La peste suina africana: Pechino lotta contro il virus dimenticato

La peste suina africana: Pechino lotta contro il virus dimenticato

Non solo l’emergenza Covid-19, la peste suina africana (PSA) sfida la Cina, principale produttore e consumatore di carne di maiale.


 

Il 5 febbraio 2019 si è celebrato, secondo il calendario cinese, l’inizio dell’anno lunare dedicato al maiale, segno zodiacale tradizionalmente associato a ricchezza, prosperità ed abbondanza. Tuttavia, mentre strade, negozi e case dell’intero Paese venivano abbellite da paffuti maialini in previsione delle celebrazioni del Capodanno, Pechino ha iniziato a registrare i primi casi di una epidemia che ha colpito proprio i suini, la Peste Suina Africana (PSA). 

Noto anche con la sigla ASF – dall’inglese african swine fever –  il virus, non trasmissibile agli esseri umani, colpisce suini e cinghiali ed è solitamente letale. Allo stato attuale, non esistono né vaccini né cure[1], per cui l’unica soluzione efficace consiste nell’abbattimento di tutti gli animali presenti nell’allevamento in cui si è registrato il contagio, allo scopo di prevenire ulteriormente la diffusione del virus[2].
In Cina, il primo caso di PSA è stato registrato nell’agosto del 2018, in una fattoria della città di Shenyang, nella provincia del Liaoning. Due settimane dopo, il virus è stato individuato anche nel sud del Paese (Henan), in 60 capi di bestiame provenienti sempre dalla zona nordorientale (Liaoning), rivenduti da WH Group, principale produttore in patria e all’estero di carne suina[3].
Dopo circa due settimane, il governo cinese ha attuato le prime misure. Il Ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali, il 10 settembre del 2018, ha rilasciato il documento “Technical guideline for restocking of the African swine fever affected pig farms” e due mesi dopo, nel dicembre, ha avviato un piano triennale per accelerare la ripresa e lo sviluppo della produzione di carne suina, mirati a rafforzare la sorveglianza sulla diffusione dell’epidemia nonché sull’intera catena di produzione di carne suina, allo scopo di incrementare il controllo regione per regione, favorire la standardizzazione delle pratiche zootecniche e la meccanizzazione degli allevamenti di suini[4].

Nonostante la reattività delle autorità, il virus si è ben presto trasformato in una letale epidemia per l’intero Paese nell’arco di pochi mesi. Al 5 marzo 2020, sono 166 i focolai segnalati, localizzati in 31 differenti suddivisioni amministrative, per un totale di 1.193.000 decessi di capi di bestiame, uccisi dal virus stesso o abbattuti per limitare i fenomeni di contagio[5].

La PSA è particolarmente virulenta, classificata come malattia altamente contagiosa tanto da uccidere più del 90% degli animali infetti[6]. Oltre al caso cinese, infatti, anche altri Paesi hanno registrato un numero elevato di perdite di suini: la Corea del Sud è stata costretta ad abbattere 450.000 capi infetti, la Mongolia ha subito perdite pari a 3.000 capi mentre, nella sola isola di Sumatra, il governo indonesiano ha segnalato alla FAO la morte di 30 mila capi[7].

In Cina, inoltre, la legge prevede che, oltre ai maiali dell’allevamento infetto, vengano abbattuti tutti i suini nel raggio di 3 chilometri[8], il che giustifica l’elevato numero di decessi.

Altro fattore che ha favorito la diffusione dell’epidemia è legato alle misure adottate da Pechino per contrastare l’inquinamento. Nel 2015, allo scopo di prevenire la contaminazione delle acque da feci animali, il governo ha ridotto – e in alcuni casi proibito –  l’allevamento del bestiame in alcune zone meridionali del Paese, nelle quali la presenza di corsi d’acqua era particolarmente abbondante. La produzione di carne suina nel sud della Cina è così calata drasticamente.

Tuttavia, nell’aprile dell’anno seguente, allo scopo di soddisfare l’elevata domanda di carne di maiale della popolazione cinese, le autorità hanno avviato la strategia denominata nanzhu beiyang – letteralmente “allevare al nord i maiali del sud”. La filiera produttiva ha subito una radicale modifica: la produzione di carne di maiale è stata concentrata nelle aree settentrionali del Paese, affidata a piccoli allevatori residenti nelle aree rurali. Gli animali da macello sono poi soggetti a spostamenti su lunghe distanze per raggiungere le zone meridionali.

