Scandinavia: promessa di una nuova vecchia libertà

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Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia: la rendita di un welfare state sempre più eroso dall’ondata liberista.


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L’emergenza pandemica ha inevitabilmente acceso i riflettori sulle capacità in capo ad ogni sistema paese di gestirne le pressioni emergenziali per minimizzarne i costi economici e sociali. Il palcoscenico scandinavo, considerata anche il braccio di ferro fra paesi “frugali” e mediterranei, che ha caratterizzato le riunioni dell’Eurogruppo per la definizione dei costi e della gestione dell’emergenza a livello comunitario, offre uno spunto per analizzare quello che si rivela il mito della particolarità di questo modello economico-sociale e politico considerato nella sua uniformità regionale.
Esso decanta più o meno in ogni paese dell’area, stabilità ed efficienza politica grazie ad un approccio consensuale al compromesso, un elevato tasso di partecipazione alla cosa pubblica, flessibilità ma anche stabilità istituzionale nell’affrontare le sfide sia sistematiche sia congiunturali apposte alla vita dello stato moderno.
La “terza via” fra comunismo e capitalismo in quanto risposta alle imperfezioni delle pretese ideologiche nell’era della post-verità, ma anche in qualità di approccio straordinariamente pragmatico al concetto di benessere, ha informato la sostanzialità del cosiddetto “modello nordico” di stato sociale e di economia.
Esso è considerato un sistema straordinario di ampio intervento statale nelle logiche produttive, nel sistema di sicurezza sociale a garanzia della redistribuzione della ricchezza e dell’accessibilità dei servizi, dell’occupazione e della prevenzione dei costi sociali che teoria e prassi economiche liberiste sottostimano in favore della crescita guidata dal profitto e condizionata al mercato.
Ma è ancora cosi?
L’epidemia ancora in corso offre uno stimolo ulteriore ad abbandonare la visione di una regione e di un modello economico e sociale che riflette scelte politiche di collaudo dell’intervento pubblico nel tessuto sanitario, sociale, lavorativo e produttivo che, al contrario, sin dagli anni ’90 è stato osteggiato da politiche di liberalizzazione pro-mercato.
I dati attuali suggeriscono che questa nota configurazione dei paesi in questione è, oggi, meramente mitologica e la sua emulazione può essere fuorviante se si vuole dare allo stato un ruolo centrale nella vita economica e produttiva delle nazioni per affrontare rischi e pericoli di una società globalizzata, polarizzata e trainata da una rete di forze invisibili.
La sinistra americana che reclama uno stato sociale di tipo nordico (e per questo considerata “socialista”, probabilmente a causa di una cecità condivisa circa la portata e le implicazioni del capitalismo), come Bernie Sanders, probabilmente non prende atto di divergenze di ordine storico-culturale che non è facile esportare tralasciando criteri storico-evolutivi di una comunità che meritano di essere annoverati come i fautori determinanti di una rivoluzione ormai tramontata.
Tutti i paesi scandinavi, infatti, secondo l’“Index of Economic Freedom” si collocano fra le prime 30 economie liberali (su 180) in termini di apertura dei mercati interni e a quelli esteri, ed imprenditorialità, Danimarca e Svezia soprattutto. Gli stessi fattori che secondo l’OECD implementano l’analisi sulla qualità del mercato del lavoro, inclusa la contrattazione collettiva e la legislazione a protezione del mercato, sono molto variabili tra questi paesi[1].
Perché parliamo, dunque, di modello nordico quando ci riferiamo all’intero mercato scandinavo e la sua integrazione in un sistema sociale sicuro ed efficiente? Cosa lo ha reso diverso dagli altri sistemi di welfare esistenti? Ed infine, è, attualmente, il modello nordico sinonimo di riuscita della terza via fra socialismo e capitalismo?

