete superiori, ad esempio nello sviluppo dei vostri motori a razzo o nell’esplorazione dello spazio. Ma ci possono anche essere settori, come ad esempio la tv a colori, nei quali noi siamo davanti a voi». I russi, diceva Nixon al mondo, spendono i soldi per la tecnologia militare, mentre gli americani per rendere migliore la vita delle loro famiglie e delle casalinghe[8].
Con queste parole trasmesse in diretta dalla radio, Nixon non faceva altro che aumentare il suo prestigio interno.
Grazie alla sua popolarità, nel 1960, Nixon ottenne dal partito la nomina presidenziale per le elezioni generali contro il candidato democratico John F. Kennedy[9].
La campagna fu memorabile per una serie, senza precedenti, di quattro dibattiti televisivi tra i due candidati. Nonostante Nixon riuscì bene retoricamente a confrontarsi con l’avversario, Kennedy riuscì a trasmettere un’immagine attraente di giovinezza, di energia e di equilibrio fisico, convincendo la maggioranza degli elettori e riuscendo a vincere la nomina con circa 120.000 voti di scarto.
Successivamente alla vittoria di Kennedy, alcuni osservatori dichiararono presunte irregolarità in Texas e Illinois e alcuni importanti repubblicani, tra cui lo stesso Eisenhower, esortarono Nixon a contestare i risultati. Non volendo però causare una crisi costituzionale e avendo sentenze successive dimostrato che non vi erano state alcune irregolarità, Nixon fermò ulteriori indagini, ricevendo in seguito elogi da parte di sostenitori e critici per la dignità e la professionalità con cui stava gestendo la sconfitta[10].
A seguito della sconfitta, Nixon decise di ritirarsi a vita privata in California ma nel 1962, spinto dal suo partito, decise di candidarsi a governatore della California, ma perse contro il democratico in carica Edmund G. (“Pat”) Brown. In una memorabile conferenza stampa post-elettorale, Nixon annunciò il suo ritiro dalla politica e attaccò la stampa, dichiarando che «non avrebbe più avuto Tricky Dick da prendere a calci»[11].
Trasferitosi a New York dove riprese la professione di avvocato, negli anni a seguire si fece una reputazione di senior statesman”, leader capace di poter fare appello sia ai moderati sia ai conservatori del suo partito.
Con la sua voce calma e conservatrice, Nixon presentò un netto contrasto con l’escalation della guerra in Vietnam e le crescenti proteste contro la guerra. Coltivò il sostegno della base repubblicana, che rispettava la sua conoscenza della politica e degli affari internazionali, riuscendo a migliorare la sua reputazione con la pubblicazione sulla rivista Foreign Affairs dell’articolo intitolato “Asia after Vietnam[12].
“Asia After Vietnam” fu scritto da Nixon poco dopo tre mesi di lunghi viaggi all’estero dove ebbe l’occasione di incontrare i leader di governo di molti paesi in diversi continenti. In esso egli rinnovava e rafforzava il suo pensiero sempre attivo e informato sul rapporto strategico degli Stati Uniti con quasi tutti i paesi importanti del mondo. Nel suo approfondito scrutinio Nixon affermava che la guerra in Vietnam non potesse essere vinta con i metodi allora in corso, andando a confermare la sua opposizione al metodo del presidente Johnson[13] di escalation incrementale credendo che fosse essenziale in guerra colpire duramente all’inizio e mantenere il livello di pressione militare, e non ambivalentemente sollevarlo e abbassarlo come aveva fatto il presidente Johnson, sempre alla ricerca di una pace di compromesso.
Nixon credeva che la guerra potesse essere condotta in modo diverso, attraverso un graduale ritiro delle truppe americane e che presto sarebbe diventato chiaro agli sponsor del Vietnam del Nord, a Pechino e Mosca, che nessuna sconfitta degli Stati Uniti sarebbe stata possibile. A quel punto, e quando la discordia pubblica in Cina si fosse placata, dato l’estremo antagonismo tra i governi di Mosca e Pechino, sarebbe stato possibile per gli Stati Uniti, creare una diplomazia triangolare andando a sviluppare relazioni migliori e più produttive sia con l’URSS che con la Cina di quanto non abbiano avuto l’una con l’altra. Allo stesso tempo, era però cosciente di dovere rassicurare gli alleati tradizionali americani in Estremo Oriente sul fatto che un miglioramento delle relazioni sino-americane non sarebbe stato a loro spese. Dichiarava, inoltre, come nessun paese potesse continuare a tempo indeterminato in uno stato di disordine come la Cina, e che quando questo sarebbe emerso, poiché si concentrava sulle sfide interne e le carenze, ci sarebbe stato un vantaggio nello sviluppare un rapporto strategico con gli Stati Uniti, soprattutto data la minaccia di una completa rottura delle relazioni con l’Unione Sovietica.[14]

