Dentro la Russia: intervista al Prof. Bettanin

Televisione che trasmette un uomo con una bandiera russa sullo sfondo
Dentro la Federazione russa: intervista a Bettanin

Abbiamo parlato con il Professore Fabio Bettanin per cercare di comprendere meglio le complesse dinamiche interne della Russia di Putin, rese ancor più opache e intricate dallo scoppio della guerra in Ucraina.


A cura di Andrea Minervini e Francesco Iovine

A seguito dell’invasione dell’Ucraina il Cremlino si trova ad affrontare una triplice sfida: la gestione della guerra sul campo, le pressioni politico-economiche internazionali e la gestione del consenso e del controllo interni alla Nazione stessa.
La stabilità politica interna – in tutte le sue accezioni – costituisce un punto importante della visione politica di Vladimir Putin. Con l’ascesa al potere nel Duemila e la crescente stretta autoritaria, il Presidente Putin ha consolidato il proprio potere in Russia. Con l’inasprirsi e il prolungarsi della guerra, questa ha portato ad un consolidamento di alcune dinamiche di accentramento del potere interne alla Russia pur sollevando interrogativi circa la natura e la struttura stessa di questo potere. In tal senso, tra gli eventi più recenti, abbiamo visto la dipartita di Naval’nyj, la morte “sospetta” di diversi oligarchi e l’avvio di diversi processi verso membri di rilievo del Governo e delle forze armate accusati di corruzione. La guerra ha anche portato a casi in cui la struttura di potere russo è stata messa in discussione o in difficoltà; ne è un esempio lampante il tentativo di ammutinamento di Prigozhin, l’esodo di molti russi fuori dal paese e l’inflazione crescente.
Questi avvenimenti hanno sollevato diversi interrogativi, ai quali abbiamo cercato di dare una risposta grazie al professor Fabio Bettanin. È stato docente di Storia della politica internazionale e Storia della Russia contemporanea all’Università di Napoli “L’Orientale”.
Fra i suoi lavori: Putin e il mondo che verrà, Storia e politica nella Russia del XXI secolo, Roma, Viella, 2018; La Russia, l’Ucraina e la guerra in Europa. Storia e scenari, Donzelli, Roma, 2022; “Mosca e la CSCE”, in S. Baldi, L. Monzali (a cura di), Italia-Helsinki 50, ESI, 2024; Globale o locale? La guerra in Ucraina dopo 3 anni, in Europa-Italia-Russia: relazioni estere e orizzonti geopolitici, Napoli, FedOA Press, 2025.

L’intervista:   

Il nazionalismo russo sta trovando nuova forza dal conflitto in Ucraina? O, piuttosto, le condizioni per la giustificazione dell’invasione sono state create dalla retorica nazionalista portata avanti?
«Dopo il crollo dell’Urss, vari partiti nazionalisti hanno tentato, senza molta fortuna, di occupare il vuoto lasciato dalla scomparsa dell’ideologia ufficiale con un messaggio di nazionalismo isolazionista, su basi etniche, religiose, economiche. Il nuovo partito comunista conquistò la maggioranza relativa alla Duma presentando la rivoluzione di Ottobre come un momento di liberazione dal giogo dei paesi occidentali e, all’inizio degli anni Duemila, Putin ha costruito le proprie fortune sconfiggendo i ribelli ceceni, simbolo delle aspirazioni nazionaliste inevitabili in un impero multietnico. La difesa dell’integrità territoriale della Russia gli ha consentito di cooperare con gli USA per la sicurezza globale e di avviare con l’UE il progetto di formazione di una Greater Europe.
Possono sembrare lontani precedenti, ma ci dicono che per un paese come la Russia, membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, superpotenza nucleare, secondo esportatore di armi (sino al 2022), l’unica forma di nazionalismo praticabile è quello di una grande potenza che vuole proiettare la propria influenza oltre i propri confini.
Su questo punto esiste un consenso radicato nelle élite russe, e fra queste e la popolazione. Putin ha aggredito l’Ucraina perché ha ritenuto che il mancato rispetto degli accordi di Minsk II del 2015, sulla concessione dell’autonomia al Donbass, non riconoscesse questo ruolo alla Russia, non certo perché volesse impadronirsi del Donbass, la cui conquista poco aggiungerebbe (a differenza della Crimea) alla sicurezza della Russia e che gli sarebbe stato più utile come Cavallo di Troia all’interno di una Ucraina trasformata in stato federale. Giungere a una tregua sarà possibile; trasformarla in una pace che riconosca alla Russia il ruolo richiesto è compito che le diplomazie internazionali non sembrano per ora in grado di affrontare».

