Sconfinate – Terre di confine e storie di frontiera racconta la geopolitica dei confini analizzando alcuni casi emblematici. Libro della collana Orizzonti Geopolitici, dell’editore Rosenberg & Sellier, scritto a più mani e curato da Emanuele Giordana.


 

I confini spesso non rappresentano solo una divisione di Stati, ma spesso segnano la differenza tra la vita e la morte per chi vuole attraversarli.
I confini rappresentano anche il punto di contatto tra realtà diverse o realtà divise dalla matita delle potenze coloniali al tempo della spartizione del mondo. Intorno ai confini maturano e si sviluppano delle tensioni, dei conflitti. Il confine rappresenta il baluardo della difesa e il pretesto per l’attacco.
Con “Sconfinate – Terre di confine e storie di frontiera”, edito da Rosenberg & Sellier, gli autori[1] ci illustrano alcuni esempi di confini “caldi”.
Non solo i casi famosi pensiamo a quello coreano o tra Stati Uniti e Messico, ma anche in Somalia, Congo, Haiti, Pakistan, Bangladesh fino alla nostra Europa.
Ne parliamo con chi ha curato questo volume: Emanuele Giordana, geografo, docente di giornalismo all’Ispi di Milano e alla fondazione Basso di Roma, è attualmente il direttore editoriale del portale atlanteguerre.it

La storia ci ha insegnato che i confini, intesi come linee tracciate sulle mappe, di fatto sono nati per essere distrutti, e che nulla è immutabile…

Non saprei dire se i confini sono stati tracciati…per essere distrutti: nel principio chiave delle relazioni tra Stati (siano stati nazione moderni o imperi antichi) il concetto di pacta sunt servanda[2] sta lì proprio a dire che il confine, che determina alla fine un’identità’, va rispettato. Ovviamente la guerra, questo seme insano del genere umano, ha direi sempre l’obiettivo di valicare, quando non distruggere, il confine: appropriarsene, inglobarlo, dunque cancellarlo dopo averlo violato. Ma la pace dovrebbe essere il contrario: rispetto il tuo confine e dunque riconosco la tua identità. Il confine non è per forza una categoria negativa ma è una categoria che si presta, quello si a tantissime interpretazioni

“Confine” e “Frontiera” vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma esiste una differenza concettuale?

Direi che sono quasi equivalenti anche se il secondo richiama, almeno in noi italiani, il concetto di dogana… ma “frontiera” è anche un concetto spaziale aperto: la nuova frontiera, l’ultima frontiera e così via. Quando parliamo di confine le cose si fanno da una parte ancora più ampie: c’è il confine geografico ma poi c’è un confine psicologico, un confine tra matematica e algebra e così via. Ma mentre confine dà comunque l’idea di un limite (da cui la parola (confino) frontiera questa accezione ce l’ha assai meno. Paradossalmente uno chiude, l’altro apre

La “Durand Line”, il confine tra Afghanistan e Pakistan, è da sempre oggetto di contenzioni tra le due parti. Perché questo confine è considerato geopoliticamente e geostrategicamente fondamentale?

Oggi è solo un confine tra Stati nazione che, a causa della sua natura che dipende da un’eredità coloniale solo in parte concordata da Londra con chi vi abitava, restituisce ogni giorno i suoi veleni: tipico di un confine non concordato. Per l’India britannica (se ne preoccupò in effetti più Calcutta che Londra), la Durand Line doveva segnare non solo il limite dell’Impero britannico a Ovest ma essere soprattutto una sorta di barriera contro le mire espansionistiche russe (e francesi) sulla perla dell’Impero. L’Afghanistan doveva fungere da Stato cuscinetto, rinchiuso in un confine che non solo andava stretto agli emiri afgani che avevano – in un certo senso –  posseduto persino Delhi (Babur, il conquistatore dell’India era mongolo ma nato a Kabul), ma che divideva in due l’enorme comunità Pashtun. Una ferita mai rimarginata come si capisce oggi dalla guerra afgana: i pashtun sono sui due lati della frontiera. Ecco perché’ quel confine è tanto “poroso”

Nel suo libro definisce i Rohingya[3] un “popolo senza frontiere” vittima di cicliche vessazioni, considerati minoranza sia in Myanmar che in Bangladesh. Come si è arrivati a questo punto e perché la comunità internazionale di fatto fa fatica a farsi sentire?

