A cura di Saverio di Giorno

Per farsene un’idea basta guardare i dati, i numeri: oltre cinquecentomila i morti tra l’Aprile e il Luglio del 1994 in Ruanda. Un genocidio. Uno sterminio che ha colpito i Tutsi e gli Hutu moderati. Ancora altre cifre: la popolazione del Ruanda è (o forse era) costituita principalmente da due gruppi etnici gli Hutu che rappresentano l’85% della popolazione e i Tutsi, solo il 14% (altre minoranze sono quasi scomparse[1]).  Una guerra intercomunitaria, tra due gruppi etnici, uno accanto all’altro, uno contro l’altro, e non per loro volontà.

Si dovrebbe partire dal 1885 quando la Conferenza di Berlino[2] tracciò su una cartina dei segni che sulla terra non c’erano. Le tradizioni, la cultura e la religione di Hutu e Tutsi sono molto simili. Vivono nei territori del Ruanda, ma anche del Burundi e negli stati della regione dei Grandi Laghi[3]. Il destino sarà però diverso per queste genti. Dopo il 1885 il regno del Ruanda cadde sotto l’influenza tedesca. Il sovrano scelse di collaborare con i colonizzatori e dopo la Prima Guerra Mondiale fu affidato al Belgio (insieme all’Urundi) con un mandato delle Società delle Nazioni.

Un’idea tutta occidentale è quella che i Tutsi siano un’etnia “naturalmente nata per il comando”. Sono appoggiati dal Belgio a tutto discapito degli Hutu. Questo fino al 1959, anno della rivoluzione sociale ruandese, quando gran parte dei Tutsi sono cacciati e i contadini, gli Hutu, in qualche modo si vendicano. È la diaspora dei Tutsi che vanno ovunque: Zaire, Tanzania, Uganda. Stringono legami e alleanze che torneranno utili.

Nel frattempo, sotto la spinta del Belgio,  e del desiderio di concludere un processo di autodeterminazione, si organizzano in fretta le elezioni e vinte dal partito Parmehutu. Ogni tanto gruppi armati Tutsi fanno incursioni e il governo stringe sulle condizioni dei Tutsi rimasti. Una situazione così tesa fa precipitare anche le cose nei paesi vicini dove si sono rifugiati 150.000 Tutsi. Ancora numeri.  Ad ogni modo ormai il Ruanda, almeno formalmente è indipendente (1962) e si riconferma il leader Hutu Grègoire Kaybanda[4].

Gli anni novanta sono alle porte e con essi la formazione Fronte Patriottico Ruandese ( in seguito Fpr[5]): sono Tutsi esuli, ex combattenti. Il presidente ora è Habyarimana che chiede sostegno economico alla Francia. Mitterand lo concede in cambio “dell’accettazione del pluralismo democratico”.  Aiuto economico e militare. Gli Hutu non hanno solo i francesi dalla loro, ma ancora una volta i numeri. Le masse sono unite da paura o esaltazione per fronteggiare il nemico Fpr,  sostenuto però da altri stati resisi indipendenti.

Il 6 Aprile 1994 l’aereo con a bordo il presidente Junèval  Habyarimana[6] viene abbattuto. E si scoperchia il vaso di Pandora. Un bagno di sangue nel quale si lavano non solo i Tutsi, ma anche gli Hutu moderati. Crescono i numeri dei morti, le milizie si fanno scudo con i civili, ma a diminuire sono altri numeri: quelli del contingente militare Onu. Scattano le operazioni francesi[7], ma il commissariato per i rifugiati non riconosce in tempo la gravità della situazione. Nel frattempo altre minoranze insorgono e complicano la situazione: i Banyamulenge[8] nel Sud-Kivu. Riemerge un movimento capeggiato da Laurent Désiré Kabila[9] che ha come obiettivo abbattere Mobutu[10], il quale dallo Zaire aveva mandato soccorsi. Mobutu capitola. Il Ruanda è un paese vuoto e in macerie, tutto è stato depredato. Ma forse i soli numeri non bastano. In una guerra di etnie e identità quello che manca è proprio dare i nomi.Genocidio è uno di questi  e non di democrazia, o “pluralismo democratico”, o sviluppo.  Poi ci sono i nomi delle persone legati indissolubilmente alla cultura locale. Come Yolande Mukagasana, sopravvissuta all’orrore della morte e della vita, “una madre scampata al genocidio, che ha perduto suo marito e tutti i figli, ma che non ha alcuna intenzione di restare una vittima”. È  il 9 Aprile 2011 e Yolande prende la parola a Roma[11], raccontando dell’odio cui è sempre stata abituata, anche a scuola.  Dice che ogni sterminio perpetrato nei confronti dei Tutsi è stato sempre occultato, anzi, per il suo popolo preferisce parlare di genocidi, quelli del 1959, 1961, 1963, 1972, 1994.  Racconta anche del suo problema a riavere un’identità dopo essere stata identificata solo con una “carta di identità etnica” (usata prima per ghettizzare poi per identificare i Tutsi): “Alcuni di noi non sanno come vivere senza utilizzare questa carta dʼidentità etnica che in precedenza era diventata politica”. E continua: “Quando i miei vicini massacrarono i miei figli nel 1994, non stavano uccidendo dei bambini, stavano ripulendo il Paese dagli scarafaggi e snidando i serpenti[12]”;  gli Hutu galvanizzati non avevano percezione del piano operato dal Belgio per destabilizzare il paese quando si rese conto che l’imminente indipendenza del paese avrebbe portato a elezioni “democratiche”, ove la schiacciante maggioranza dei coltivatori (85%) sarebbe sicuramente prevalsa dopo che loro stessi avevano eletto i Tutsi a “razza privilegiata”.

