Il populismo “Anti Casta” e i costi della democrazia

Il populismo “Anti Casta” e i costi della democrazia

Il sentimento di antipolitica rischia di condurci verso la mortificazione della democrazia rappresentativa, eliminando tutto ciò su cui si fonda la partecipazione politica.


 

L’Italia da ormai molti anni, vive quella che molti, seppur non unanimemente, definiscono come “Terza Repubblica”. Dopo il susseguirsi di governi a partire dalla crisi economica del 2008 e le conseguenti riforme di “lacrime e sangue”, era pressoché inevitabile l’ascesa di idee populiste accompagnate da movimentismi che alimentano l’idea della politica come elemento negativo e contro il popolo.
Tale idea ha portato a due ordini di conseguenze potenzialmente pericolose, oltre l’evidente ed ineluttabile astensionismo.

La prima e più immediata conseguenza è la concezione secondo cui per esercitare la sovranità popolare sia necessaria, e sufficiente, l’essere cittadino, anche senza alcun tipo di preparazione e senza seguire alcun cursus honorum. Come numerosi commenti fanno notare, ciò porta alla immedesimazione fra volontà dei rappresentati con quella dei rappresentanti[1], tornando indietro alla concezione, superata e irrealizzabile, di democrazia diretta[2] e mortificando la democrazia rappresentativa.

L’idea che il popolo stesso possa prendere le decisioni, in un momento storico in cui i partiti vivono la loro peggiore crisi di credibilità dai tempi di Tangentopoli, ha innescato un meccanismo per cui in posizioni strategiche per ogni istituzione, dai sindaci ai ministri, siano stati eletti o nominati soggetti senza alcuna esperienza politica, spesso accompagnata addirittura da assenza di qualifiche professionali o titolo di studio.

Corollario del principio secondo il quale debbano essere i cittadini, e non la politica, a prendere le decisioni è l’eliminazione di qualsiasi elemento riconducibile alla classe politica e partitica.

Ciò si è riflesso anche nel linguaggio, dove le parole “partito” o “politico” hanno assunto le sembianze di elementi distorsivi e lesivi per la democrazia, tanto da essere spesso sostituiti con “movimento”, “rappresentante” o “portavoce”.

Pertanto, non considerando più i partiti il mezzo per esercitare la sovranità popolare[3], il passo immediatamente successivo è stato quello di demolire la struttura possente che i partiti avevano, già minata dopo la fine della prima repubblica.

Seppur questo ultimo punto può essere parzialmente giustificato a causa del susseguirsi di scandali trasversali su milioni di euro “scomparsi” dopo essere stati in mano ai partiti, ciò non è sufficiente ad esimere da critiche l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

I partiti che hanno caratterizzato il dopo guerra fino al 1992, dal Partito Comunista al Movimento

Sociale Italiano, passando per le immense strutture del Partito Socialista Italiano e soprattutto della Democrazia Cristiana, erano caratterizzati da una ideologia di fondo e da processi decisionali che partivano da una dialettica continua della loro base; tali processi, ben più complessi e articolati degli odierni dialoghi sui social network, avevano inevitabilmente dei costi. Ogni partito aveva la propria casa editrice, utilizzata per diffondere le idee dei diversi esponenti e per cercare un fondamentale consenso del proprio elettorato, informandolo e chiarendogli tutti gli spunti ideologici e culturali che fondavano le idee portate avanti nelle istituzioni.[4]

A ciò va aggiunto il fondamentale apporto alla partecipazione che i partiti davano attraverso i circoli che si trovavano in ogni piazza principale di ogni comune, dalle grandi città ai piccoli centri abitati di campagna, nel quale ci si poteva confrontare e studiare fascicoli e libri concernenti le ideologie di partito.