I Rohingya sono le vittime scarificali probabilmente di un progetto non solo etnico-identitario ma di un discreto appetito sulle loro terra. E cosa c’è di meglio se quel popolo non ha cittadinanza e dunque carte per provare i diritti di proprietà? I Rohingya sono un popolo che ha origini geografiche bengalesi ma che inizio a trasferirsi (o ad essere trasferito come schiavo prima e poi come lavoratore da piantagione) dal 1500 in quello che ora è Myanmar ma che allora era uno Stato indipendente, l’Arakhan. In molti casi forse il trasferimento avvenne anche senza passaggi formali poiché’ l’ex Bengala britannico, oggi Bangladesh, e l’Arakhan sono divisi da uno strettissimo braccio di mare. Dopo l’indipendenza fu loro riconosciuta la nazionalità ossia l’identità di popolo Rohingya nella nuova Birmania indipendente. Ma poi gli fu tolta. Se non hai un’identità non esisti e sei ovviamente il bersaglio più facile. Ma sono birmani a tutti gli effetti: Rohingya birmani. Aung San Suu Kyi tentò di risolvere il problema ma alla fine cedette ai militari che, oggi si vede bene, non sono gente molto attenta ai diritti delle persone. Sacrificò 1 milione di Rohingya per salvare 54 milioni di birmani. La comunità internazionale ha fatto quel che poteva ma senza risultato. Quel che è peggio – e cui invece si potrebbe porre rimedio – è che non siamo nemmeno in grado di sapere come stanno le migliaia di Rohingya che ancora vivono in Myanmar e che in gran parte vivono in campi profughi che sono vere prigioni a cielo aperto

Molti dei confini attuali degli Stati provengono da accordi di spartizione sottoscritti delle potenze coloniali. Nel suo libro un capitolo, a cura di Eric Salerno, è dedicato agli accordi Sykes-Picot definiti come il tratto di penna che ha inventato il Medio Oriente, o se vogliamo il tratto di penna che è l’origine di tutte le contese mediorientali[4]

Sykes-Picot è la madre di tutti gli accordi sui confini, cosi l’abbiamo definita e chi meglio di Eric Salerno per raccontarlo? In realtà è solo perché’ è l’accordo più noto dei tanti, decine, che hanno ridisegnato il mondo secondo gli appetiti coloniali e tutti ne abbiamo responsabilità: dal Regno Unito alla Francia, dal Belgio all’Italia. Ormai, per forza di cose, bisogna partire da lì perché’ mettere mano ai confini significa ormai violare proprio quel pacta sunt servanda. Ma quando lo Stato islamico spacca i cippi di frontiera tra Iraq e Siria, rivela al mondo ciò che è sotto gli occhi di tutti. Un giorno a tavolino, come fecero gli emissari britannico e francese Sykes e Picot, si sedette qualcuno deciso a disegnare il destino di gente che non aveva neppure mai visto. Ecco perché’ i confini coloniali molto spesso sono geometrici. Tracciare col righello il destino umano è qualcosa di terribile…quelle linee spesso tagliarono campi, case, stalle. Nacquero sul dolore e sull’imposizione. Su una violenza insanabile di cui ancora paghiamo il prezzo

Quali sono oggi i confini tra Stati interessati da scontri o frizioni ma che per mille motivi non hanno un clamore mediatico internazionale?

I casi sono tanti e intermittenti: molti sono del tutto ignoti, specie in Africa. Ma se si volesse fare un esempio vicino a casa basta andare nei Balcani e ricordarsi che, per esempio, la Spagna non riconosce il Kosovo…

E quali quelli che potrebbero potenzialmente essere confini “a rischio”?

I processi di integrazione e la lotta al sovranismo mi sembrano le uniche armi per evitare confini a rischio perché’ il confine è di per se un…soggetto a rischio. Ma se il confine è dentro un processo che lo riconosce e al contempo lo supera (come dovrebbe essere nell’Unione europea: sono italiano ma sono soprattutto europeo), allora le cose cambiano. Altrimenti nessun confine è sicuro come la storia continua a dimostrarci da Israele a Gaza, da quello Cina – India a quello tra Sudan e Sud Sudan. Credo che dobbiamo sforzarci di trovare la cura. Il confine che Romolo e Remo tracciarono per costruire Roma fu un’invenzione importante ma adesso è l’ora di ridefinire il concetto e qui sta la vera sfida: rispettarne il valore quando questo difende una identità ma al contempo superarlo se il confine diventa ghetto o fortezza. Questa è casa mia ma apro il mio cortile a chiunque ne abbia rispetto. Una strada ancora in salita.


Note

[1] Con i contributi di Paolo Affatato, Giuliano Battiston, Gennaro Carotenuto, Guido Corradi, Egidio Crotti, Fabio Gianfrancesco, Rosella Idéo, Raffaele Masto, Marco Meriggi, Sandro Mezzadra, Pierluigi Musarò, Gianna Pontecorboli, Eric Salerno ed Emanuele Giordana
[2] La locuzione latina pacta sunt servanda (in italiano: i patti devono essere osservati) esprime un principio fondamentale del diritto civile e del diritto internazionale.
[3] https://www.opiniojuris.it/lincubo-dei-rohingya/
[4] https://www.opiniojuris.it/origini-delle-contese-mediorientali/


Foto copertina: Copertina libro