Una storia di successi

Un importante distinguo fra questi sistemi capitalistici e le altre economie di tipo avanzato è il riflesso dell’ambiente e della storia: la posizione geografica dell’area, poco soddisfacente a livello climatico, ha influito nello sviluppo dell’organizzazione rigorosa e compatta delle comunità scandinave, mentre il leggero contatto con i piccoli reami europei e dei loro sistemi di commercio ha compendiato una decisa indipendenza politica secolare[2].
L’organizzazione e la coesione sociale atipiche hanno consentito di accreditare stabilità e fiducia verso l’élite politica, agevolando l’affermazione della neutralità militare attraverso i due conflitti mondiali e le sue gravissime implicazioni, così come una relativa indipendenza produttiva e commerciale di queste regioni determinata primariamente dal fattore geografico.
L’indice di Gini sulle disuguaglianze che in Norvegia, Svezia e Danimarca risulta essere stato fra i più bassi al mondo, prima ancora che il sistema di welfare statale fosse implementato aumentandone considerevolmente la base fiscale, che è la risorsa fondamentale dello stato sociale scandinavo. Evidentemente, un sistema di intervento statale di protezione sociale, seppur minimo, ha significativamente promosso uguaglianza, stabilità e sviluppo grazie alla grande coesione sociale e ad un’etica di matrice culturale del proprio ruolo individuale[3] non comuni. Infatti, l’esclusivo ruolo dei movimenti di lotta sociale non basta a spiegare il successo scandinavo. Anche negli altri paesi occidentali i movimenti sindacali e le reti di lavoratori avevano già iniziato, dall’ inizio del XX secolo, le loro lotte socio-politiche con fermento, richiedendo garanzie di uguaglianza e rispetto dei diritti di ogni lavoratore, ma gli effetti dispiegati da queste lotte sono poco paragonabili.
Quando il corposo sistema di sicurezza sociale finanziata dallo stato ha avuto avvio, omogeneamente, nei paesi scandinavi alla fine degli anni ’60, si è velocemente distinto per significativi raggiungimenti nella lotta alla povertà ed ad una costante attenzione per l’omogeneità redistributiva dei redditi garantendo una tendenza egualitaria a livello economico che negli altri paesi appare meramente d’auspicio. Così, ancora, la differenza culturale spiega molto del successo economico e sociale in termini di lotta alle disuguaglianze e stabilità sociale, nonché benessere e soddisfazione dei cittadini circa la qualità della vita nella regione scandinava.
Secondo uno studioso dell’area: “many of the desirable features of Scandinavian societies, such as low income inequality, low levels of poverty and high levels of economic growth, predated the development of the welfare state. It is equally clear that high levels of trust also predated the era of high government spending and taxation. […] A strong work ethic and high levels of trust made it possible to levy high taxes and offer generous benefits with limited risk of abuse and undesirable incentive effects”[4]. La cultura e l’etica protestante imperniata nel lavoro come pilastro del miglioramento della condizione sociale ed economica dell’individuo, attributi fondamentali del passaggio dal feudalesimo ad un sistema di proprietà agricola privata antecedente rispetto al resto dell’occidente, sono le caratteristiche delle comunità che hanno garantito una crescita economica eccezionale e costante fra 1870 e 1936 dei paesi scandinavi. Così, Svezia e Danimarca, seguite da Finlandia dopo il 1949, e Norvegia hanno assistito ad una crescita economica tra il primo ed il decimo posto a livello mondiale.
Nelle società liberali il welfare state ha una caratterizzazione solitamente residuale, finalizzando le prestazioni al reinserimento nel mercato, da quello del lavoro a quello del consumo e così via, prediligendo un approccio attento alla situazione sociale o familiare del richiedente beneficiario (modello conservatore tipico dei paesi anglosassoni), mentre Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia, oltre ai Paesi Bassi, hanno attinto alla teoria socialdemocratica fondata sul principio di universalità del godimento del benessere, attraverso contribuzioni pubbliche generose e diffuse. È proprio questa caratterizzazione giustificazionista universalistica che distingueva il welfare state nordico da quello mediterraneo.
