Portella della Ginestra: strage di Stato?

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In questo breve libro edito da Castelvecchi Editore, Emanuele Macaluso, ripercorre uno dei tanti misteri italiani ponendo un sinistro interrogativo: la strage di Portella della Ginestra è una strage di Stato?


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“Di sicuro c’è solo che è morto”: con queste parole,Tommaso Besozzi, inizia a raccontare ai lettori dell’Europeo la storia della morte misteriosa[1] del bandito Salvatore Giuliano, avvenuta a Castelvetrano il 5 luglio del 1950[2].
Ma chi era Salvatore Giuliano? Materialmente l’autore della strage che il primo maggio 1947 si consumò a Portella della Ginestra, un pianoro collinare a pochi chilometri da Palermo, fra San Giuseppe Jato, Sancipirello e Piana degli Albanesi. Quel giorno sono in tanti a Portella dato che si festeggia anche la vittoria del Blocco del Popolo alle prime elezioni regionali svoltesi, il 20 aprile. E quando alle ore 10:15, Giacomo Schirò, calzolaio, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato pronuncia le prime parole, dalle montagne circostanti qualcuno inizia a sparare sulla folla e sul terreno restano 11 morti e 27 feriti.

Il libro aiuta a far comprendere al lettore una realtà complessa nel periodo storico più difficile della storia italiana. La strage si inserisce in un quadro politico e sociale particolare che si manifestò dal luglio 1943 con lo sbarco degli alleati. Un intreccio tra Stato, Mafia, Politica, Banditismo, desiderio di autonomia e presenze straniere, lotte sociali e politiche per la redistribuzione delle terre.  Un sottobosco cupo, torbido dove ambigui personaggi si aggirano e proliferano.
Forse per meglio comprendere il tutto, bisogna fare attenzione alle dichiarazioni di Gaspare Pisciotta dalla gabbia dell’Assise di Viterbo. E’ il 16 aprile del 1951. Davanti ad una folla di giornalisti, Pisciotta fa i nomi dei mandanti della strage e racconta per filo e per segno incontri e trattative fra banditi e uomini delle istituzioni, con tanto di promesse di impunità. “Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”, urla. E aggiunge: “Io ho liquidato Giuliano senza alcun vantaggio materiale. Chiedo che Luca venga a deporre: voglio vedere se riuscirà a dimostrare di avermi dato una sola lira dei 50 milioni della taglia. Sono un bandito, signori, ma un bandito onesto!”. Un caffè alla stricnina lo ammazzerà il giorno prima della deposizione che avrebbe dovuto rendere al sostituto procuratore Pietro Scaglione nel febbraio del 1954.


Note

[1] Salvatore Giuliano fu ritrovato morto a Castelvetrano il 5 luglio del 1950. La dinamica raccontata dai Carabinieri non corrisponde alla realtà. Giuliano non è stato ucciso in un conflitto con le forze dell’ordine, ma assassinato nel sonno probabilmente da suo cugino e braccio destro Gaspare Pisciotta. Lo stesso Pisciotta sarà assassinato con un caffè alla stricnina nel carcere dell’Ucciardone a Palermo nel febbraio del 1954.

[2] Nel 1950 (L’Europeo n. 29) pubblica un’inchiesta sulla vicenda dell’uccisione del bandito Giuliano dal titolo Di sicuro c’è solo che è morto, nella quale smentisce la versione ufficiale del fatto.Besozzi scopre che il bandito non era stato ucciso dai carabinieri, ma dal suo amico Pisciotta. Con la sua inchiesta consente di capire meglio i legami tra la mafia (che si era sbarazzata dell’ormai scomodo bandito), la politica e diversi apparati dello Stato. Secondo Ferruccio De Bortoli l’inchiesta di Besozzi è una pietra miliare del giornalismo investigativo italiano.


Foto copertina: Copertina libro