La teoria degli Shared Values: i “valori asiatici”: tra relativismo culturale e tutela dei diritti umani

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Prosegue da anni il dibattito sulla compatibilità dei diritti umani con i cosiddetti Shared Values, i “valori asiatici”espressione di un relativismo culturale che ne mette in discussione il carattere universale.


 

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In un continente vasto come quello asiatico, su cui vive più del 60% della popolazione mondiale, non è agevole rintracciare una tradizione giuridica comune né, più in generale, una tradizione culturale condivisa ; a differenza di quanto accaduto in Africa con il colonialismo e la successiva decolonizzazione, infatti, la storia non ha contribuito a uniformare le profonde differenze che intercorrono tra i vari Paesi dell’Asia nei cui sistemi si rilevano, allo stesso tempo, elementi di civil law e common law, diritto islamico ed ebraico, scintoismo, buddismo, induismo, confucianesimo, cattolicesimo etc; il persistere ancora oggi di tali profonde differenze è dovuto in buona parte al fatto che non tutti i Paesi asiatici sono stati oggetto di dominio coloniale (ad esempio il Giappone, la Cina, il Nepal e la Thailandia) e questo si riflette inevitabilmente sul diritto costituzionale portando alla coesistenza, all’interno dell’area considerata, di Stati democratici che si affiancano a Stati marxisti, autoritari e islamici [1].

Considerare la democrazia e il rule of law di matrice occidentale come estranei agli Stati asiatici o come concetti del tutto nuovi in quell’area sarebbe però un errore indice di pregiudizio: istituzioni politiche e giuridiche tradizionalmente considerate appartenenti alla cultura occidentale hanno infatti messo radici in molte parti dell’Asia e nel corso degli anni si sono consolidate, contribuendo inoltre a influenzare le istituzioni dei nuovi Stati e limitando al contempo la natura dei possibili cambiamenti radicali [2].

La creazione degli Stati nazionali asiatici e la loro ricerca di un’identità indipendente inizia con fondazione delle Nazioni Unite e prosegue con il crollo del comunismo nell’Europa orientale e in Unione Sovietica. In tale contesto, si assiste all’internazionalizzazione della politica e dell’economia, l’americanizzazione della cultura e l’ideologizzazione del concetto di essere umano come scopo ultimo e non come mezzo di qualsiasi azione sociale. Ciò ha comportato, per i popoli asiatici come per quelli africani, il sostegno internazionale alla loro richiesta di indipendenza e, successivamente, di nazionalità[3].

L’internazionalizzazione dei principi sulla tutela dei diritti umani, unitamente alla fine della Guerra fredda, ha fatto sì che l’Occidente prestasse attenzione a quanto accade nel contesto asiatico, da cui spesso giungono notizie di arresti arbitrari, detenzioni prolungate, di maltrattamenti e torture praticate sia sui propri cittadini (o sudditi) che su quelli altrui per motivi intellettuali, politici o religiosi, ma anche di censura, monitoraggio dei mezzi di comunicazione etc[4]

Ancora oggi si rilevano, dunque, numerose criticità in merito alla tutela dei diritti umani in Asia e a tal proposito si svolge ormai da anni un articolato dibattito sulla compatibilità di questi diritti con i cosiddetti “valori asiatici”, espressione coniata nel 1995 dal Primo Ministro malese Mahathir Mohamad e dal Primo ministro di Singapore di quegli anni, Lee Kuan Yew [5] che, a dispetto delle notevoli differenze giuridiche rilevabili in un’area così vasta, rimanda ad una  nozione unitaria di “Asia” fondata su una comunanza di valori; il tema dei cd. valori asiatici richiede però una certa cautela nell’approcciarvisi, in quanto nel corso degli anni ha costituito uno dei principali strumenti attraverso cui alcuni regimi autoritari hanno provato a giustificare la sistematica violazione dei diritti umani  o la loro negazione.

Il richiamo ai valori asiatici si concretizza infatti in una forma di relativismo che porta a mettere in discussione l’universalità dei diritti umani[6], argomentando che l’universalismo sia il risultato di una forma di omogeneizzazione culturale che nasconde l’egemonia del mondo occidentale. In base a tale assunto, i diritti umani dovrebbero invece essere interpretati e applicati in modo differente a seconda delle diverse aree del mondo e tenendo conto dell’epoca, della cultura e del contesto economico[7].
Nella tradizione asiatica, in particolare, non vi sarebbe compatibilità con i diritti umani di matrice occidentale fondati sull’individualismo, in contrasto con la cultura orientale che esalta i doveri degli individui verso la collettività rispetto ai loro diritti come singoli. In tale contesto, diritti collettivi sociali e culturali come il diritto della nazione allo sviluppo economico sono considerati prioritari rispetto ai diritti privati in materia di libertà e partecipazione politica[8].
Singapore ed altri Stati economicamente evoluti hanno infatti giustificato nel corso degli anni la negazione di vari diritti occidentali facendo leva sullo sviluppo economico raggiunto proprio in assenza di tali diritti, nonché proponendosi come modelli per le società asiatiche[9] .

