Il Perù è da ormai oltre vent’anni al centro di una crisi politica senza precedenti. Si sono succeduti sei presidenti dal 2000, tutti deposti in anticipo a causa di reati legati alla corruzione.


 

Le statistiche più recenti fornite dall’ente “Our World in Data” dimostrano infatti che dal 2012 al 2018 la corruzione in Perù è incrementata dell’8%, nonostante fosse già diffusa in modo considerevole[1].
Alberto Fujimori, presidente dal 1990 al 2000, diede inizio al processo di instabilità che perdura ancora oggi, fu proprio lui infatti ad imporre una struttura statale che pose le basi per lo stato corrotto che viene constatato tuttora. In seguito ai reati commessi, fu condannato a 25 anni di reclusione (pena che sta attualmente scontando) per crimini contro l’umanità.
Dopo la nomina di un governo di transizione capeggiato dal leader Valentín Paniagua, nel 2001 fu eletto Alejandro Toledo, che finì per essere accusato di aver ricevuto tangenti per 20 milioni di dollari da parte dell’impresa brasiliana di costruzioni Odebrecht in cambio di appalti pubblici[2].
Successivamente, i presidenti Alan García (2006-2011), Ollanta Humala (2011-2016) e Pedro Pablo Kuczynski (2016-2018) furono anch’essi coinvolti in casi di tangenti conferite sempre dalla stessa Odebrecht, che compromise anche dodici paesi dell’America Latina e dell’Africa[3]. Queste vicende mettono in evidenza una corruzione sistematica all’interno dell’apparato statale peruviano che lo rende fragile ed instabile, fortemente influenzato e controllato da una ristretta cerchia di persone (i presidenti in primis) che agisce secondo i propri interessi.

Anni adiacenti

Con la destituzione di Pedro Pablo Kuczynski nel 2018, fu eletto il suo vicepresidente Martín Vizcarra. Il suo caso è particolare, in quanto non appena eletto decise di sciogliere il Congresso (il Parlamento unicamerale del Perù) da lui considerato corrotto ed indire nuove elezioni parlamentari in quella che chiamò “crociata contro la corruzione”. Infatti, ciò che premeva di più Vizcarra era proprio di far approvare al Congresso una legge anticorruzione che colpiva gli enormi interessi di diversi gruppi industriali, in cui erano coinvolti anche il mondo giudiziario ed amministrativo dello Stato.

Ma fu proprio il nuovo Congresso che, evidentemente contrario a questa proposta di legge e ad un Presidente insistente, dopo due anni lo destituì avanzando due mozioni, una prima fallita lo scorso settembre e una seconda approvata per la rimozione dal suo incarico. Stando alle accuse del Congresso, l’ex presidente avrebbe infatti accettato tangenti tra il 2014 ed il 2015 per favoritismi in appalti pubblici quando occupava la carica di Governatore della regione Moquegua. Vizcarra in un discorso al Congresso ha invece dichiarato che “non ci sono prove affidabili di alcun crimine, e non ci saranno, perché non ho raccolto tangenti“. Aggiungendo poi che “La storia e il popolo peruviano giudicheranno la decisione presa da ciascuno di voi“.[4]

Le radici di questo governo corrotto iniziarono a radicarsi negli anni 1990 con il presidente Alberto Fujimori (1990-2000). Quest’ultimo infatti ha influenzato la politica dei successivi vent’anni, rendendo il Perù un paese ancora più fragile. I partiti sono infatti rimasti di stampo fujimorista, quindi con una forte inclinazione ad esercitare il potere al fine di proteggere i propri affari illeciti[5].

È proprio per questo motivo che Vizcarra aveva deciso di istituire un nuovo Congresso di stampo non fujimorista. I nuovi eletti però restavano comunque discutibili.
Dall’inizio della pandemia, migliaia di peruviani sono morti per mancanza di letti o di ossigeno negli ospedali.
Il parlamento a settembre ha cercato di dimettere Vizcarra per questa ragione ma senza successo, più avanti infatti sono riusciti a farlo accusandolo di corruzione. In Parlamento solo 19 dei 130 Congressisti votarono per la continuazione di Vizcarra il 9 novembre scorso. “Non voglio che in nessuna maniera si possa intendere che il mio servizio al popolo sia stato solo una volontà di esercitare il potere” ha affermato Vizcarra in un discorso presso la sede dell’esecutivo, accompagnato dai ministri di gabinetto, negando quindi l’impeachment.