Tutto ciò aveva ovviamente un costo, costo che non può essere eliminato in nome dell’antipolitica perché eliminando tali costi non si va a creare un risparmio ma solo un taglio della cultura politica e un conseguentemente impoverimento culturale di una classe rappresentativa sempre più adagiata sul tweet di impatto e non sulla concreta argomentazione.
A queste considerazioni si lega la seconda conseguenza del populismo anticasta, ossia il taglio dei costi della politica che si traduce in un taglio della democrazia.
Infatti si è arrivati al punto in cui due diverse tipologie di costi vengono confuse diventando un tutt’uno, da un lato i costi della politica, emolumenti, rimborsi spese, diaria e spese di segreteria, e da un lato i costi della democrazia, ossia i costi necessari per il corretto funzionamento del sistema rappresentativo.
Ebbene, tale confusione ha portato alla volontà di eliminare strutture democratiche in nome della battaglia sulla riduzione dei costi della politica e il millantato risparmio che il comune cittadino può ottenere a seguito di una riduzione di rappresentanti.
Il primo, paradossale, taglio ai costi della democrazia è avvenuto con l’abolizione delle province con la cd. Legge Del Rio[5], anticipata nella Regione Siciliana che aveva già abolito tali enti territoriali nel 2014.
Il paradosso sta in primis nel fatto che la legge si poneva come presupposto della riforma costituzionale oggetto del referendum del 2016 bocciato dalla maggioranza dei cittadini. Pertanto, data l’immutata architettura costituzionale, nonostante tale abolizione le province rimangono previste esplicitamente dall’art.114 Cost.
Il secondo paradosso, che ha comportato nei fatti degli enormi danni, è che non sono state totalmente eliminate ma sono semplicemente state sostituite, oltre che dalle Città Metropolitane, dai Liberi Consorzi che però non hanno le medesime competenze.
In sostanza ciò che si è eliminato è la rappresentanza politica e una istituzione che aveva fondamentali competenze oggi oggetto del proverbiale scarica barile fra Comuni e Regioni, Le province infatti avevano competenze in materia di strade provinciali, che in alcuni territori sono la stragrande maggioranza, e sull’edilizia scolastica oggi abbandonata a se stessa.[6]

In definitiva, senza entrare nel merito della ripartizione di competenze per cui bisognerebbe analizzare l’intera e fallace riforma del Titolo V del 2001, vi è stato un taglio della democrazia ben più costoso del taglio della politica costituito dall’eliminazione dei consigli provinciali.
Se questo taglio sembra ormai lontano dalle cronache, seppur ancora scuole e strade ne risentono terribilmente, una nuova riforma potrebbe tagliare ancora di più la democrazia.
Nell’8 ottobre 2019 il parlamento ha definitivamente approvato la Legge Costituzionale con il consenso di quasi la totalità dei deputati e senatori, ma che ha visto la richiesta, da parte di un quinto dei senatori[7], di sottoposizione al Referendum Costituzionale cosi come sancito dall’Art.138 Cost.
Questa riforma degli articoli 56,57 e 59 della Costituzione, qualora confermata dalla volontà popolare, comporterebbe la riduzione dei deputati da 630 a 400 e la riduzione dei senatori da 315 a 200.
L’idea che è stata alla base di questo “taglio” è l’enorme risparmio che i cittadini avrebbero a seguito della diminuzione degli stipendi e tutto ciò che comporta ogni deputato nazionale.
Tuttavia, stando alle stime effettuate dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiano di Carlo Cottarelli, il risparmio effettivo sarebbe di circa 57 milioni annui, pari allo 0.007% della spesa pubblica.

Quindi se il risparmio economico è cosi irrisorio, quale sarà la più concreta conseguenza?

Oltre il tempo che ci vorrà a ridisegnare i collegi e ad elaborare una nuova legge elettorale, impegnando il parlamento in dibattiti meno importanti di quelli che ci saranno a seguito della crisi economica e sanitaria che stiamo vivendo, ci sarà un vero e proprio deficit di rappresentanza. Il rapporto fra abitanti e deputati, allo stato attuale, è di un deputato ogni 96.000 abitanti, mentre dopo la riforma sarebbe di 1 ogni 151.000.

