La Valle del Fergana si estende in Asia Centrale ed è divisa tra Uzbekistan, Kyrgyzstan e Tajikistan. Le sue risorse naturali e la posizione strategica in Asia Centrale denotano sia l’importanza della valle nello scacchiere geopolitico euroasiatico e sia la sua criticità dovuta agli interessi di tre repubbliche centro asiatiche convergenti in una regione multietnica dove vivono circa 11 milioni di persone e dove si è andata ad affermare la radicalizzazione religiosa.


Per decenni, infatti, la Valle del Fergana è stata definita come instabile fino a quando si sono riaccesi gli scontri di frontiera tra le forze di sicurezza tagike e quelle kirghise nel 2021.[1] Anche se la Valle del Fergana non si è trasformata in un ‘paradiso’ per il terrorismo, come spesso predetto negli ultimi tempi da diversi analisti, è innegabile che è ancora esistente il rischio di un conflitto locale o di una destabilizzazione che possa essere sfruttata da diversi gruppi terroristici.

Asia Centrale tra problemi di politica interni e sicurezza

L’Asia Centrale è una regione importante dal punto di vista geopolitico e strategico per la sua collocazione geografica, le risorse naturali e il suo passato storico. Fin dall’antichità la regione è stata attraversata dalle vie carovaniere che la percorrevano per unire i mercati europei con quelli asiatici.
Anche oggi questa area detiene il potenziale ruolo di hub logistico euroasiatico essendo interessata dalla Belt and Road Initiative di Pechino, dall’Unione Economica Euroasiatica di Mosca e dalle rinnovate strategie di politica estera e commerciale elaborate sia da Washington che da Bruxelles.
Le grandi potenzialità a livello economico, logistico e di risorse naturali di cui dispone l’Asia Centrale devono, però, fare i conti con le problematiche regionali che ne elevano il rischio geopolitico: rivolte interne dovute a un forte autoritarismo che si è andato a imporre a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica e della nascita delle repubblica indipendenti centro asiatiche, un tasso elevato di corruzione, problemi ambientali legati alla gestione errata delle risorse naturali durante il periodo sovietico, una distribuzione non omogenea di diversi gruppi etnici, le annose questioni dei confini che in alcuni casi hanno generato degli scontri tra le forze di sicurezza di frontiera, e in fine non per importanza il problema del terrorismo e della radicalizzazione religiosa.[2]
Nell’anno 2022 l’Asia Centrale è salita alla ribalta per delle proteste interne dovute al caro vita, crisi economica, difficile gestione delle minoranze etniche o delle regioni autonome che, secondo le autorità locali, sono state cavalcate dai cosiddetti ‘agenti esterni’ e dai ‘gruppi terroristici’ per dare vita a una destabilizzazione locale.
Nel gennaio 2022 era stato il Kazakhstan ad attirare l’attenzione dei media internazionali per le proteste nel paese sedate grazie all’invio dei militari da parte dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) spesso definita come la ‘NATO della Federazione Russa’.[3]
