
Il rifiuto di Netanyahu del “Piano Trump” per Gaza si inserisce in una crisi più ampia: Houthi, Iran e nuove alleanze stanno mettendo alla prova l’architettura di sicurezza del Medio Oriente.
La presenza o meno di Hamas non sembra modificare, almeno nell’immediato, alcuni degli elementi centrali della strategia israeliana. Per analizzare le origini del movimento e le dinamiche che hanno contribuito alla sua affermazione è tuttavia necessario considerare il più ampio contesto storico e politico del conflitto israelo-palestinese, caratterizzato da decenni di occupazione, conflitto e mancata definizione di una soluzione politica condivisa.
Nel quadro delle proposte avanzate per Gaza, ai palestinesi viene richiesto il riconoscimento dello Stato di Israele, la rinuncia alla violenza e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti. Parallelamente, le autorità israeliane non hanno assunto un impegno equivalente in merito al riconoscimento di uno Stato palestinese o all’esercizio del diritto all’autodeterminazione, mantenendo inoltre una posizione restrittiva rispetto al ritiro delle proprie forze dalla Striscia.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito questa posizione il 9 agosto, confermando la propria opposizione alla creazione di uno Stato palestinese e sostenendo che le forze israeliane non lasceranno Gaza «fintanto che Hamas non sarà disarmato». Tale posizione ha contribuito al rigetto del piano in 15 punti elaborato dal cosiddetto «Board of Peace» per Gaza, evidenziando le difficoltà ancora presenti nell’individuare un quadro politico condiviso per la gestione della Striscia e per la fase successiva al conflitto.
Il rifiuto di Benjamin Netanyahu del piano in 15 punti promosso dal Board of Peace di Donald Trump non rappresenta soltanto l’ennesimo ostacolo alla ricerca di una soluzione per Gaza. È il punto di intersezione di dinamiche diverse che stanno progressivamente modificando gli equilibri del Medio Oriente.
Da una parte rimane irrisolto il nodo del disarmo di Hamas e del futuro governo della Striscia. Dall’altra, gli attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi riportano al centro la vulnerabilità della penisola arabica. Sullo sfondo, il confronto tra Stati Uniti e Iran continua a coinvolgere lo stretto di Hormuz e la sicurezza delle rotte energetiche. Parallelamente, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno appena sottoscritto un accordo di mutua difesa che segnala la crescente ricerca di strumenti regionali di sicurezza.
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Il piano di Trump e il nodo del disarmo
Il piano in 15 punti elaborato dal Board of Peace prevede un percorso progressivo nel quale il disarmo di Hamas dovrebbe accompagnarsi al ritiro delle forze israeliane e alla costruzione di un nuovo sistema amministrativo e di sicurezza nella Striscia.
Il meccanismo, almeno nella sua impostazione, cerca di evitare il problema più delicato dei precedenti tentativi diplomatici: chiedere alle parti di compiere simultaneamente concessioni difficilmente reversibili.
Il piano prevede infatti una sequenza di passaggi verificabili. Il disarmo dovrebbe essere accompagnato da un processo di transizione politica e dall’ingresso di una forza internazionale di stabilizzazione, mentre la gestione della sicurezza interna dovrebbe essere progressivamente trasferita a una nuova struttura palestinese.
È proprio sulla sequenza degli obblighi che emerge però la principale frattura.
Per Netanyahu, il ritiro israeliano non può precedere un disarmo effettivo e completo di Hamas. Il primo ministro israeliano ha ribadito pubblicamente che le forze israeliane non si ritireranno finché il movimento palestinese non sarà “veramente disarmato”. Reuters ha confermato che il governo israeliano considera il piano, nella sua configurazione attuale, incompatibile con questa esigenza di sicurezza.
Il Board of Peace, dal canto suo, sostiene che il progetto non sia stato abbandonato. Un suo esponente ha dichiarato il 10 agosto che il piano resta operativo e che l’attuazione dovrebbe procedere per fasi, sulla base di impegni verificabili.
Gaza come problema di sicurezza regionale
Il rifiuto israeliano assume un significato ancora maggiore se inserito nel quadro della sicurezza regionale.
La guerra di Gaza ha infatti prodotto una progressiva estensione geografica del confronto. Dal Mar Rosso al Golfo Persico, passando per Libano, Iraq e Siria, le dinamiche legate al conflitto israelo-palestinese hanno contribuito a trasformare la sicurezza mediorientale in un sistema interconnesso.
Gli Houthi rappresentano uno degli esempi più evidenti.
Il movimento yemenita ha rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi sauditi, compresa la raffineria Aramco di Jazan. L’attacco è arrivato pochi giorni dopo la firma dell’accordo di mutua difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, rendendo immediatamente evidente la vulnerabilità del regno saudita proprio mentre Riyadh cerca di costruire nuove garanzie di sicurezza.
La questione non riguarda soltanto la capacità degli Houthi di colpire infrastrutture energetiche. Il problema strategico è che un attore non statale relativamente periferico è riuscito a trasformare il Mar Rosso e il Golfo di Aden in spazi decisivi per la sicurezza internazionale.
