L’odierna fisionomia del reato di atti persecutori

L’odierna fisionomia del reato di atti persecutori

Brevi spunti di diritto sostanziale per ricostruire il modo d’essere dello stalking alla luce della più recente giurisprudenza.


 

Il contesto sociale, tecnologico e culturale di oggi consente ai soggetti di intrattenere rapporti sempre più costanti, dinamici ed assidui rispetto a un tempo. Con l’avvento delle moderne tecnologie informatiche la comunicazione inter-personale ha subito una rivoluzione copernicana, divenendo facile, fluida, libera e, proprio per tali ragioni, anche pericolosa.
Le attività legate a tali innovazioni, se da un lato rivestono un ruolo positivo, soprattutto in un momento storico in cui si assiste all’impossibilità di incontrare fisicamente altre persone, dall’altro lato, tuttavia possono arrivare ad assumere connotazioni patologiche, tanto da dare luogo a situazioni penalmente rilevanti.

Purtroppo, ciò spesso accade con riguardo alle cc.dd. condotte persecutorie. Quando si parla del cd. stalking (termine che deriva dal verbo inglese to stalk, che significa, tra le altre cose, “avanzare furtivamente, pedinare”) si fa riferimento alla ripetizione di comportamenti molesti e minacciosi nei confronti di un soggetto. Quest’ultimo, dal canto suo, per effetto di tali condotte è condotto a uno stato di ansia e di turbamento, tali da modificarne in peius la quotidianeità sociale, affettiva o psicologica.

Fino al 2009, mancando una fattispecie ad hoc nel codice penale, le attività persecutorie non erano ritenute penalmente rilevanti di per sé. La giurisprudenza sussumeva siffatte patologiche condotte all’interno dell’ambito applicativo di molteplici e disomogenee fattispecie di reato presenti nel codice penale. In particolare, per molto tempo sono stati richiamati, tra gli altri, i reati di minacce (art. 612 c.p.), lesioni personali (art. 582 c.p.), violenza privata (art. 610 c.p.) e maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.).  Tuttavia, date le peculiarità strutturali di tali delitti era, di fatto, impossibile punire le attività persecutorie “pure”, che si risolvevano in condotte di molestia o minaccia tali da influire negativamente nel perimetro vitale della vittima.

Le fattispecie delittuose del codice, in questo senso, richiedono sempre un quid pluris rispetto alla mera condotta persecutoria (es. in caso di maltrattamenti, l’appartenenza alla famiglia).
E’ per queste ragioni che la giurisprudenza ritenne più corretto considerare le condotte persecutorie nell’ambito di applicazione del reato di molestie ex art. 660 c.p.[1]
Anche tale soluzione, però, non fu ritenuta risolutiva, in quanto incapace di far fronte a condotte che destano grande allarme sociale. Il principale motivo della scarsa efficacia general-preventiva del reato di molestie o disturbo alle persone rispetto alle condotte persecutorie risiede nella natura contravvenzionale di tale fattispecie.
Le difficoltà accennate sono state alla base dell’intervento legislativo del 2009, che ha introdotto il reato di “atti persecutori” di cui all’art.  612bis c.p.[2], posto a presidio della libertà morale. L’incipit della norma conferma la natura sussidiaria e residuale del reato di stalking rispetto a condotte che, pur essendo nate come persecutorie, si sono evolute in altro attraverso una escalation delittuosa che può portare a configurare, ad esempio, l’ipotesi di maltrattamenti ex art. 572 c.p.
Lo stalker può essere “chiunque” e, tra gli altri, un estraneo (es. un fan dell’artista pedinato), od anche un ex partner che agisce nella speranza di recuperare il precedente rapporto o per vendicarsi di qualche torto subito.
Una recente sentenza della Cassazione[3] ha configurato il reato di stalking anche in danno del nuovo compagno della ex partner del soggetto attivo.
Il soggetto attivo nel porre in essere condotte insistenti e pervicaci intrusive nell’altrui perimetro esistenziale è animato principalmente dal perverso desiderio di controllare e indirizzare la vita relazionale e psichica della vittima.
Il dolo generico richiesto dalla fattispecie, infatti, consiste nella volontà di compiere condotte lesive della libertà morale della vittima, nella consapevolezza della loro identità a produrre uno degli eventi alternativi previsti dalla fattispecie delittuosa[4].

La condotta persecutoria si deve concretizzare in molestie e minacce, che possono essere realizzate attraverso molteplici modalità (es. attraverso messaggi, pedinamento, telefonate etc). Imprescindibile è, però, che i comportamenti siano tali da ingenerare nel soggetto passivo uno stato di ansia e di turbamento. La giurisprudenza ha chiarito il significato di molestie e minacce rilevanti ai sensi dell’art. 612bis c.p. Nello specifico, è considerato molesto un comportamento che arreca disturbo o turbativa al soggetto passivo, mentre rispetto alla minaccia si richiama l’evoluzione interpretativa che ha interessato l’art. 612 c.p. In questo senso, si considera minaccia la “prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire”[5].