Nel primo caso, lo Stato si presentava come l’istanza principale della garanzia di soccorso a individui e minoranze, rimanendo tuttora vigile sull’emancipazione di genere e sulla parità salariale, con risultati lodevoli. Sin dai primi successi economico-sociali, inoltre, queste società hanno prima delle altre creato un sistema di contro-bilanciamento all’accumulazione del profitto (ergendo lo stato, ad esempio, quale finanziatore e stakeholder primario di aziende solo parzialmente private), in modo da evitare di raggiungere i comuni effetti disastrosi sull’ampliamento della forbice delle disuguaglianze, dello sfruttamento e dell’accessibilità alle risorse, fino a divenire un vero e proprio modello di efficienza.
Le differenti e complesse sfaccettature del sistema spiegano l’elevata pressione fiscale, diretta ed indiretta, il contrasto alla disoccupazione attraverso ampi sussidi ed un stringente potere sindacale.
Ciononostante, il mercato del lavoro in queste aree, in generale è sempre stato fortemente inclusivo e flessibile.
Alcuni punti di divergenza sono da rinvenire, principalmente, nelle istituzioni compartecipanti ai meccanismi di redistribuzione del reddito: la Danimarca ha affidato il funzionamento dello stato sociale a più organismi privati, mentre in Finlandia il settore del volontariato un ruolo preminente nell’assistenza alla fascia di popolazione impossibilitata al lavoro. Ad ogni modo, in tutti questi paesi il sistema di stato sociale si è sviluppato diversamente dal resto dei paesi avanzati a causa di una moltitudine di fattori strettamente correlati: l’inclusione dei braccianti e degli agricoltori nella lotta politica della sinistra in virtù del loro peso elettorale, l’attitudine consensuale e non divisiva dei partiti, l’organizzazione politica dei gruppi sociali hanno quasi indissolubilmente informato le istituzioni sociali, gli organismi dei lavoratori, lo sviluppo della logica partitica e politica ed il rapporto fra stato, lavoratori e capitalisti in maniera eccezionale. Tutto ciò ha contribuito allo sviluppo del modello in questione, nonché al cammino della stessa cultura.
Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, avvicinatisi al concetto di protezione sociale solamente dopo gli anni Settanta, hanno applicato il concetto di residualità dell’intervento statale condizionato ai meccanismi redistributivi interni al sistema pensionistico ed all’impossibilità di istituzioni sociali come la famiglia nel fornire i mezzi per il soddisfacimento di un bisogno[5] per applicare il concetto universalistico di diritto universale esclusivamente finalizzato alla garanzia del servizio sanitario.
Inoltre, i paesi più caldi hanno tradizionalmente dato più supporto alla protezione dell’occupazione che agli indennizzi di disoccupazione, rendendo il mercato del lavoro meno flessibile, a maggior ragione in circostanze di shock di offerta e di congiunture legate alla gestione di un debito pubblico in aumento. Anche in questo caso, la causa prima è di matrice storica: qui lo stato sociale, dal dopo guerra, è stato disegnato a partire dalla volontà della classe media conservatrice di preservare la stabilità occupazionale e l’élite politica, risultando in uno sforzo minimo di garanzie di equità modellate in base alla compatibilità con il sistema precostituito ed i suoi beneficiari.
I dati sulla crescita dell’Indice di Sviluppo Umano (HDI) confermano la tesi secondo cui sin dalla seconda rivoluzione industriale i paesi scandinavi hanno guidato non solo l’Europa ma anche il mondo nello sviluppo economico, dell’educazione, dell’espansione del benessere, dell’aspettativa di vita[6]. Fra gli anni Sessanta e Settanta, l’indice aveva raggiunto i livelli più alti per tutti i paesi scandinavi ed è risultato aumentare a tassi pressocché identici fino ai giorni nostri. Le politiche sociali afferenti al modello di welfare ampliato e reso più complesso alla fine degli anni ’60, adeguatamente misurate ed efficacemente applicate, hanno sensibilmente migliorato la qualità della vita, la sicurezza sociale, sanitaria, lavorativa, difficilmente integrate nella misurazione del PIL e che permangono quali caratteri distintivi del tramontato modello di successo scandinavo.