Leggi anche:

La Russia si avverte ancora un Impero o come una potenza che abbia un potere decisionale nei confronti dei propri vicini?
«Grande potenza è termine dalle infinite declinazioni, con tratto irrinunciabile: la presenza di un’area di influenza. Nell’area post-sovietica, la Russia ha seguito varie linee di condotta. Negli anni Novanta è intervenuta militarmente per “congelare” guerre civili in corso.
Nel 2004, non si è opposta all’inclusione degli stati del Baltico alla Nato, pur chiarendo che quello era il limite oltre il quale non si doveva andare.
In Asia centrale ha accettato la presenza economicamente dominante della Cina, formalizzata attraverso l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Nel Trancaucaso è venuta a patti con la presenza della Turchia, determinante nella guerra del Nagorno.
Con la Bielorussia ha stabilito una relazione patrono-cliente reminiscente degli imperi dell’antichità. È probabile che questo fosse il fine della guerra scatenata contro l’Ucraina, ma, poiché l’eterogenesi dei fini non è invenzione retorica, Putin e i suoi sono oggi costretti a giustificare le annessioni come un ritorno di terre russe, colonizzate e popolate nei secoli presedenti, alla madrepatria. Più che in referendum fasulli, la legittimità è stata cercata nel “così fan tutti”, argomento prediletto del Cremlino: non è successa la stessa cosa per il Texas e la California? E le Comore francesi e le Falkland inglesi non sono ancora più distanti dalla metropoli del Donbass?
Per definire la cornice in cui si inseriscono queste vicende, è necessario prendere in considerazione la categoria di Russia come “Stato-civiltà” che domina la narrativa ufficiale a partire dal 2012. Non è una categoria astrusa. Anche noi compiamo la stessa operazione quando parliamo di Occidente, del suo declino e della sua difesa: attività di recente tornata di moda. Nell’uso che il Cremlino fa di “Stato-civiltà” convivono motivi opportunistici a visioni di più lunga scadenza. Le civiltà ammettono le diversità al loro interno (nel caso russo: religiose e linguistiche), non comportamenti determinati da valori provenienti dall’esterno. Le civiltà non hanno confini, e la presenza russa nello spazio post-sovietico è giustificata in nome di una secolare storia comune che ha creato vincoli più forti dei vaghi valori universali. La forza delle civiltà si misura dalla loro capacità di durare nel tempo, non per il peso economico e demografico, e anche in questo caso la categoria di Stato-civiltà è passaggio necessario verso la rivendicazione di un ruolo di parità con USA, UE e Cina da parte di una Russia priva di una economia dinamica e di un reale soft power. Infine, fondare il concetto di civiltà sull’immagine di un “Altro” ostile è impresa più agevole che definire un’agenda positiva.
Il limite di questa operazione, finora sostenuta dal consenso delle élite, è nell’incapacità di far seguire alla rottura con l’Occidente, del quale sino a un decennio fa la Russia sosteneva di far parte, un impegno a dare un contenuto profondo al termine Eurasia, passaggio obbligato di dichiarazioni e documenti ufficiali. Il “matrimonio di interesse” con la Cina regge ed è destinato a durare, ma non v’è segno che esso possa preludere a un dialogo di civiltà, o alla trasformazione dei valori, della cultura, della politica della Russia odierna».