Se vogliamo confrontare il dato post riforma con i parlamenti dei principali paesi dell’Unione Europea notiamo come la Germania ha un rapporto di 0,9 deputati ogni 100.000 abitanti, mentre l’Italia ne avrebbe 0,7 a fronte degli 1,3 attuali.
In definitiva, è proporzionato il taglio dello 0,007% della spesa pubblica rispetto alla diminuzione del rapporto fra deputato nazionale ed abitanti?
E’ necessario tagliare i rappresentanti per tutelare la democrazia, ovvero sarebbe più opportuno rendere più efficiente la rappresentanza attraverso l’introduzione del voto nominativo al posto delle liste imposte dai partiti?
Un dibattito costruttivo, scevro di idee che mirano alla “pancia” di un elettorato insoddisfatto, dovrebbe ripartire dal ruolo fondamentale che la politica ha e deve avere in uno stato democratico, ricostruendo e non eliminando.


Note

[1] G.MOSCHELLA, Crisi della rappresentanza politica e deriva populista, in www.giurcost.org, Consulta Online fascicolo II 2019

[2]  F.M.PELLICANO, Gli istituti di democrazia diretta, giustamm.it n.11/2016 La democrazia diretta concettualmente    presuppone l’assenza di intermediari tra cittadino e istituzioni e la  partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni    pubbliche e, per l’effetto, si risolve in un mero idealesi ritiene, infatti, che tale modello nella sua forma pura sia    assolutamente inapplicabile nella società contemporanea, sia da un punto di vista pratico, data la complessità    dell’ordinamento, sia perché si nutrono fondati dubbi sulle capacità di discernimento delle “persone comuni” e nella    spontanea volontà di partecipazione.  La maggioranza della popolazione, infatti, è disinformata e disinteressata alla   politica, se non quando quest’ultima  venga a toccare direttamente gli interessi personali.  Peraltro i rischi connessi al   conferimento di un potere troppo ampio a cittadini non informati ed inesperti, sono di  diversa natura, tra questi la   demagogia e la manipolazione da parte di alcuni gruppi più forti.

[3] Costantino Mortati sosteneva che il partito esprime una funzione determinante per l’esplicazione dei diritti politici e caraterizza la forma di Stato di democrazia pluralista. F.LANCHASTER, commento a C.Mortati, Concetto e funzione dei partiti politici in Quaderni di ricerca, s.l. 1949, in Nomos rivista quadrimestrale di teoria generale, diritto pubblico comparato e storia costituzionale.

[4] R.BIN, Costituzioni, partiti e costi della politica, in www.robertobin.it. Il partito investiva nell’elaborazione delle sue linee politiche, e queste si 100 ROBERTO BIN diffondevano in tutte le sue strutture periferiche. Oggi, il giornalista che va ad intervistare i politici sull’energia nucleare, si sente rispondere delle bestialità, una serie di considerazioni banali prive di base conoscitiva, ognuno libero di esprimere la “sua” opinione come se fosse davvero titolato ad averne una

[5] Legge 56/2014 rubricata Disposizioni su città metropolitane, province, sulle unioni e fusioni di comuni

[6] https://www.ilsole24ore.com/art/province-addio-anzi-no-storia-dell-ente-locale-meno-amato-e-mai-abolitoABTznDsB

[7] Richiesta sottoscritta da 71 senatori e depositata in Corte di Cassazione il 10 gennaio 2020


Foto copertina:I 5 stelle in Parlamento: “Lo apriremo come una scatola di tonno”. Quotidiano.net


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Emanuele Cocchiara

Emanuele Cocchiara, Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo e praticante avvocato in materia di Diritto Amministrativo e Civile.
Autore di articoli giuridici e promotore di progetti di diffusione del Diritto Costituzionale e dell’educazione alla cittadinanza nelle scuole secondarie, col fine di incentivare le nuove generazioni alla partecipazione attiva e politica.

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