 

La presidenza

Nonostante la decisione di ritirarsi, sei anni dopo la sconfitta alle governative, il 1º febbraio 1968, Nixon fece un notevole ritorno politico annunciando formalmente la sua candidatura alle presidenziali di quell’anno, candidatura che ricevette una spinta inaspettata quando il 31 marzo dello stesso anno, il presidente in carica Lyndon B. Johnson annunciò di rinunciare a correre per un altro mandato presidenziale.
Nel 1968, mentre larghe proteste esplodevano in tutto il paese contro la guerra del Vietnam, Nixon riuscì a mantenere la sua campagna al di sopra della mischia, rappresentandosi come una figura stabile e facendo appello a quella che egli definiva la “maggioranza silenziosa”, ovvero quella larga fascia sociale del Paese rimasta esclusa, o tenutasi volontariamente al di fuori della vita politica, per sostenere con il voto la sua candidatura contro le idee radicali che si erano andate diffondendo.
Durante la campagna presidenziale, Nixon riuscì a costituire una coalizione di conservatori meridionali e occidentali e scelse come vicepresidente un candidato accettabile per il Sud, l’ex governatore del Maryland Spiro Agnew. I due intrapresero una campagna mediatica immensamente efficace con spot ben orchestrati e apparizioni pubbliche.
Nonostante i democratici mantennero la posizione di primo piano nei sondaggi per la maggior parte della campagna, l’assassinio del candidato presidenziale Robert Kennedy e una Convention democratica svoltasi tra violenti scontri in strada tra le forze dell’ordine e i giovani contestatori dell’establishment del partito, indebolirono le loro possibilità[15].
Il candidato repubblicano rappresentava una “calma in mezzo alla tempesta”. Prometteva una “pace con onore” e, pur senza mai affermare esplicitamente di poter vincere la guerra, affermò che «se a novembre questa guerra non sarà finita, dico che il popolo americano sarà giustificato nell’eleggere una nuova leadership, e vi prometto che la nuova amministrazione porrà fine alla guerra e vincerà la pace nel Pacifico», promettendo, inoltre, un ripristino della supremazia americana sui sovietici e un ritorno ai valori conservatori[16].
Ma come porre fine alla guerra e vincere la tanto desiderata pace nel Pacifico, Nixon non lo spiegò mai nei particolari e ciò portò i democratici, soprattutto il candidato presidenziale, Hubert Humphrey, a dichiarare che Nixon doveva avere qualche “piano segreto”.
Sebbene Nixon non usò mai un termine del genere, le parole di Humphrey gli facevano gioco e, non smentite, divennero l’argomento centrale della campagna elettorale. Il 5 novembre 1968, Nonostante la vigorosa ripresa di Humphrey nelle due ultime settimane di campagna elettorale, nonostante le prospettive di pace in Vietnam e l’appoggio all’ultimo momento di larghi settori dell’opinione pubblica pacifista, il disprezzo e l’avversione contro l’amministrazione Johnson avevano finito coll’aprire a Richard Nixon le porte della Casa Bianca.[17]