In estate, precisamente a maggio 2022, la Regione Autonoma del Gorno-Badakhshan (GBAO) della repubblica del Tajikistan, situata nell’area strategica del Pamir, ha registrato delle proteste in cui i residenti richiedevano le dimissioni dei governatori locali, maggiore libertà e la fine dello stretto controllo da parte dell’autorità centrale. Anche in questo caso le proteste hanno registrato degli scontri con le forze di polizia e il ministero degli interni tagiko ha avviato una operazione antiterrorismo per contrastare minacce esterne rappresentate dai foreign fighters jihadisti nella regione.[4]
Nel luglio 2022, invece, è stata la Repubblica autonoma del Karakalpakstan, entità facente parte dell’Uzbekistan, a finire sulle prime pagine dei media locali dopo le proteste nate nei confronti della proposta di modifica della Costituzione uzbeka che, secondo la popolazione locale caracalpaca, rappresenta una minaccia per la sovranità e l’autonomia della repubblica. Seguendo la falsa riga degli eventi in Kazakhstan e Tajikistan, anche in Karakalpakstan le proteste iniziali sono state seguite dall’intervento delle forze di sicurezza allarmate per la ‘presenza di gruppi terroristici e criminali’ nella regione, fattore che ha generato scontri e diverse vittime.[5]
Quanto avvenuto fin dall’inizio del 2022 è un sintomo di un diffuso scontento popolare in Asia Centrale e del contrasto tra l’autorità centrale e la popolazione locale, spesso quella residente in aree periferiche e transfrontaliere. Tutto questo ha posto l’attenzione sul problema socioeconomico centro asiatico e sulla possibilità che diversi gruppi terroristici, in primis lo Stato Islamico del Khurasan (Islamic State Khurasan Province – ISKP), possano utilizzarli per la loro compagna mediatica e di diffusione della propaganda jihadista.
Tale minaccia alla sicurezza della regione non è un qualcosa di nuovo se si pensa che già nel 2019, prima dello scoppio della pandemia, le Nazioni Unite aveva lanciato l’allarme sulla sicurezza e sulla minaccia terroristica in Asia Centrale. Infatti, l’allora direttore delle Nazioni Unite – Ufficio sulla Droga e la Criminalità (UNODC) aveva sottolineato come, con la ‘sconfitta’ dello Stato Islamico in Siria e Iraq e la conquista delle roccaforti di Raqqa e Mosul, la minaccia jihadista si sarebbe riversata in Asia Centrale e Afghanistan.[6]
Il monito lanciato dalle Nazioni Unite è divenuto sempre più realtà quando, a seguito del ritiro delle forze armate statunitensi dall’Afghanistan, la presenza e le attività dello Stato Islamico nel paese si è fatta sempre più marcata a tal punto che nell’anno 2022 il gruppo terroristico ha avviato una campagna mediatica e di propaganda jihadista a livello regionale volta a screditare i governi centro asiatici e attrarre foreign fighters tagiki, uzbeki e kirghisi.[7]
Considerando l’instabilità transfrontaliera della Valle del Fergana così come gli interessi geopolitici di attori locali e stranieri, la sua morfologia, la presenza di una popolazione a maggioranza musulmana, questa regione è salita alla ribalta come uno dei possibili obiettivi delle organizzazioni terroristiche che operano tra Afghanistan, Pakistan e Asia Centrale.