Revisionista, imperialista, conservatrice, dittatoriale. Accezioni che in un modo o nell’altro sono state associate alla Federazione Russa di Vladimir Putin. Lei come la definirebbe?
«La guerra ha accentuato la svolta repressiva iniziata nel 2012. Oggi basta dichiararsi contrario alla guerra in Ucraina o parlare delle pagine nere della storia russa per essere definito “agente straniero”. Migliaia di cittadini son stati imprigionati o licenziati con questa accusa, che è servita anche a giustificare la chiusura di giornali e reti televisive. È in corso una campagna per riportare sotto controllo l’arcipelago digitale. È difficile cogliere gli obiettivi di questo giro di vite repressivo in un momento in cui l’opposizione è divisa, senza seguito nel paese o ricondotto sotto il controllo del regime. L’unica spiegazione che mi sento di dare è che Putin abbia avvertito i limiti della svolta conservatrice avviata sin dai primi momenti delle sue presidenze e la necessità di una ideologia di mobilitazione, anche se la Costituzione proibisce la formulazione di una ideologia ufficiale.
Nel 2000. Putin inaugurò il suo primo mandato lanciando un anatema contro ogni rivoluzione, quella del 1991 come quella del 1917, in questo sostenuto dai suoi concittadini, ai quali ha promesso nel 2012, nel presentare un manifesto politico per una presidenza a vita, di restituire alla Russia il ruolo internazionale che le spettava, in virtù di una storia millenaria nella quale era stata sempre grande potenza, e di ricostruire i “legami spirituali” lacerati dai “vuoti anni Novanta”.
A partire dal 2008, la politica degli USA e dei suoi alleati è stata descritta come fonte di arbitri e minacce, e soprattutto di ingovernabilità a livello globale.
Nel settembre 2013 Putin ha lanciato un ammonimento: «il Congresso di Vienna del 1815 e gli accordi di Jalta del 1945, ai quali la Russia contribuì in modo determinante, hanno assicurato una pace durevole», mentre il Trattato di Versailles, concluso senza la Russia, «ha creato le premesse per la Seconda guerra mondiale». È questo che sta accadendo nella Russia a partire dal 2012: più che di cambiare il mondo, l’élite al potere promette di esserne il kathècon, l’antidiavolo che ne sventa i complotti e ne combatte i mali, dal terrorismo all’unipolarismo, dal nazismo rinascente al liberalismo disposto a ricorrere alla forza pur di arrestare il proprio declino.
L’aggressione dell’Ucraina è atto da condannare e contrastare, senza dimenticare che essa ha la sua origine nella visione del Cremlino di un ordine internazionale  dominato dalla forza e dal caos e per questo non sarà semplice rimuoverne le cause più profonde».

Da un punto di vista politico interno, la Russia è pronta ad un’eventuale transizione di potere non violenta nel caso di morte o impedimento di Vladimir Putin?
«Documenti e dichiarazioni pubbliche, sondaggi di opinione (ancora affidabili, nonostante tutto) testimoniano di una sostanziale adesione di élite e popolazione ai fondamenti della svolta conservatrice avviata nel 2012: ruolo centrale dello Stato anche in economia, difesa dei valori tradizionali, antioccidentalismo. Nell’arco di un quarto di secolo si è formato un “sistema Putin”, con valori, formazione politica e culturale, interessi differenziati sia per il ruolo sociale e istituzionale (siloviki, tecnocrati statali, oligarchi) sia su scala geografica (le differenze fra le poche grandi città, le repubbliche nazionali e l’Estremo oriente siberiano). Sinora Putin ha svolto il ruolo di arbitro senza particolari spunti dinamici, ma con una autorevolezza che ha evitato scossoni minacciosi per il regime.
Facciamo quindi bene a chiederci come sarebbe una Russia senza Putin (anche se per molti l’interrogativo si è trasformato in un auspicio). A suo tempo, la successione fra El’cin e Putin, in una Russia sconvolta dalla crisi economica e dalla caduta del prestigio internazionale, si risolse nel segno della continuità. Non vedo perché lo stesso copione non possa ripetersi in un futuro più o meno prossimo. Non solo Putin, ma anche il governo e le maggiori istituzioni godono di un sostanziale consenso; nessuno ha interesse a sconvolgere una architettura di potere che assicura vantaggi ai membri dell’establishment, anche grazie a una diffusa corruzione. Esiste certamente un malcontento serpeggiante, ma nulla indica che esso possa trovare un punto di riferimento nell’ opposizione “istituzionale” e ridotta ai minimi termini. La facilità con la quale sono stati rimossi dalla memoria collettiva l’ammutinamento di Prigožin e l’uccisione di Naval’nyj sono un chiaro segnale in merito».