Dal mito alla realtà

Il ritorno ad un’economia di mercato più aperta agli inizi degli anni ’90 ha favorito un salto in alto del reddito pro capite mai sperimentato, fra tutte la Norvegia, specialmente grazie alla scoperta e all’uso commerciale dei nuovi e redditizi giacimenti di petrolio.
Per contro, l’indice di Gini sulle disuguaglianze è tornato a crescere, seppur con notevole variabilità fra le diverse aree del mondo e registra, dal 1990 al 2015, un aumento di circa un punto percentuale per la Danimarca e quasi 10 punti in aumento per la Svezia (dal 23,7% al 33%)[7]. Considerata, la terza via, un passo troppo pesante verso l’uguaglianza ed il benessere sociale, questi paesi hanno avviato, seppure in modo variabile, politiche pro-mercato ed a favore di una riduzione dell’aumento progressivo della tassazione nei confronti della popolazione beneficiaria della fascia di reddito più alta nonché politiche di sostanziali tagli fiscali alle imprese. Svezia, Danimarca e Finlandia hanno concluso nel 1995 il loro processo di adesione all’Unione Europea (mentre la Norvegia non aderì al trattato con il 52,2% di voti contrari) e la loro rappresentanza europea si è caratterizzata, da questo momento in poi, come fra le più liberali anche in presenza di governi socialdemocratici.
Ancora oggi, le repubbliche scandinave sono citate fra i membri dell’apparato “frugale”, in quanto “parsimonioso”, circa la gestione dei fondi e del nuovo debito comunitari, contribuendo ad un dibattito acceso circa la solidarietà europea in un periodo straordinariamente difficile ma quanto mai opportuno per un rinnovamento del modello di sviluppo sociale ed economico.
La Svezia è un esempio perfetto dell’impatto di queste politiche come rottura al sistema social-democratico sul sistema educativo e sanitario, promossi dal governo di centro-destra tra 2006 e 2014.
La riforma dell’apparato educativo è avvenuta con un meccanismo di libera scelta che ha permesso alla competizione privata di accrescere il risparmio e la presenza dello Stato nel settore, riducendo la qualità dell’istruzione pubblica ed aumentando l’emarginazione di chi non può permettersi un’educazione privatistica ed acuendo le differenze di stili di vita.
Tra 2014 e 2018, le politiche attive del lavoro del Green Party e dei socialdemocratici, peraltro, nel loro governo unitario, hanno tentato di ridurre l’eccessiva liberalizzazione del mercato per affrontarne le crescenti iniquità, ma appare sempre più utopico un ritorno ai livelli di welfare, inclusione e solidarietà sociale pregressi. A tal proposito, basti pensare che la Svezia non ha collaudato un sistema di entrata fiscale basata sulla proprietà o altri beni, e i ricchi godono di incentivi legati a tassi fiscali sulle corporations più bassi dell’unione europea. Ad oggi, le disuguaglianze non sono diminuite[8]. Fa riflettere anche la svolta liberalistica del settore sanitario e la gestione profittevole dei sistemi di cura e di assistenza agli anziani, in cui si evince una de-professionalizzazione, una riduzione dei lavoratori ed un aumento di quelli meno abilitati e dei precari, il cui numero di pazienti da seguire è rimesso al monte ore stabilito in base alla convenienza degli imprenditori del settore, sostituti degli enti comunali che sono stati progressivamente de-finanziati[9]. Vari giornalisti ne hanno analizzato le ritorsioni sul tasso di mortalità degli anziani affidati a queste strutture.

