Referendum 2020: più riduzione dei costi o riduzione della rappresentanza?

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Il 20 e 21 settembre 2020, il popolo italiano sarà chiamato a votare, salvo nuovo (e improbabile) lockdown, per confermare o bocciare un tentativo di riforma costituzionale.


 

I precedenti tentativi di riforma

Non è certamente il primo tentativo di modifica di un assetto parlamentare probabilmente ormai non a passo con la necessita di un più celere iter legis, ma questa proposta, approvata senza la maggioranza qualificata di 2/3 che avrebbe consentito una promulgazione immediata senza possibilità di referendum[1], ha una forma decisamente più semplice.
I precedenti tentativi di riforma costituzionale sul Parlamento puntavano a riforme  organiche, seguendo modelli che andavano in direzione semipresidenzialista ovvero seguendo il modello tedesco, ma che avevano in comune il intento di  superare il bicameralismo perfetto e paritario.
Nella “seconda repubblica” il primo di questi tentativi è stato quello Governo Berlusconi, bocciato dal popolo con il referendum tenutosi il 25 e 26 giugno del 2006[2]. Questa riforma mirava, oltre anch’essa a diminuire i parlamentari, a superare il bicameralismo seguendo, non alla lettera, il modello del parlamento tedesco: infatti la Camera sarebbe divenuta l’unica ad avere il rapporto di fiducia con il Governo e ad avere competenza legislativa in tutte le materie eccetto quelle di competenza concorrente fra Stato e Regioni, e il Senato sarebbe stato composto da soggetti eletti contestualmente alle elezioni regionali.
La cd. Riforma Renzi – Boschi  del 2016 andava esattamente nella medesima direzione, rendeva legislativa soltanto una delle due camere e trasformava il Senato nella camera atta a rappresentare le regioni. Questa riforma costituzionale andava ancora oltre la modifica dei principali organi costituzionali, infatti andava a riformare nuovamente anche il Titolo V della Costituzione, modificando la ripartizione delle competenze frs Stato e Regioni verso un riaccentramento, Anch’esso è stato bocciato con ampio margine, confermando l’idea conservatrice del nostro paese, accompagnata dall’idea che il voto avrebbe avuto la conseguenza di far “cadere” il Governo.[3] [4] 

Cosa comporta questa riforma

Questa proposta di riforma semplificata dal quesito referendario «Approvate il testo della legge costituzionale concernente”Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.240 del 12 ottobre 2019?», è definita comunemente “taglio dei parlamentari”, perché differentemente dalle precedenti si limita sostanzialmente soltanto a questo.
Nel testo Costituzionale verrebbero infatti modificati i seguenti articoli: l’Art.56: l’articolo 1 della legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400, con 8 deputati (non più 12) eletti nella circoscrizione estero. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni inoltre viene fatto dividendo il numero degli abitanti in Italia per 392 (non più 618); l’Art.57 cambierebbe il numero riferito al numero dei Senatori da 315 a 400, 4 dei quali eletti all’estero (finora erano 6),  e diminuirebbe il numero minimo di Senatori per ogni regione, attualmente previsto per un numero di 7, riducendolo a 3 (rimangono invariati invece i 2 per il Molise e 1 per Valle d’Aosta).
La novità, che invero va a chiarire un antico dibattito costituzionale, è la modifica dell’Art.59 per quanto riguarda i cd. Senatori a Vita. Era infatti dibattuto se ogni Presidente della Repubblica potesse nominare cinque senatori a vita, ovvero se in totale dovessero essercene al massimo cinque contemporaneamente; la nuova formulazione della disposizione recita esplicitamente “il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque” .

Alla luce di questi cambiamenti nel testo costituzionale quali sarebbero le concrete conseguenze?