Le argomentazioni che fanno leva sull’impossibilità di applicare i diritti umani universali nella regione asiatica come conseguenza dei suoi particolari valori si fondano su posizioni di relativismo culturale, in base al quale le azioni sociali possono essere valutate e capite solo in base a principi noti e familiari alla determinata cultura che cerca di comprendere quelle stesse azioni. Se ne desume che, non potendo esserci due società perfettamente identiche tra di loro, nessun principio possa essere trasmesso in modo identico.

A tal proposito, il ministro degli esteri cinese Liu Huaqiu ha affermato durante la Conferenza mondiale di Vienna sui diritti umani del 1993 [10]che “il concetto dei diritti umani è un prodotto dello sviluppo storico. È strettamente legato alle specifiche condizioni sociali, politiche ed economiche e alla storia, alla cultura e ai valori specifici di un particolare paese. Fasi diverse dello sviluppo storico comportano esigenze diverse per quanto riguarda i diritti umani. Pertanto non si può e non si deve pensare al principio e al modello dei diritti umani proprio di certi paesi come all’unico appropriato e chiedere che tutti i paesi vi si conformino. Per il folto gruppo dei paesi in via di sviluppo, rispettare e proteggere i diritti umani significa in primo luogo garantire la piena realizzazione dei diritti alla sussistenza e allo sviluppo”.

Anche la dichiarazione di Bangkok[11], pur accogliendo l’universalità dei diritti umani, non prende una chiara posizione sulla materia e sostiene che  sebbene i diritti umani siano di natura universale, devono essere visti nel contesto di un processo dinamico ed evolutivo di normazione internazionale, tenendo presente l’importanza delle particolarità nazionali e regionali e i vari contesti storici, culturali e religiosi”[12].

Per molti leader orientali i valori tradizionalmente considerati asiatici, i quali antepongono la famiglia, la comunità, la società e la nazione all’individuo, sono funzionali alle esigenze di sviluppo economico a discapito dei diritti civili e politici. Tale ragionamento viene giustificato sostenendo che lo sviluppo economico abbia come risultato un miglioramento del livello di vita, perciò la subordinazione o il “rinvio” dell’attuazione dei diritti civili e politici come la libertà di movimento, di dissenso, di associazione etc, contribuirebbe a mantenere l’ordine sociale e la stabilità politica necessari allo sviluppo economico e alla produzione dei benefici che ne derivano[13].

A dispetto di tali argomentazioni, ciò che l’Occidente chiede agli Stati interessati da tali problematiche è di correggere lo stato attuale di tutele, riconoscendo i diritti civili e politici dei cittadini oltre a quelli sociali, culturali ed economici. L’universalità dei diritti umani, su cui poggia la visione occidentale, comporta infatti che essi siano al di sopra di ogni legge locale e che vengano osservati da tutte le nazioni. L’affermarsi dei diritti umani come principio di diritto internazionale consuetudinario applicabile ad ogni Paese ha come primaria conseguenza, infatti, che nessuna nazione possa ignorarli o essere esente da accuse di abusi.[14]

Il popolo orientale, dal canto suo, non sembra più disposto a subire passivamente qualsivoglia compressione dei diritti umani: Amnesty International, con la pubblicazione del rapporto “I diritti umani nella regione Asia – Pacifico: cosa è successo nel 2019” [15], che descrive e analizza la situazione dei diritti umani in 25 stati e territori, ha messo in risalto come un’ondata di proteste guidate dai giovani abbia “sfidato la crescente repressione e il complessivo giro di vite nei confronti della libertà di espressione e di manifestazione pacifica in tutta l’Asia”.
Le denunce per le violazioni dei diritti umani, seppur regolarmente punite, hanno contribuito a fare la differenza: “Le persone che hanno preso parte alle proteste del 2019 in Asia hanno conosciuto il sangue ma non sono state spezzate”, ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia orientale, l’Asia sudorientale e il Pacifico. “Tutte insieme, hanno lanciato la sfida a quei governi che continuano a violare i diritti umani allo scopo di rafforzare la loro presa sul potere. Vi sono stati molti esempi di tentativi riusciti di ottenere progressi nel campo dei diritti umani: dagli studenti di Hong Kong protagonisti di un movimento di massa contro la crescente influenza cinese a quelli che in India sono scesi in strada contro le politiche anti-musulmane, dai giovani elettori della Thailandia confluiti in un nuovo partito di opposizione ai manifestanti che a Taiwan hanno chiesto l’uguaglianza delle persone Lgbti, le proteste popolari guidate dai giovani, in piazza come nella Rete, hanno sfidato l’ordine costituito“.