La demografia per Putin, ma più in generale per la Russia, è di vitale importanza: la guerra sta costituendo e costituirà un ulteriore freno alla crescita demografica russa?
«È sicuramente necessario guardare ai limiti oggettivi oltre che soggettivi dell’ambizione russa di restare uno dei punti di riferimento di un mondo multipolare. La popolazione russa sfiora i 144 milioni, pari a meno del 2% della popolazione mondiale. Il “miracolo economico” dei primi anni Duemila ha consentito di riportare gli indici generali a livello dei non confortanti dati europei: la durata media della vita è salita 73 anni, anche per la drastica diminuzione della mortalità infantile, ma il basso tasso di natalità (11.3 nati ogni anno per 1000 abitati; l’Italia è a 7) non lascia intravedere un incremento demografico.
Ed è inutile vietare i matrimoni fra persone dello stesso sesso se 1/3 dei matrimoni finisce in un divorzio. Come in altri paesi, i quasi otto milioni di immigrati effettivi sono essenziali per il funzionamento dell’economia, ma la loro presenza suscita disagio e xenofobia crescenti, anche perché, dopo la scomparsa dell’Urss, solo una minoranza degli immigrati dall’Asia centrale e dal Caucaso parla il russo.
La guerra ha peggiorato la situazione, con l’esodo dalla Russia di 7-800.000 persone, nella grande maggioranza giovani con un alto livello di istruzione tecnica e scientifica: una perdita grave per un paese dove questa qualifica non è molto diffusa. In modo più drammatico, le 5-600.000 “perdite irreparabili” dell’esercito russo, fra morti e feriti gravi, (dati Meduza.io) hanno un aperto un vuoto che non sarà colmato nel prossimo futuro.
La conclusione è scontata: la Russia continuerà a occupare nicchie importanti nell’industria e nella scienza globali, ma potrà essere una protagonista centrale solo unendo le sue forze a quelle di altri paesi».

La presidenza Putin ha implementato negli anni, all’interno di diverse posizioni governative, la figura dei siloviki. Potrebbe dirci qualcosa in più su queste figure? La loro influenza è aumentata in una Russia fortemente militarizzata come quella odierna e che rapporto ha con gli oligarchi?
«Mi affido a due immagini rimaste impresse nella memoria di chi segue le vicende russe. La prima è quella dell’annuncio pubblico dell’inizio dell’“operazione speciale”, che il presidente russo fece il 21 febbraio 2022 di fronte a una platea di dignitari del Consiglio di sicurezza, debitamente distanziati e visibilmente sorpresi e contrariati. La seconda risale a pochi giorni fa, quando Putin, in tuta mimetica, ha ascoltato, assiso su uno scranno, il rapporto del capo di Stato maggiore Gerasimov sulla situazione militare e gli esperimenti missilistici. Aggiungo alcune mie considerazioni. Negli ultimi due decenni di esistenza dell’Urss, il KGB di Andropov assunse il ruolo di guardiano, se non di contropotere, degli interessi dello Stato e della nazione in contrapposizione alle fumisterie ideologiche del Pcus.
Il “colonnello” Putin si è formato in questa tradizione, e non a caso, dopo una carriera non brillante, ha iniziato la sua ascesa politica e civile nell’ultraliberista Pietroburgo della prima metà degli anni Novanta. Molti membri della sua cerchia, a cominciare da Nikolaj Patrušev, hanno seguito una parabola simile. Gli organi di sicurezza a vario titolo succeduti al KGB (l’FSB, grosso modo equivalente alla FBI; il SVR, emulo della CIA; il GRU, militare) non hanno mai svolto, né ambito a farlo, un ruolo politico. A lungo alcuni commentari hanno descritto il Consiglio di sicurezza come una sorta di Politbjuro ombra, nel quale venivano prese le decisioni cruciali del Paese. Nella sua prosaicità, l’episodio citato ha cancellato questa visione.
Ha contributo a questo esito anche la storica divisone fra esponenti dei servizi segreti e militari dell’esercito, emersa tragicamente ai tempi di Stalin. Crollata l’Urss, la Russia ha conservato immutate le strutture e la composizione dell’esercito, sovradimensionate e inadeguate ai canoni della guerra moderna. I militari sono sopravvissuti ricorrendo a varie forme di corruzione; si sono opposti alle riforme avviate dopo la pessima performance della “guerra dei cinque giorni” con la Georgia, nel 2008. Il risultato finale sono stati i disastri della prima fase dell’“operazione speciale”. Con un certo ritardo, per non ammettere l’insuccesso, il Cremlino ha rimosso il ministro della Difesa Šojgu e processato per corruzione membri della sua cerchia, a cominciare dal viceministro Timur Ivanov. Non siamo tornati ai tempi di Stalin: i processi sono stati pubblici, e le accuse sembrano fondate. Ma l’immunità dei militari è finita.
Nell’ultimo Messaggio alla nazione Putin ha definito i reduci della “operazione speciale” eroi che formeranno la classe dirigente del futuro. I sondaggi d’opinione (ad essi dobbiamo affidarci) dicono che i russi non sono convinti di questa prospettiva e, anzi, per il 40% temono che il ritorno a casa dei combattenti aumenti criminalità e violenza. La nomina di Belousov – un economista – alla guida del ministero della Difesa, mostra che al Cremlino sono consapevoli che l’efficienza del complesso industriale militare dipende da quella complessiva dell’economia, che in tempi di AI ci sarà poco spazio per le spie alla Sorge e alla Stirlitz, l’agente sovietico infiltratosi nei comandi nazisti, tanto amato da Putin. Dirà il futuro se il presidente russo, dopo aver consentito l’insabbiamento del primo tentativo di riforma dell’esercito e aver mantenuto suoi sodali a capo dei servizi segreti, anteponendo fedeltà all’efficienza, sarà disposto a voltare pagina».