Ulteriore elemento necessario della attività dello stalker è la reiterazione nel tempo. La norma incriminatrice, infatti, prevede un reato di durata, in particolare un reato abituale. Tale categoria di creazione dottrinale, richiede una reiterazione intervallata di più condotte omogenee e può, inoltre, definirsi: proprio, allorché le condotte singolarmente considerate non costituiscono di per sé reato (come avviene, ad esempio, con riguardo ai maltrattamenti in famiglia); improprio, viceversa, quando ognuno dei comportamenti considerati sia ex se illecito penalmente (ciò avviene, per esempio, in caso di relazione incestuosa)[6].

Normalmente, i singoli comportamenti dell’agente non sono già penalmente rilevanti, consistendo per lo più in telefonate, lettere e, oggi, sms o messaggi via social network. La caratterizzazione morbosa e patologica di tale attività deve comportare l’insorgere di uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice. Alternativamente, dunque, deve  realizzarsi nella vittima un grave stato di ansia o paura, un fondato timore per la propria od altrui incolumità, ovvero una alterazione delle proprie abitudini di vita. La giurisprudenza si è ripetutamente confrontata con le attività di stalking poste in essere attraverso i moderni strumenti di comunicazione.
In questo senso, la Corte di Cassazione ha ritenuto rilevante la condotta ossessiva posta in essere attraverso social network come Facebook[7]. Ancora, sempre di recente[8] la Corte ha considerato sufficiente a integrare il reato ex art. 612bis c.p. l’effettuazione di una sola telefonata unitamente all’invio di dodici messaggi tramite Whatsapp.
In generale, la giurisprudenza tende a considerare persecutorio il comportamento consistente in due soli episodi di minaccia o molestia nei confronti della vittima, se idoneo a ingenerare in quest’ultima uno stato di perdurante ansia e paura[9].

Con riguardo ai caratteri della reiterazione della condotta, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che le condotte persecutorie possono essere consumate anche in un breve arco temporale[10].
Fondamentale è, in ogni caso, il corretto accertamento dello stato di ansia o paura in cui sprofonda la vittima del reato. La giurisprudenza è ormai costante nel ritenere non necessario l’insorgere di una vera e propria patologia (es. una malattia psichica), essendo  sufficiente una destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, che può essere desunto in giudizio dalle dichiarazioni e dai comportamenti di quest’ultima[11].

Dunque, a distanza di undici anni dalla sua introduzione, l’art. 612bis c.p. è stato declinato dalla giurisprudenza rispetto alle più svariate ipotesi. Dirimente ai fini della individuazione delle condotte rilevanti è stato ritenuto il pregiudizio esistenziale patito dalla vittima.
In questo senso, uno dei più importanti approdi ermeneutici è stato sussumere all’interno della fattispecie di atti persecutori alcuni dei fenomeni di più grave allarme sociale posti in essere attraverso i social network. E’ proprio la facilità e la immediatezza della comunicazione delle piattaforme social, d’altronde, che può rendere l’attività criminale dello stalker semplice, apparentemente “a costo 0”.
E’ in questo senso, dunque, che a distanza di undici anni dalla sua introduzione il reato di atti persecutori è stato chiamato ad affrontare fenomeni eterogenei e dinamici, che manifestano giorno dopo giorno molteplici criticità e un grande allarme sociale.


Note

[1]Per esempio, Cass. Penale, Sez. I, sentenza 8 marzo 2006, n. 8198, ritenne sussistere il reato ex art. 660 c.p. in caso di “qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone, interferendo nell’altrui vita privata e nell’altrui vita di relazione”;

[2]Reato introdotto dal d.l. 23 febbraio 2009, n. 11 (“Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori”), convertito con modificazioni in legge 23 aprile 2009, n. 38;

[3]Cass. Penale, Sez. 5, sentenza 9 aprile 2020, n. 11717;

[4]Cass. Penale, Sez. V, sentenza 18 aprile 2019, n. 17150;

[5]Cass. Penale, Sez. V, sentenza 24 agosto 2001, n. 31693;

[6]Diritto Penale, Parte generale, IX edizione, F. Mantovani, Wolters Kluwer, CEDAM;

[7]Cass. Penale, Sez. V, 23 maggio 2016, n. 21407;

[8]Cass. Penale, Sez. V, sentenza 2 gennaio 2019, n. 61;

[9]Cass. Penale, Sez. II, sentenza 17 febbraio 2010, n. 6417;

[10]Cass. Penale, Sez. III, sentenza 14 marzo 2019, n. 11450;

[11]Cass. Penale, Sez. V, sentenza 14 aprile 2017, n. 18646;


Foto Copertina: Immagine web. Fonte:Igorvitale


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Marcello Meola

Nato a Napoli il 28 agosto 1991, dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, mi sono laureato in giurisprudenza presso la Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi sul principio di offensività in relazione all’articolo 131bis c.p. Tra il 2016 e il 2017 ho frequentato presso la stessa Università un corso di perfezionamento in Legislazione penale minorile. Successivamente, ho svolto il tirocinio formativo ex art. 73 d.l. 21 giugno 2013, n. 69 presso la Corte di Appello di Napoli e dal 2018 sono avvocato. Attualmente, mi sto dedicando in via principale allo studio relativo alla preparazione al concorso di magistratura.
Da sempre, considero il diritto un’entità viva e interdisciplinare, irrimediabilmente e romanticamente collegato alla vita di tutti i giorni.

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