 

La dottrina Nixon

Quando il presidente Richard Nixon si incontrò con i giornalisti a Guam il 25 luglio 1969 per discutere il ruolo degli Stati Uniti in Asia, egli non immaginava che i suoi commenti venissero intesi come costituenti una nuova dottrina politica. Ma dopo che alcuni giornalisti iniziarono a riferirsi agli elementi chiave delle sue osservazioni come la “Dottrina Nixon”, egli apprezzò il valore politico della frase e cominciò lui stesso ad usarla pubblicamente[18].
Il 18 febbraio 1970, durante il primo report annuale al Congresso sulla politica estera Americana per gli anni 70, Nixon affermava: «Come già accennato durante il mio discorso del 3 novembre, noi americani siamo un popolo fai-da-te – un popolo impaziente. Invece di insegnare a qualcun altro a fare un lavoro, ci piace farlo noi stessi. Questa caratteristica è stata riportata nella nostra politica estera. […] Ma il mondo è drammaticamente cambiato dai tempi del Piano Marshall. Ora abbiamo a che fare con un mondo di alleati forti, di comunità di stati indipendenti che si stanno sviluppando, e un mondo Comunista ancora ostile ma ora diviso. Altri hanno ora la capacità e la responsabilità di affrontare le controversie locali che una volta avrebbero richiesto il nostro intervento. Il nostro contributo e il nostro successo dipenderanno non dalla frequenza del nostro coinvolgimento negli affari degli altri, ma dalla resistenza delle nostre politiche. Questo è l’approccio che meglio incoraggerà le altre nazioni a fare la loro parte, e sarà più genuinamente arruolare il sostegno del popolo americano. Questo è il messaggio della dottrina annunciata a Guam – “La Dottrina Nixon”. La tesi centrale di questa dottrina è che gli Stati Uniti parteciperanno alla difesa e allo sviluppo di alleati e amici, ma che l’America non può e non intende concepire tutti i piani, progettare tutti i programmi, eseguire tutte le decisioni e intraprendere tutta la difesa delle nazioni libere del mondo. Noi aiuteremo dove fa una vera differenza ed è considerato nel nostro interesse[…]».[19]

La prova della dottrina Nixon è il Vietnam e il presidente lo sa bene. Proprio per questo motivo egli esprime cauto ottimismo sul suo programma di vietnamizzazione. Ma se il fronte vietnamita dovesse rompersi a causa di nuove azioni nemiche, avverte il Presidente, gli Stati Uniti prenderebbero misure forti ed efficaci.

Nixon, con l’aiuto del consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger, riconfigurava l’impegno internazionale americano proponendo un mantenimento dell’azione statunitense fedele ai trattati vigenti ma liberava la Casa Bianca da pericolosi impasse bellici in altre regioni del mondo. Questa azione programmatica, meditata a lungo dai due politici, poggiava su vari argomenti, per certi versi convincenti e lungimiranti. In primo luogo, le azioni belliche lontane dal suolo nazionale, a maggior ragione se per motivi prettamente ideologici, trovavano sempre meno appoggio e disponibilità nell’opinione pubblica americana. In secondo luogo, un’Unione Sovietica ormai potenza nucleare doveva necessariamente modificare la percezione di forza intrinseca degli Stati Uniti. Terzo, non meno rilevante, nuovi attori internazionali stavano ormai valicando la linea invisibile che separa una potenza di livello medio da una di respiro internazionale non trascurabile. Soprattutto la Cina. Ecco quindi che il tentativo di una nuova “distensione” di portata globale doveva essere programmata per Kissinger e Nixon che partiva dalla considerazione, di ampia prospettiva, di un inevitabile legame tra le varie aree “calde” del globo, collegate e collegabili non solo tramite il warfare ma anche in special modo grazie all’azione diplomatica, specie se strutturata su una configurazione trilaterale. L’acutezza di percepire la necessità americana di aprirsi alla Cina sia per regolarizzare i propri rapporti con la nazione sia per dare una spallata di proporzioni rilevanti all’Urss, oramai in burrasca con Mao e compagni. Nixon e Kissinger realizzarono un quadro complesso e all’epoca considerato ardito, in quanto in molti temevano una reazione violenta dell’Urss all’apertura di contatto Usa-Cina.
Non solo. Aprendosi a un Paese considerato come nemico, i due statisti americani compivano un altro passo di intelligente pianificazione: é imprudente lasciare in isolamento un reale o potenziale avversario internazionale, poiché forte cresce il risentimento e la sindrome d’accerchiamento conduce spesso ad azioni miopi e gravide di conseguenze. Inoltre inclusione significa anche creare un legame e impedire che la controparte si possa sentire totalmente libera nel suo agire.
Sfruttare la rivalità Cina-URSS, inserendo gli Stati Uniti come ago della bilancia e possibile intermediario, fu una mazzata politica di non poco conto per l’establishment sovietico, un colpo politico che ebbe, come si sa, profonde ricadute, positive, sull’equilibrio internazionale.[20]