Altra volto del genocidio è quella di un bambino costretto a fuggire con la propria famiglia. Ora gli si può dare un nome: Paul Kagame, poi leader del Fpr e oggi presidente del Ruanda, tornato nel suo Paese dopo 33 anni.  Faceva parte di quei 150.000 rifugiati.

Dietro questa vicenda ci sono anche uomini influenti che, all’epoca dei fatti,  ricoprivano ruoli di  responsabilità.   Uno di questi è Boutros Boutros Ghali[13], allora segretario generale dell’Onu, che da ministro degli Esteri egiziano , aveva aperto il canale di convogliamento delle armi francesi in Ruanda, poi utilizzate per il genocidio. Poi, Kofi Annan che, capo del dipartimento ONU di peacekeeping (Dpko), nel gennaio 1994 vietò al generale Roméo Dallaire[14] di condurre le azioni che avrebbero potuto impedire il genocidio: Annan fu in seguito eletto segretario generale dell’Onu nel 1997 e insignito del Nobel per la Pace 2001.  Quando il Comandante canadese della Forza ONU in Ruanda, scrisse al quartiere generale di New York il famoso telegramma che anticipava il massacro che si sarebbe verificato di lì a 3 mesi, la preparazione del genocidio era ormai al suo stadio finale. Non mancava che la scintilla del 6 aprile successivo, con l’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana, perché si scatenasse in tutta la sua tragica realtà. Ma già molto prima di allora, un regime protetto da un illimitato sostegno straniero (soprattutto francese) saccheggiava fondi per milioni di dollari. Il gruppo dei ladri è noto come la “Casa” (“Akazu” in lingua kinyarwanda) e faceva capo alla moglie del presidente Habyarimana, la signora Agathe Kanziga, evacuata dai francesi a Parigi 48 ore dopo l’inizio del genocidio e tuttora residente  indisturbata in Francia.

Da allora dei passi in avanti sono stati fatti: sono stati ristabiliti il Gacaca[15],  che però non risulta essere un sistema equo,  e sono stati avviati programmi, come “Igando” o i “Seminari”, volti all’educazione e alla sensibilizzazione. Il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda[16] , ha emesso sentenze storiche, come l’ergastolo per Théoneste Bagosora, capo-gabinetto del ministero della Difesa e dell’ex-sindaco della città ruandese di Taba JeanPaul Akayesu.

Passi comunque fondamentali, perché le Corti si sono dovute misurare con il tema del genocidio, stabilendo così precedenti giuridici molto importanti. La strada tuttavia rimane ancora lunga: nel 2000 le Corti stavano esaminando 120mila sospetti in attesa di processo, numeri esorbitanti che esigono un riconoscimento, benché tardivo.

Lo stesso Annan, anni dopo, si chiederà come agire in casi come questi, come intervenire e a che titolo. La giustificazione fu trovata nella dottrina della “responsabilità di proteggere”.  “Il Ruanda” si dirà “è la cornice nella quale si sviluppano le motivazioni che spingono le Nazioni Uniti ad elaborare la dottrina della responsabilità di proteggere per prevenire il genocidio”. Un dibattito esploso nel 2011, quando la responsabilità di proteggere viene citata esplicitamente nella risoluzione 1973 per l’intervento in Libia: pochi giorni dopo la Nato inizierà a bombardare le forze armate di Gheddafi.

Responsabilità, quindi, da ricollocare: “Fin da piccoli siamo stati educati chi allʼodio, chi alla paura. Questo tipo di educazione viene impartito ai futuri adulti. A causa di ciò siamo diventati carnefici e vittime, ma non vogliamo rimanere tali”. Sono parole di Mukagascana.

In parte carnefici, in parte vittime lo si è tutti una volta che si è saputo: il genocidio  è un precedente storico e la Harent[17] scriveva in proposito che fatta una volta un’efferatezza è più facile che si ripresenti. Durante la Seconda Guerra Mondiale era stato sottovalutato il caso della Cecoslovacchia, ora  il Ruanda. Sapere appunto, conoscere, ha a che fare con l’identità che è bene definire prima ancora di difendere e questo vale anche per l’Europa oggi.


note

[1] I pigmei Twa (Abatwa in kirundi ed in kinyarwanda) rappresentano una delle più antiche comunità autoctone della regione dei Grandi laghi dell’Africa centrale. Attualmente vivono in Ruanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo ed Uganda, dove rappresentano meno dell’1% della popolazione di questi paesi, con una popolazione totale stimata di circa 80.000 individui.