Il trasferimento dei suini ha contribuito alla diffusione del contagio: secondo i dati diffusi da Hua Cheng Security il 45% dei focolai scoppiati da agosto a dicembre 2018, ha visto il coinvolgimento di suini trasportati dal nord al sud del Paese[9]

A nulla è valsa la conseguente introduzione di misure restrittive al trasferimento dei suini. I divieti e le limitazioni non solo sono stati aggirati utilizzando marchi auricolari contraffatti o percorrendo strade secondarie per evadere i controlli, ma hanno anche favorito il traffico illegale degli animali ad opera degli “speculatori di suini” – chao zhu tuan. Questi, dopo aver provocato un focolaio – o aver suscitato il sospetto della diffusione del virus[10] – acquistavano un elevato numero di suini a prezzi ridottissimi. Ridotta l’offerta, reintroducevano i capi di bestiame sul mercato, rivendendoli a cifre decisamente più elevate[11].

Sebbene le autorità centrali abbiano previsto il pagamento, da parte delle amministrazioni provinciali, di un indennizzo– circa 1.200 RMB per ogni suino abbattuto – agli allevatori allo scopo di incentivarli a dichiarare la presenza di capi di bestiame malati, anche questa misura si è rivelata inefficiente.  La denuncia dei casi è divenuta una questione di potere e di denaro. I funzionari provinciali-  a cui spetta il compito di certificare lo scoppio di un nuovo focolaio -, preoccupati del bilancio delle proprie amministrazioni e di tutelare la propria immagine, sono apparsi piuttosto restii a dichiarare la contaminazione da PSA negli allevamenti[12].

La rapida diffusione del virus ha devastato gli allevamenti suini dell’intero Paese, primo al mondo per produzione e consumo di carne di maiale, generando un grave problema economico. L’industria legata ai suini contribuisce, infatti, per 128 miliardi di dollari all’economia nazionale e la carne di maiale costituisce ben il 60% della dieta dei cinesi[13]

Nel 2018, la sola Cina ha consumato la metà di tutta l’offerta globale di carne di maiale – di cui solo il 5% di provenienza estera – e prodotto 54 milioni di tonnellate di carne suina.

Tuttavia, quasi un anno dopo lo scoppio dell’epidemia, la popolazione suina è calata del 32,2% rispetto al 2018, determinando un drastico calo della produzione di carne di maiale (21,3%) e l’aumento dei prezzi[14]. Nell’estate del 2019, l’incremento del prezzo della carne suina è stato particolarmente ragguardevole: +17% a luglio, +46,7% ad agosto e+ 69,3% a settembre[15].  Basti pensare che la carne di maiale è divenuta così preziosa tanto da essere utilizzata da alcuni istituti di credito rurali come incentivo all’apertura di conti bancari[16].

Di recente, si è assistito ad un lieve raffreddamento dei prezzi. Alla fine del 2019, in vista delle celebrazioni per il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il governo ha immesso sul mercato 10.000 tonnellate di carne suina congelata, seguite da ulteriori 9.600 tonnellate in previsione dei festeggiamenti del Capodanno Cinese 2020[17]
La Cina, infatti, possiede delle riserve strategiche di carne di maiale tanto congelata che viva. L’obiettivo è quello di garantire la stabilità del suo prezzo: all’aumentare del costo della carne di maiale, il governo immette parte del proprio stock nel mercato; se i suini diventano troppo economici, lo Stato ne acquista in maggiore quantità allo scopo salvaguardare l’utile dei propri allevatori.

Inoltre, agli inizi del 2020, Pechino e Washington hanno firmato l’accordo della “fase uno” dei negoziati: i dazi sulla carne di maiale americana sono scesi dal 35% all’8%, favorendo le importazione di carne suina dagli Usa. Nel complesso, l’import di carne straniera è stato favorito (+63% nel 2019 rispetto all’anno precedente). Non solo gli USA, ma anche Canada, Giappone, Regno Unito, Brasile, Australia sono andati incontro ad un incremento delle proprie esportazioni di carne suina verso la Cina[18]

Tuttavia, lo scoppio dell’epidemia di Covid-19 ha ulteriormente esacerbato la tensione nel Paese: a febbraio, le restrizioni imposte sugli spostamenti di persone e sul trasporto delle merci hanno causato il blocco di molti carichi di carne nei porti cinesi. Data l’assenza di un vaccino anti PSA, la ripresa del settore suinicolo appare piuttosto lenta. Ci si attende, dunque, un ulteriore calo della produzione interna (33%) e del consumo nazionale di carne, con un conseguente aumento delle importazioni[19].