La sua destituzione suscitò un forte e condiviso malcontento popolare, in quanto Vizcarra veniva considerato difensore di un’agenda positivamente riformista. La sua destituzione è stata quindi vista come un golpe istituzionale[6]. Al suo posto venne nominato il Presidente del Congresso Manuel Merino. Le rivolte sono state inoltre alimentate da un dissenso generale della popolazione convinta che Merino possa e voglia fermare lo sviluppo economico e sociale del paese, infatti molti dei parlamentari che presero in carico la destituzione di Vizcarra avevano anche intenzione di fare marcia indietro su alcune importanti riforme (concernenti per esempio l’educazione superiore) promosse da Vizcarra[7].

Queste manovre, alle quali si sommarono l’intento di rimozione del Procuratore Generale di Stato e la censura dei mezzi di comunicazione statale per non diffondere le proteste, portarono alle proteste di piazza di migliaia di giovani. La repressione delle proteste impartita dal governo di Merino terminò con la morte di due giovani ragazzi. A causa dell’indignazione generale per l’assassinio dei due giovani, Merino, spinto anche dal Presidente del Congresso, rinunciò alla sua carica dopo sei giorni[8].

Dopo 24 ore senza Presidente in carica, il 16 novembre i membri del Congresso hanno eletto Francisco Sagasti ad interim, noto per essere un buon negoziatore, il cui obiettivo è garantire che le elezioni presidenziali dell’11 aprile 2021 si compiano in tempo e nel rispetto della legge, ma soprattutto promettendo di non candidarsi alle elezioni del prossimo anno[9].

Prospettive future

Sembra che l’elezione di Sagasti abbia calmato le tensioni, ma le cause più profonde per le quali sono iniziate le proteste restano ancora in piedi. A tal proposito, l’interrogativo è fino dove arriveranno i cambiamenti. Anche se comunque tra i manifestanti non è presente un’agenda comune, assumono consenso la necessità di maggior trasparenza e innovazione nella politica al fine di evitare corruzione e dare un impulso al paese, soprattutto attraverso la riforma dell’educazione superiore che si stava via via implementando.

Nel luglio 2021 il Perù celebrerà i 200 anni della sua indipendenza. È proprio nel 2021 che avverranno le nuove elezioni politiche [10]e la domanda sorge spontanea: sarà in grado il popolo peruviano di eleggere il nuovo presidente cercando di far fede ai propri obiettivi futuri riguardo a trasparenza ed innovazione politica?


Note

[1] https://ourworldindata.org/grapher/ti-corruption-perception-index?time=2018

[2] https://www.france24.com/es/programas/historia/20201117-en-los-%C3%BAltimos-30-a%C3%B1os-per%C3%BA-contabiliza-6-presidentes-acusados-de-corrupci%C3%B3n

[3] https://expansion.mx/mundo/2020/11/15/8-ex-presidentes-peru-acusados-corrupcion

[4] https://giuliochinappi.wordpress.com/2020/11/14/peru-destituito-il-presidente-vizcarra-triplice-crisi-nel-paese/

[5] https://www.mondoemissione.it/america-latina/peru-una-democrazia-in-terapia-intensiva/

[6] https://ilbolive.unipd.it/it/news/crisi-politica-sociale-peru

[7] https://expansion.mx/mundo/2020/11/23/estas-son-las-causas-profundas-de-la-inestabilidad-politica-en-peru

[8] https://www.elperiodico.com/es/internacional/20201117/que-pasa-en-peru-8206495

[9] https://peru21.pe/opinion/infiltrados-noticia/?ref=p21r

[10] https://www.mondoemissione.it/america-latina/peru-una-democrazia-in-terapia-intensiva/


Foto copertina: Proteste in Perù. VulkanoPerù