Conflitti transfrontalieri e radicalizzazione nella Valle del Fergana

Il problema della radicalizzazione e del terrorismo nella Valle del Fergana è tangibile, ma non un fenomeno nuovo. Diversi studi accademici e report specialistici negli ultimi dieci anni hanno sottolineato il rischio derivante dalla presenza di persone radicalizzate e connesse a gruppi terroristici nella regione così come l’esistenza di una propaganda che promuove la creazione di uno stato islamico.
A questo occorre aggiungere gli scontri di frontiera in una valle suddivisa tra Tajikistan, Kyrgyzstan e Uzbekistan il cui assetto è stato dettato dalle politiche dell’Unione Sovietica volte a creare una divisione in modo che nessuna delle repubbliche potesse prendere il sopravvento. La regione ha un potenziale evidente, perché è una delle aree più fertili dell’Asia Centrale attraversata da corsi d’acqua, tra cui è possibile menzionare il Syr Darya, e dispone di interessanti risorse naturali utili per diversi settori industriali.
Nel 2014 una ricerca pubblicata a seguito di uno studio in loco evidenziava come esisteva una connessione tra la criminalità organizzata locale e il terrorismo rappresentato al tempo da Hizb ut-Tahrir e dal Movimento Islamico dell’Uzbekistan le cui abilità era stata quella di riuscire a fare breccia all’interno della società e dei circoli locali. [8] Anche se il Movimento Islamico dell’Uzbekistan si è contraddistinto per la sua attività militare e l’uso della forza in passato con collegamenti anche con i Talebani fino a quando una buona parte dei suoi combattenti ha giurato fedeltà allo Stato Islamico,[9] grande attenzione da parte dei governi locali è stata sempre data a Hizb ut-Tahrir la cui propaganda ha avuto un forte impatto sulle giovani generazioni.
Il conflitto transfrontaliero tra Tajikistan e Kyrgyzstan che si è recentemente acutizzato è l’elemento destabilizzante che può essere sfruttato dai terroristi. Anche se inizialmente lo scontro tra le parti era dovuto alla gestione e condivisione delle risorse, recentemente, a seguito di politiche mirate, si è andato diffondendo un forte nazionalismo che nel 2021 è stato individuato come una delle cause dello scoppio degli scontri.[10]
Non si possono, però, neanche sottostimare le continue tensioni tra uzbeki e kirghisi i quali sono entrambi musulmani sunniti, ma si distinguono per il retaggio culturale e il benessere familiare. Gli scontri per l’accesso all’acqua, al territorio agricolo o per la mancata rappresentazione politica hanno così creato anche in quest’area della Valle del Fergana quel terreno fertile per la diffusione del radicalismo islamico.
Con il ritiro delle truppe statunitensi, e il fenomeno migratorio e dei rifugiati che ha interessato l’intera Asia Centrale, anche la Valle del Fergana ha accolto al suo interno dei profughi che possono andare a creare ulteriori problematiche locali o fungere da veicoli per la promozione dell’Islam radicale e delle posizioni dei talebani o dello Stato Islamico.
Questa regione potrebbe essere quindi interessata maggiormente dal fenomeno del terrorismo, in special modo nei territori gestiti da Tajikistan e Kyrgyzstan anche se non si può sottostimare la minaccia alla sicurezza presente nel territorio uzbeko dove ha operato in passato in maniera consistente il Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Sia il Governo di Dušanbe che quello di Biškek hanno confermato come nel 2022 si siano registrati un numero superiori di episodi legati al terrorismo e alla radicalizzazione e come la minaccia jihadista stia divenendo sempre più tangibile in Asia Centrale mentre recentemente le autorità uzbeke hanno annunciato l’arresto di persone tra i 22 e i 25 anni appartenenti al gruppo terroristico Katibat Tahwid wa al-Jihad nell’area di Tashkent confermando i sospetti in merito alla presenza jihadista in loco.[11]

Conclusioni

L’Italia ha più volte confermato il suo interesse nel migliorare ed espandere i rapporti diplomatici e commerciali con i paesi dell’Asia Centrale.[12] Questo discorso vale anche per Uzbekistan, Tajikistan e Kyrgyzstan che ospitano all’interno dei loro confini la Valle del Fergana.
È indiscutibile, quindi, che le aziende italiane interessate a investire in questi paesi debbano tenere conto di una possibile destabilizzazione della Valle del Fergana a causa delle tensioni transfrontaliere, anche se i governi locali spesso hanno fatto dichiarazioni volte a promuovere la stabilità locale, e della diffusione della radicalizzazione, elementi che non solo elevano il rischio geopolitico locale, ma rappresentano una vera e propria minaccia all’incolumità fisica del personale italiano in loco. Se da un lato le repubbliche centro asiatiche hanno spesso promosso l’idea di una cooperazione e coesione regionale volta a superare i problemi legati alla gestione dei confini e delle aree transfrontaliere multietniche, è anche vero che la gestione della politica interna così come il possibile utilizzo eccessivo della forza nel caso delle proteste e manifestazioni potrebbero favorire maggiormente la diffusione della propaganda jihadista e instaurarsi con successo nella Valle del Fergana da dove i gruppi terroristici potrebbero coordinare le loro attività ai danni di Tajikistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan.