[2] La Conferenza di Berlino del 1884-1885, detta anche Conferenza dell’Africa Occidentale o Conferenza sul Congo (in tedesco: Kongokonferenz), regolò il commercio europeo in Africa centro-occidentale nelle aree dei fiumi Congo e Niger e sancì la nascita dello Stato Libero del Congo sotto l’influenza di Leopoldo II del Belgio. La Conferenza fu voluta dal Cancelliere tedesco Otto von Bismarck e dalla Francia allo scopo di regolare le molteplici iniziative europee nell’area del Bacino del fiume Congo. Tuttavia la conferenza consentì, seppure non negli atti ufficiali, alle potenze europee di proclamare possedimenti all’interno delle zone costiere occupate. Ciò che portò alla cosiddetta corsa per l’Africa.

[3] Questa regione comprende gli stati: Ruanda Burundi Uganda Repubblica Democratica del Congo Tanzania Kenya

[4] Grégoire Kayibanda è stato il primo Presidente eletto del Ruanda, in carica dal luglio 1962 al luglio 1973.

[5]  Fronte Patriottico Ruandese (RPF), gruppo politico-militare nato nella comunità Tutsi rifugiatasi in Uganda.

[6] È stato il Presidente del Ruanda dal 1973 fino al 1994. Il 5 luglio 1973, quando era ministro della difesa, Habyarimana depose con un colpo di Stato l’allora presidente Grégoire  Kayibanda e assunse la carica di presidente del paese.

[7] L’Opération Turquoise (“Operazione turchese”) è stata una operazione militare condotta dalle forze armate francesi in Ruanda nel giugno del 1994 sotto il mandato delle Nazioni Unite.

[8] I Banyamulenge sono un’etnia tutsi presente nelle regioni orientali del Congo i cui membri ribelli, durante la Seconda Guerra del Congo, si organizzarono in un gruppo armato sostenuto dal Ruanda: il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD).

[9] È stato Presidente della Repubblica Democratica del Congo dal maggio 1997, quando rovesciò il regime di Mobutu Sese Seko, fino al suo assassinio avvenuto nel 2001. Suo successore è il figlio Joseph Kabila.

[10] Mobutu Sese Seko è stato un politico e dittatore della Repubblica Democratica del Congo. Insediato e sostenuto soprattutto da Belgio e Stati Uniti nel 1960, organizzò un regime autoritario, accumulando enormi ricchezze personali e tentando di ripulire il paese da tutte le influenze coloniali

[11] In occasione della 17° giornata internazionale della memoria per le vittime del genocidio del Rwanda organizzata a Roma , il 9 Aprile 2011dal l’associazione Bene-Rwanda Onlus .

[12] Le Radio Televisione Libera delle Mille Colline giocò un ruolo fondamentale negli eventi del genocidio ruandese in quanto fomentò l’odio verso l’etnia tutsi incitando gli hutu ad una vera e propria caccia all’uomo

[13] https://www.theguardian.com/world/2000/sep/03/unitednations1

[14] Roméo Antonius Dallaire  È stato comandante militare della missione UNAMIR in Ruanda fra il 1993 e il 1994. I suoi tentativi di richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla situazione in Ruanda furono vani e sono stati ampiamente denunciati da Dallaire al suo ritorno dall’Africa. Nel 2003, con l’aiuto di Brent Beardsley, altro ufficiale della missione UNAMIR, Dallaire ha raccolto e pubblicato le sue memorie nel volume Shake Hands With the Devil: the Failure of Humanity in Rwanda.

[15] I tribunali Gacaca sono una componente del sistema giudiziario ruandese. Creati nel 2001, tali organi giuridici si ispirano a istituzioni tradizionali alle quali nei villaggi era affidata l’amministrazione della giustizia. La loro funzione è quella di giudicare ed eventualmente comminare pene a quanti nel Paese sono stati accusati di crimini contro l’umanità, commessi nel 1994.

[16] Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR dall’inglese International Criminal Tribunal for Rwanda) è un tribunale speciale creato l’8 novembre 1994 con una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per giudicare i responsabili del genocidio ruandese e di altre gravi forme di violazioni dei diritti umani commessi sul territorio ruandese o da cittadini ruandesi negli stati confinanti dal 1º gennaio al 31 dicembre 1994

[17] Hannah Arendt è stata una filosofa, storica e scrittrice tedesca naturalizzata statunitense. 
La privazione dei diritti civili e la persecuzione subite in Germania a partire dal 1933 a causa delle sue origini ebraiche, 
unitamente alla sua breve carcerazione, contribuirono a far maturare in lei la decisione di emigrare. Autrice del libro “ La banalità del male”.

Foto Copertina : Corinne Dufka – A Rwandan boy covers his face from the stench of dead bodies July 19, 1994.