Si parla dell’economia russa come di un “Keynesianismo di guerra”, pertanto con un forte ruolo propulsore dello Stato nel sostenere l’industria bellica funzionale al conflitto. Che peso ha avuto e continua ad avere questo cambio di paradigma economico interno sui russi e sulla Russia?
«L’espressione è corretta, ma la comparazione con le esperienze della Seconda guerra mondiale e della guerra di Corea porterebbe fuori strada. La maggior parte dei commentatori ha giudicato il bilancio statale per il 2026 un compromesso fra il war camp e il più ortodossi tecnocrati statali, che hanno il punto di riferimento in Elvira Nabiullina, governatore della Banca centrale. Le spese per la difesa saliranno all’8% del Pil, e dovrebbero raggiungere il 10% entro il 2029.
Al contempo, sono state adottate misure antiinflazionistiche, prima fra tutte l’aumento delle tasse indirette (l’equivalente dell’IVA è salita dal 20 al 22%) e dirette. L’obiettivo è di frenare l’inflazione, visto che, data la caduta delle esportazioni, la domanda interna è l’unica forma trainante di una economia asfittica, che per il 2026 dovrebbe crescere dell’1,3%. Persino le ottimistiche previsioni degli organi governativi prevedono una caduta degli investimenti. La confisca e la nazionalizzazione di molti asset di compagnie straniere hanno consentito di mantenere il compromesso fra oligopolisti e tecnocrati statali. In estrema sintesi, si potrebbe affermare che la guerra ha cronicizzato i mali di una economia che arranca dal 2008, e che non ha le forze per rialzarsi da sola.
La partita decisiva dipenderà da fattori esterni: le sanzioni, che non hanno inciso come previsto ma nel lungo periodo possono infliggere danni importanti; la capacità di aggirarle, con flotte ombra e stratagemmi finanziari; il ruolo che sceglieranno di svolgere Cina, India, Turchia e gli altri paesi del cosiddetto Global South; l’andamento dei prezzi dell’energia nel mercato globale.
“Gli dèi puniscono gli uomini esaudendo i loro desideri”, dicevano gli antichi greci.
La formazione di un mondo multipolare è l’obiettivo dichiarato della politica estera russa sin dagli anni Novanta. La crisi delle organizzazioni multilaterali e l’emergere di attori non statali hanno reso il mondo d’oggi più multipolare di quanto sia stato dopo la Seconda guerra mondiale, ma, nonostante i trionfalismi ufficiali, il ruolo internazionale della Russia non è cresciuto. La Russia non è sull’orlo del collasso economico ed istituzionale, come molti sentenziano, e prova a mantenere il suo ruolo con una politica di balancing che ricorda l’Europa del Congresso delle potenze. Mantiene una strategic partnership con la Cina e cerca di intavolare negoziati con gli Usa sulla guerra in Ucraina e sulle armi nucleari strategiche. In nome di un presunto passato anticoloniale si presenta come il difensore degli interessi del Global South.
Non sarà una strada facile da percorrere, e momenti difficili, guerra o non guerra, attendono la Russia.  L’unico dato certo è che non è prevista alcuna forma di collaborazione con la UE, i cui rappresentati sono stati derubricati al rango di “vassalli” degli USA».


Copertina a cura di Michael Alessio Gentile