Note

[1] President Nixon’s Resignation Speech (https://www.pbs.org/)

[2] Biography of President Richard Nixon (https://www.nixonfoundation.org/)

[3] https://www.ilpost.it/

[4] Biography of President Richard Nixon (https://www.nixonfoundation.org/)

[5] Toccò tutto, dai soldi che guadagnava da speaking engagements, all’affitto che pagò per un appartamento in Virginia i quattro anni in cui era lì, all’assegno di 10 dollari che ricevette da un sostenitore troppo giovane per votare che aveva promesso di non incassare.

[6] Nixon’s Checkers Speech (https://www.pbs.org/)

[7] Stephen E. Ambrose, Nixon: The Education of a Politician 1913–1962. Volume I. (New York: Simon & Schuster, 1987)

[8] The Kitchen Debate – tran script (https://www.cia.gov/)

[9] https://www.opiniojuris.it/la-nuova-frontiera-john-fitzgerald-kennedy/

[10] Richard Nixon (https://www.biography.com/)

[11] The Last Press Conference (https://www.nixonfoundation.org/)

[12] Richard Nixon Biography (https://www.biography.com/)

[13] https://www.opiniojuris.it/la-nuova-frontiera-john-fitzgerald-kennedy/

[14] Asia After Viet Nam – Fifty Years On (https://www.nixonfoundation.org/)

[15] Richard Nixon Biography (https://www.biography.com/)

[16] Robert D. Schulzinger, A Companion to American Foreign Relations. (Oxford: Blackwell Publishing, 2003)

[17] Richard Nixon Biography (https://www.biography.com/)

[18] Jeffrey Kimball, The Nixon Doctrine: A Saga of Misunderstanding. Presidential Studies Quarterly, vol. 36, no. 1, 2006

[19] First Annual Report to the Congress on United States Foreign Policy for the 1970’s (https://www.presidency.ucsb.edu/)

[20] https://www.linkiesta.it/


Foto copertina: WASHINGTON, DC – APRIL 29: President Richard Nixon at a news conference. Photographed April 29, 1971 in Washington, DC. (Photo by Ellsworth Davis/The Washington Post via Getty Images)

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Michelle Benitez Garnateo

Michelle Benitez Garnateo

Michelle Benitez Garnateo, nata a Roma il 17 dicembre 1993, da madre romana e padre spagnolo naturalizzato basco. Fin da piccola ha convissuto con queste due culture.
Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università di Roma Tre nel marzo 2018.
Ha partecipato nel maggio del 2018 alla School “TERRORISMO: Analisi e Metodologie di prevenzione e contrasto” organizzata dalla SIOI e dalla NATO Defense College Foundation.

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