Note

[1] Muhammad Tahrir (2022) One Year After Kyrgyz-Tajik Conflict, Tensions Still High Along Border, Radio Free Europe Radio Liberty. Link: https://www.rferl.org/a/majlis-podcast-kyrgyzstan-tajikistan-conflict/31818635.html.
[2] Giuliano Bifolchi (2022) Central Asian republics between socio-economic projects, popular protests, terrorist threats and the Afghan dilemma, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2022/07/22/central-asia-problems-economy/; Giuliano Bifolchi (2021) Central Asian security problems: authoritarianism, economic crisis and foreign influence, Geopolitical Report ISSN 2785-2598 Volume 8 Issue 1, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2021/06/22/central-asia-security-problems/.
[3] Abduldzhalil Abdurasulov (2022) Как протесты в Казахстане переросли в трагедию. Кровавый январь в Алматы глазами очевидцев (Come le proteste in Kazakhstan si sono trasformate in una tragedia. Il gennaio sanguinoso ad Almaty attraverso gli occhi dei testimoni), BBC. Link: https://www.bbc.com/russian/features-60070252; Giuliano Bifolchi (2022) Geopolitical consequences of the political crisis in Kazakhstan, Geopolitical Report ISSN 2785-2598 Volume 15 Issue 1, SpecialEurasia. https://www.specialeurasia.com/2022/01/08/geopolitics-kazakhstan-crisis/.
[4] CentralAsia Media (2022) Протесты в Таджикистане: В Хороге протестующие требуют отставки местной власти (Proteste in Tajikistan: a Khorugh, i protestanti richiedono le dimissioni della autorità locali). Link: https://centralasia.media/news:1781021; Giuliano Bifolchi (2022) Political tensions and security threats in Tajikistan, Geopolitical Report ISSN 2785-2598 Volume 19 Issue 11, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2022/05/18/tajikistan-politics-security/.
[5] Giuliano Bifolchi (2022) Mass riots and protests in the Uzbek autonomous Republic of Karakalpakstan, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2022/07/02/karakalpakstan-riots-uzbekistan/.
[6] Nazioni Unite (2019) ИГИЛ расширяет свои сети в Центральной Азии (ISIS espande il suo network in Asia Centrale). Link: https://news.un.org/ru/story/2019/04/1353531.
[7] Riccardo Valle (2022) Islamic State Khurasan Province threatens Uzbekistan, Central Asia, and neighbouring countries, Geopolitical Report ISSN 2785-2598 Volume 19 Issue 4, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2022/05/05/islamic-state-uzbekistan/.
[8] Viktoria Akchurina & Anita Lavorgna (2014) Islamist movements in the Fergana Valley: a new threat assessment approach, Global Crime Volume 15 Issues 3-4, pp. 320-336, DOI: 10.1080/17440572.2014.924406.
[9] Edward Lemon (2015) IMU Pledges Allegiance to Islamic State, Eurasianet. Link: https://eurasianet.org/imu-pledges-allegiance-to-islamic-state.
[10] Katrina Keegan & Nargis Kassenova (2021) To Foster Peace: Build a Wall or Break It Down?, Davis Center Harvard University. Link: https://daviscenter.fas.harvard.edu/insights/foster-peace-build-wall-or-break-it-down.
[11] Marat Tagayev (2022) «Их цель – установление халифата». Силовики видят рост угрозы экстремизма в Центральной Азии (Il loro obiettivo è stabilire un califatto. Siloviki vedono un aumento della minaccia del terrorismo in Asia Centrale), Radio Azzatik. Link: https://rus.azattyk.org/a/31943805.html; Bifolchi (2022) The number of terrorists and extremists has increased in Tajikistan, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2022/07/16/terrorism-tajikistan-extremism/.
[12] Silvia Boltuc (2022) Italy discovers business opportunities in Kyrgyzstan, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2022/04/14/italy-kyrgyzstan-business/; Giuliano Bifolchi (2022) Italy intensifies its relations with Uzbekistan and promotes its strategy in Central Asia, Geopolitical Report ISSN 2785-2598 Volume 19 Issue 15, SpecialEurasia. Link: https://www.specialeurasia.com/2022/05/30/italy-uzbekistan-central-asia/.


Foto copertina: Map of Russia, Central-Asian part, 1903, Wikipedia