Note

[1] EUROPEAN FOOD SAFETY AUTHORITY, “Peste suina africana”: https://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/african-swine-fever

[2] IL POST (2019), “La Cina ha un serio problema con la peste suina africana”, https://www.ilpost.it/2019/03/25/peste-suina-africana-cina/

[3] MARKET INTEL (2018) “African Swine Fever Outbreak in China”, https://www.fb.org/market-intel/african-swine-fever-outbreak-in-china

[4] FAO (2020), “ASF situation in Asia update”,http://www.fao.org/ag/againfo/programmes/en/empres/ASF/situation_update.html

[5] REGIONAL REPRESENTATION OIE FOR ASIA AND THE PACIFIC, “Situational updates of ASF in Asia and the Pacific”, http://rr-asia.oie.int/en/projects/asf/

[6] UFFICIO FEDERALE DELLA SICUREZZA ALIMENTARE E DI VETERINARIA, “Peste suina africana (PSA)”, https://www.blv.admin.ch/blv/it/home/tiere/tierseuchen/uebersicht-seuchen/alle-tierseuchen/afrikanische-schweinepest-asp.html

[7] FAO (2020), “ASF situation in Asia update”, http://www.fao.org/ag/againfo/programmes/en/empres/ASF/situation_update.html

[8] IL POST (2019), “La Cina ha un serio problema con la peste suina africana”, https://www.ilpost.it/2019/03/25/peste-suina-africana-cina/

[9] YANZHONG H. (2020), “Why Did One-Quarter of the World’s Pigs Die in a Year?”, https://www.nytimes.com/2020/01/01/opinion/china-swine-fever.html

[10] Gli “speculatori di suini” – secondo quanto riportato dalla rivista China Comment – hanno intenzionalmente abbandonato nelle fattorie brandelli di suini o mangime infetto mediante l’utilizzo di droni oppure, collocando carcasse di suini lungo le strade, hanno intimorito gli allevatori instillando il dubbio che il contagio fosse vicino.

[11] LIU Z. (2019), “Chinese criminal gangs spreading African swine fever to force farmers to sell pigs cheaply so they can profit”, https://www.scmp.com/news/china/politics/article/3042122/chinese-criminal-gangs-spreading-african-swine-fever-force

[12] SCHNEIDER J. (2019), “Chinese Gangs Use Drones to Spread African Swine Fever”, https://chinatalk.substack.com/p/chinese-gangs-use-drones-to-spread

[13] WANG Z. (2019), “Xi Jinping e la crisi della carne di maiale”, http://www.asianews.it/notizie-it/Xi-Jinping-e-la-crisi-della-carne-di-maiale-48053.html

[14] LEE A. et al. (2019), “China aims to become self-sufficient in pork production despite African swine fever”, https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3026793/china-aims-become-self-sufficient-pork-production-despite

[15] XU W. (2019), “China’s Pork Prices to Fall Next Year, Economics University Predicts”,  https://www.yicaiglobal.com/news/china-pork-prices-to-fall-next-year-economics-university-predicts

[16] HE H. et al. (2019), “China’s pork crisis: local banks offer meat to new customers with African swine fever set to continue”, https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3042638/chinas-pork-crisis-local-banks-offer-meat-new-customers

[17] IL POST (2019), “Le enormi riserve di carne della Cina”, https://www.ilpost.it/2019/10/12/cina-carne-riserve/

[18] TERAZONO E. et al (2020), “How swine fever is reshaping the global meat trade”,  https://www.ft.com/content/42f2170a-20e8-11ea-b8a1-584213ee7b2b

[19] HALEY et al. (2020), “African Swine Fever Shrinks Pork Production in China, Swells Demand for Imported Pork”, https://www.ers.usda.gov/amber-waves/2020/february/african-swine-fever-shrinks-pork-production-in-china-swells-demand-for-imported-pork/


Foto copertina: swineweb


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Rosalia Severino

Laureata in “Lingue e letterature comparate” (inglese e cinese) presso l’università degli Studi di Napoli “L’Orientale” nel 2017, ha conseguito, nel dicembre del 2019, la laurea magistrale in “Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa” (curriculum Cina) presso il suddetto ateneo.
Appassionata del mondo Cina e di politica internazionale, ha studiato per un semestre presso la East China University of Political Science and Law di Shanghai dove ha avuto modo di approfondire le sue conoscenze in materia di geopolitica ed internazionalizzazione.

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