Mentre il sistema social-democratico di welfare perde la sua determinatezza e la sua tenacia d fronte alle infinite possibilità di ricchezza e crescita garantite dalla teoria economica neoliberista e dall’espansione del mercato europeo e di quello finanziario sull’economia reale, l’aumento relativo della povertà e la frammentazione del tessuto lavorativo contribuiscono a spiegare i sentimenti populisti di destra, più che di sinistra, la cui radicalità anima i media ed esalta la connivenza dei sentimentalismi anti-immigrazione, anti-politici ed anti-istituzionali del resto dell’occidente.
Di fatti, il legame fra nazionalismo ed immigrazione si lega alla progressiva evanescenza delle politiche attive del lavoro altamente inclusive conseguenti al disfacimento della tradizionale protezione sociale. L’intreccio di questi effetti con più ampie condizionalità derivanti dal minor senso di appartenenza sociale finiscono per radicalizzare un vortice di senso di esclusione politica, discriminazione sociale ed economica, ingiustizia e risentimento dal quale è difficile uscire senza compromettere la stabilità e la tenuta solidale del paese.

I paesi scandinavi hanno tradizionalmente rilegato il concetto di ricchezza, non ad una sindrome del valore aggiunto della potenza del mercato e ad un significato ristretto di libertà, bensì al perseguimento di uno sviluppo umano e sociale quale fondamenta di una crescita sostenibile a livello macroeconomico così come a livello individuale.
Nella regione, ben si nota, ogni particella del tessuto produttivo acquisiva, prima che tassazione e debito acquisissero una connotazione distruttiva, una rilevanza speciale per essere promotore del benessere e della sicurezza quali diritti innegabili, ineluttabilmente costituti dell’apparato socioeconomico. Adesso, la disgregazione di questo esempio si riflette nella lotta politica e nel senso di comunità che, strappato dalle coscienze, stanno lasciando ampio spazio alla disgregazione del tessuto sociale, ed alla progressiva delegittimazione di un welfare state regime già blando e privo, ormai, di quella vocazione universalistica dirompente.

Ciò che dobbiamo importare dal modello nordico è, sicuramente, una sensibilità sociale nei confronti della responsabilità politico-economica. La chiave di volta è il ruolo delle istituzioni, la cui erosione attraverso sfiducia, politiche di austerità, disincentivi e scarsa coesione, ne mina l’identità, l’efficacia, la carica riformatrice per affrontare le sfide poste ad un sistema paese a livello tanto strutturale quanto congiunturale. Ora più che mai dovremmo tornare a riflettere sulla capacità politica di risolvere le grandi emergenze che comprimono il mondo intero sotto il peso della “libertà” manipolata dall’ideologia, consapevoli della dipendenza di questa abilità dal senso di responsabilità di ogni istanza individuale, in quanto frutto dell’empatia umana, e di supporto ad una rete comune di valori con cui dare una vera e determinante dimostrazione di sviluppo.


Note

[1] https://www.oecd-ilibrary.org/employment/data/oecd-employment-and-labour-market-statistics/job-quality

[2] What makes Scandinavia different?, Jacobinmag, 2015

[3]  Scandinavian Unexceptionalism, pp. 56-58, Nima Sanandaji, 2015.

[4] cfr. Nima Sanandaji, Scandinavian Unexceptionalism, 2015,The Institute of Economic Affairs

[5] Modelli di Welfare: un confronto tra Italia e Paesi Scandinavi, Cordiali Beatrice, 2016

 [6] https://ourworldindata.org/grapher/hihd without gdp vs gdp per capita, selected countries

[7] https://ourworldindata.org/grapher/gini index around 2015 vs gini index around 1990, selected countries

[8] The Swedish face of inequality, Lisa Pelling, Social Europe, 2019.

[9] Let the Coronavirus Be the Revival of a Professionalised Welfare State, Mari Huupponen, 2020.


Immagine web: Deviantart


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Celeste Luciano

Celeste Luciano, 21 anni, studia Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, Campus di Forlì. Appassionata di storia, buona politica ed informazione, al progresso sociale attraverso l’impegno di associazioni studentesche, creando contenuti di divulgazione. Nelle sue ricerche si concentra particolarmente sul ruolo dell’ideologia e sul rapporto tra politica e società come perno del sistema economico.

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