Hormuz e la questione iraniana
Il secondo grande fronte è quello iraniano.
Lo stretto di Hormuz rimane uno dei principali chokepoint energetici del pianeta e la sua sicurezza costituisce una delle variabili fondamentali dell’equilibrio tra Iran, Stati Uniti e monarchie del Golfo.
La difficoltà di riaprire pienamente il confronto diplomatico tra Washington e Teheran mostra quanto sia fragile la situazione. La questione iraniana non riguarda soltanto il programma nucleare o le sanzioni: riguarda la capacità dell’Iran di esercitare pressione sulle infrastrutture energetiche e sulle rotte commerciali della regione.
Questo modifica anche il calcolo strategico israeliano.
Netanyahu si trova davanti a una regione nella quale la deterrenza appare sottoposta contemporaneamente a più pressioni. Gaza non è pacificata, gli Houthi possono colpire obiettivi sauditi, l’Iran rimane un attore centrale e gli Stati Uniti devono contemporaneamente sostenere Israele, proteggere gli alleati del Golfo e contenere il rischio di una nuova escalation.
In questo contesto, per il governo israeliano accettare un ritiro senza garanzie ritenute sufficienti può apparire come un rischio strategico superiore al costo diplomatico del confronto con Washington.
La ricerca di un nuovo ombrello regionale
È proprio qui che assume particolare rilevanza il nuovo accordo tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia.
Il patto di mutua difesa sottoscritto a Riad stabilisce che un’aggressione armata contro uno dei tre Paesi venga considerata un’aggressione contro tutti. La formula ha immediatamente attirato paragoni con il principio di difesa collettiva della NATO. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha infatti descritto il meccanismo come tecnicamente assimilabile all’Articolo 5 dell’Alleanza atlantica.
Il paragone, tuttavia, va utilizzato con cautela.
Non siamo davanti alla nascita di una “NATO mediorientale” nel senso pieno del termine. Il significato dell’accordo è piuttosto politico-strategico: tre potenze con caratteristiche molto differenti stanno costruendo una forma di deterrenza reciproca che può funzionare anche come strumento di autonomia rispetto alla tradizionale dipendenza dalla protezione americana.
La scelta di Riyadh è particolarmente significativa.
L’Arabia Saudita rimane uno dei principali partner degli Stati Uniti nella regione, ma negli ultimi anni ha contemporaneamente intensificato le proprie relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. La politica saudita sembra quindi muoversi verso una maggiore diversificazione strategica.
Il nuovo accordo può essere letto proprio in questa prospettiva: non necessariamente come un abbandono degli Stati Uniti, ma come la costruzione di una polizza assicurativa regionale nel caso in cui Washington non sia più disposta o non sia più in grado di garantire unilateralmente la sicurezza del Golfo. Analisti citati da Al Jazeera hanno sottolineato proprio la dimensione relativa al possibile ridimensionamento del ruolo americano.
Netanyahu e Trump: due elezioni, due interessi
Il fattore politico interno completa il quadro. Israele andrà alle urne il 27 ottobre 2026, in una consultazione destinata a essere profondamente condizionata dalla guerra, dalla sicurezza nazionale e dal futuro politico di Netanyahu. Negli Stati Uniti, invece, si avvicinano le elezioni di midterm. I calendari sono diversi, ma il problema politico è simile: entrambi i leader devono dimostrare alla propria base di essere in grado di controllare la situazione. Per Trump, il piano di Gaza rappresenta un’importante componente della narrazione internazionale della sua amministrazione. Dopo aver costruito il Board of Peace come strumento diplomatico, il presidente americano ha interesse a trasformare il progetto in un risultato concreto.
Per Netanyahu, invece, la priorità è evitare che un accordo venga percepito dall’elettorato israeliano come una concessione ottenuta sotto pressione americana.
È questa la ragione per cui il contrasto assume una particolare rilevanza.
Trump e Netanyahu rimangono alleati, ma il loro rapporto non elimina la divergenza tra gli interessi politici dei due governi. Il rifiuto pubblico israeliano rappresenta infatti una rara frattura tra Washington e Gerusalemme su una questione direttamente collegata alla gestione della guerra.
Il vero problema è il dopo
Il punto centrale, quindi, non è stabilire semplicemente se il piano Trump sia fallito.
Al momento, il Board of Peace sostiene che il processo sia ancora operativo. Ma il rifiuto di Netanyahu dimostra che la fase decisiva non è quella dell’annuncio diplomatico: è quella della sua traduzione in obblighi concreti.
Chi controllerà Gaza?
Chi garantirà il disarmo?
Chi avrà il monopolio della forza?
Quando Israele dovrà ritirarsi?
Quale ruolo avranno le forze internazionali?
E soprattutto: chi garantirà che il nuovo equilibrio non produca semplicemente una nuova fase del conflitto?
Foto copertina: Fonte: Reuters / AFP, ripresa da Al Jazeera. La fotografia mostra Trump e Netanyahu alla Casa Bianca il 29 settembre 2025.