Il dibattito sui “valori asiatici” e il relativismo culturale ha subito rallentamenti solo in corrispondenza delle crisi finanziarie che, nel corso degli anni, hanno colpito vari Paesi della regione[16], ma costituisce ancora oggi un imprescindibile punto di riferimento per qualsivoglia tentativo di delimitare e analizzare, sul piano del diritto costituzionale, lo “stato di salute” dei diritti umani e la loro tutela nel contesto asiatico.


Note

[1]cfr. Tania Groppi, Relazione al XVII Colloquio biennale AIDC Global Law v. Local Law, I diritti umani in Asia http://www.leggicinesi.it/dottrina/Groppi%20-%20Diritti%20umani%20in%20Asia%202005.pdf

[2]cfr. juragentium.org, I ‘valori asiatici’ e il rule of law, Alice Ehr-Soon Tay, 2005 https://www.juragentium.org/topics/rol/it/tay.htm

[3]cfr. Tania Groppi, Relazione al XVII Colloquio biennale AIDC Global Law v. Local Law, I diritti umani in Asia http://www.leggicinesi.it/dottrina/Groppi%20-%20Diritti%20umani%20in%20Asia%202005.pdf

[4]cfr. juragentium.org, I ‘valori asiatici’ e il rule of law, Alice Ehr-Soon Tay, 2005 https://www.juragentium.org/topics/rol/it/tay.htm

[5]cfr.. F.A. Trindade, The Removal of the Malaysian Judges, “Law Quarterly Review”, 106 (1989), p. 51

[6]cfr. A.B. Nasution, Democracy’s Struggle in Indonesia, in L. Palmier (a cura di), State and Law in Eastern Asia, Dartmouth Publishing Co., Aldershot 1996, pp. 23-69.

[7]cfr. juragentium.org, I ‘valori asiatici’ e il rule of law, Alice Ehr-Soon Tay, 2005 https://www.juragentium.org/topics/rol/it/tay.htm

[8]cfr. Mohamed Mahathir alla International Conference on Rethinking Human Rights, Kuala Lumpur, 6 dicembre 1994

[9]cfr. C.O. Khong, Asian Values: The Debate Revisited, in ‘Asian Values’ and Democracy in Asia Conference, 28 marzo 1997, Hamamatsu, Shizuoka

[10]cfr.. Unicr.org, Conferenza Mondiale sui Diritti Umani Vienna, 14-25 giugno 1993  https://archive.unric.org/html/italian/humanrights/vienna.html

[11]cfr. Asia- Pacific Human Rights Information Center, Final Declaration of the Regional Meeting for Asia of the World Conference on Human Rights https://www.hurights.or.jp/archives/other_documents/section1/1993/04/final-declaration-of-the-regional-meeting-for-asia-of-the-world-conference-on-human-rights.html

[12]cfr. Dichiarazione dei ministri e dei rappresentanti degli Stati asiatici, 29 marzo — 2 aprile 1993, in Asian Cultural Forum on Cultural Development, Our Voice, Bangkok NGO Declaration on Human Rights, Asian Cultural Forum on Cultural Development, Bangkok 1993

[13]cfr. juragentium.org, I ‘valori asiatici’ e il rule of law, Alice Ehr-Soon Tay, 2005 https://www.juragentium.org/topics/rol/it/tay.htm

[14] cfr. Tania Groppi, Relazione al XVII Colloquio biennale AIDC Global Law v. Local Law, I diritti umani in Asia http://www.leggicinesi.it/dottrina/Groppi%20-%20Diritti%20umani%20in%20Asia%202005.pdf

[15]cfr. Amnesty International, I diritti umani nella regione Asia – Pacifico: cosa è successo nel 2019 https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-2019-2020/asia-e-pacifico/

[16]cfr. juragentium.org, I ‘valori asiatici’ e il rule of law, Alice Ehr-Soon Tay, 2005 https://www.juragentium.org/topics/rol/it/tay.htm


Foto copertina: L’iconico skyline sul lungomare di Singapore. Senza entroterra rurale, terre limitate e una popolazione in crescita, Singapore sta battendo le probabilità ed è sulla buona strada per essere autosufficiente dal punto di vista idrico entro il 2060. Immagine: Neale Cousland / Shutterstock.com


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Mariarita Cupersito

Mariarita Cupersito

Avvocato e giornalista, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e il Diploma di Specializzazione per le Professioni Legali presso l’Università degli Studi di Salerno. Lavora nella pubblica amministrazione, scrive per varie testate ed è volontaria della Croce Rossa Italiana. Ha collaborato con uno studio legale Codacons e si è occupata di violenza di genere con un Centro Anti-violenza della rete Differenza Donna, nonché di disabilità in ambito universitario collaborando con l’Ufficio Diritto allo Studio dell’Università di Salerno. Ha preso parte a vari progetti di Amnesty International in materia di promozione e tutela dei Diritti Umani.

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