Prima di ragionare dal punto di vista prettamente politico le prime conseguenze sono essenzialmente numeriche. Fra le ragioni sostenute dai promotori di questa riforma vi è quella del risparmio. Il calcolo del risparmio effettivo è stato effettuato dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani e sarebbe pari a 57 milioni di euro l’anno; tale somma può sembrare in un primo momento considerevole ma corrisponde ad appena lo 0,007 % della spesa pubblica italiana[5].
Si potrebbe risparmiare una somma del genere, se non superiore, senza una riforma costituzionale che incide su ben altri aspetti? La risposta è alquanto evidente.
Altro dato numerico, assolutamente più incisivo, è invece quello del rapporto fra abitanti e rappresentanti in Parlamento. Prendendo come punto di riferimento il numero dei parlamentari alla Camera dei Deputati, attualmente il rapporto è di un deputato ogni 96.000 abitanti, mentre post riforma il rapporto sarebbe di uno ogni 151.210. Dato che spesso si legge che “i deputati italiani sono troppi”, basta analizzare i dati forniti dalla documentazione utilizzata dallo stesso Parlamento durante il procedimento legislativo per la riforma, per avere un quadro chiaro dei numeri rapportati con gli altri paesi membri dell’Unione. La proporzione dalla quale si evince in modo più evidente la differenza fra i diversi stati è quella che calcola il rapporto di deputati ogni 100.000 abitanti; su questa base non è necessario calcolare le media europea dal momento in cui basta guardare gli estremi: da un lato Malta che ha 14 deputati ogni 100.000 abitanti e dall’altro la Spagna che ne ha 0,8 (stato con un sistema di Autonomie ben diverso dal Regionalismo).
L’Italia che al momento ha un rapporto di 1 deputato ogni 100.000 cittadini, dopo la riduzione avrebbe un rapporto di 0.7 deputati 100.000 abitati, divenendo pertanto lo stato con meno deputati pro capite.[6]
Se si vuole rapportare questo numero con la consequenziale riduzione dei collegi, l’immediata conseguenza sarà che un deputato che prima era eletto per rappresentare un territorio di poco meno di 100.000 abitanti si troverà a rappresentare un numero di abitanti che in vaste aree del nostro paese coprirebbero un numero maggiore di Comuni, i quali si troverebbero ad avere i rappresentanti ancora più distanti.
In definitiva, dato che nonostante i vari proclami e “promesse” di successive riforme per un più incisivo cambiamento del sistema bicamerale non hanno avuto alcun seguito, l’effetto della riforma sarebbe un mero taglio trasversale che non fa altro che simboleggiare l’idea, si vedrà dopo il voto se maggioritaria, che il rappresentante è un numero non indispensabile.

E le conseguenze politiche?

Come evidenziato da alcuni commentatori e giuristi, dopo un eventuale vittoria per il SI si dovrà immediatamente procedere a ridisegnare i collegi e ad adeguare la legge elettorale coerentemente ad un numero inferiore di seggi da distribuire.
E ciò cosa potrebbe comportare? Un enorme collegio elettorale necessita di una più massiccia e dispendiosa campagna elettorale, tutti i cittadini che si impegnano quotidianamente in politica sono in grado di poterla affrontare o verrebbero schiacciati da quelli con maggiori potenzialità economiche o finanziati da gruppi finanziari?
Tradotto in altri termini: verrebbe garantita, come si dice, una maggiore qualità degli eletti?
Seconda importante conseguenza verrebbe concretizzata dopo una nuova legge elettorale condizionata dalla nuova ripartizione di seggi e collegi. Se si optasse per un proporzionale puro si avrebbe ancor di più il problema della ingovernabilità e delle coalizioni di governo post elettorali, se invece si adottassero dei correttivi come delle soglie di sbarramento più o meno alte si ridurrebbe il pluralismo in parlamento, rischiando di lasciare fuori delle forze politiche fondamentali per l’odierno equilibrio fra le coalizioni (Italia Viva o +Europa ad esempio)[7].
Alla luce delle predette considerazioni si avrebbero al contempo delle ridotte modifiche all’architettura costituzionale ma molteplici conseguenze politiche.
A ciò bisogna aggiungere che il riordino dei collegi, l’annoso e lungo dibattito su una nuova legge elettorale, eventuali mutamenti nei rapporti di forza fra i partiti, si avrebbero in un momento in cui il Parlamento avrà, o dovrebbe avere, la priorità di discutere in merito all’allocazione delle risorse del Recovery Fund.
Se quindi l’idea alla base di questa riforma è una mera idea che si ha della politica, più che una ragionata modifica dell’assetto bicamerale, e pertanto frutto di una valutazione soggettiva, le conseguenze toccherebbero la Politica italiana avvenire.


Note

[1]Art.138 Cost. comma 3: Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.
[2]Per il NO 61,29% e per il SI 38,71%, https://elezionistorico.interno.gov.it/index.php?tpel=F&dtel=25/06/2006&tpa=Y&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S
[3] Ha votato il 64,68% degli elettori, con il NO vincente al 59,5%

[4]Precedentemente a questi due tentativi vi sono stati dei progetti di riforma che prevedevano anche una riduzione del numero dei parlamentati, fra i quali quelli della Commissione Bozzi nel 1985 e quella D’Alema nel 1997, ma che non hanno avuto seguito

[5]https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-quanto-si-risparmia-davvero-con-il-taglio-del-numero-dei-parlamentari

[6] https://documenti.camera.it/Leg18/Dossier/Pdf/AC0167f.Pdf

[7] https://www.ilsole24ore.com/art/perche-taglio-parlamentari-ha-effetti-modello-democrazia-ACMz73f


Copertina: Immagine web

Emanuele Cocchiara

Emanuele Cocchiara, Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo e praticante avvocato in materia di Diritto Amministrativo e Civile.
Autore di articoli giuridici e promotore di progetti di diffusione del Diritto Costituzionale e dell’educazione alla cittadinanza nelle scuole secondarie, col fine di incentivare le nuove generazioni alla partecipazione attiva e politica.

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