Sovietistan, viaggio negli –Stan dell’Asia centrale.

Sovietistan, viaggio negli –Stan dell’Asia centrale.

“Sovietistan” di Erika Fatland ci porta alla (ri)scoperta dell’Asia centrale, che conserva ancora il fascino delle terre selvagge e lontane che aveva ispirato viaggiatori, avventurieri, eserciti e marcanti nel corso della storia.Intervista con l’autrice.


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Con Sovietistan si chiude un cerchio sulla storia delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Un fil rouge che parte con “Il Grande gioco” di Peter Hopkirk che racconta le vicende della regione nel quadro della contrapposizione tra Gran Bretagna e Russia[1] che Joseph Rudyard Kipling definì appunto “grande gioco”, continua con “Imperium” di Ryszard Kapuściński, dove il giornalista polacco racconta la via di quelle regioni durante l’Unione Sovietica e “Buonanotte signor Lenin” di Terzani dove invece si raccontano le vicende a cavallo tra il crollo dell’unione Sovietica e la nascita delle nuove repubbliche, per finire con il libro di Erika Fatland.

Cartina dell’Asia centrale.

L’Asia centrale conserva ancora il fascino delle terre selvagge e lontane che aveva ispirato viaggiatori, avventurieri, eserciti e marcanti nel corso della storia. Le alture del Pamir, i fiumi Amu Darya e Syr Darya che un tempo sfociava nel lago d’Aral, la valle di Fergana ricorrono nei racconti di chi ha attraversato le “via della seta”, città storiche come Samarcanda, Bukhara, Kokand e tante altre, nel corso dei secoli hanno visto passare personaggi entrati nella storia, da Marco Polo a Tamerlano, da Gengis Khan ad Alessandro Magno dando vita ad un coacervo di popoli: greci, romani, cinesi, turchi, mongoli, arabi,russi.

Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan: un viaggio lungo 8 mesi negli “-stran” dell’Asia centrale nati nel 1991 dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Fatland, giornalista, finge di essere una studentessa dell’università di Oslo per poter accedere nelle 5 repubbliche dove, non sempre, i giornalisti hanno la possibilità di girare liberamente e fare domande. Gli spostamenti sono sempre “accompagnati” da guide locali. Grazie alla conoscenza approfondita delle lingue e dei costumi locali, Erika riesce a cogliere particolari capaci di rendere il libro un capolavoro.

Il viaggio inizia in Turkmenistan dove il Ruhnama – “Libro dell’anima” – scritto nel 2001 dal primo presidente della Repubblica del Turkmenistan, Saparmarat Nyýazow autoproclamatosi Türkmenbaşy (padre dei turkmeni), per educare e turkmenizzare il popolo, è quasi più importante del corano, e dove l’attuale presidente, Gurbanguly Malikgulyyewich Berdimuhammedow impedisce i viaggi sanitari all’estero in quanto la sanità turkemena, secondo il “dentista”, è la migliore al mondo.

La seconda tappa è il Kazakistan, dove la giornalista ci porta a visitare ciò che resta del lago d’Aral prima di andare a Semipalatinsk nei territori utilizzati fino al 1991 per gli esperimenti nucleari sovietici.

Nel Tagikistan, dove i confini con l’Afghanistan non sono più controllati come una volta, i 1.206 km di confine che costeggia il fiume Panj è un colabrodo, qui ci passa qualsiasi tipo di merce, legale e non. Il paese, che ha vissuto una guerra civile tra il 1992 e il 1997, ha il Pil più basso della regione, ma in compenso è riuscita a posizionare la bandiera sul pennone più alto del mondo: 165mt nel centro di Dušanbe[2]

Il Kirghizistan è l’unico dei paesi post-sovietici dell’Asia centrale in cui il presidente in carica si è dimesso di sua spontanea volontà. Rispetto ai paesi confinanti, può essere considerata la nazione più libera e più democratica anche in termini di stampa. Qui la giornalista ci fa conoscere la pratica dell’Ala kachuu, il rapimento delle donne per obbligarle al matrimonio; gli ultimi eredi dei tedeschi che vivevano in Urss e che furono obbligati a trasferirsi qui e gli bǘrktǘchǘs “uomini delle aquile”.

Il viaggio si conclude in Uzbekistan, tra il Nukus Museum of Art che rappresenta l’opera della vita di Igor Savitsky, e dove sono conservati oltre 82.000 articoli, che vanno dalle antichità di Khorezm all’arte popolare Karakalpak, alle belle arti uzbeke e, unicamente, alla seconda più grande collezione di avanguardie russe al mondo e le mitologiche città di Bukhara e Samarcanda, i cui nomi trasportano il lettore in un viaggio attraverso i secoli.

 

Da dove nasce l’idea di questo incredibile viaggio e l’amore per quei territori?

Sono sempre stata affascinata dalla Russia e dall’ex Unione Sovietica fin da quando ne ho memoria, e ho sempre voluto imparare il russo. Nel 2006 ho finalmente raggiunto questo obiettivo e sono andata in un sobborgo di San Pietroburgo per studiare la lingua. Ero appena tornata da un lungo soggiorno in America Centrale, ma lo shock culturale dopo il volo relativamente breve da Oslo a San Pietroburgo era molto più grande, e non ero davvero preparata per questo.
La Russia è un vicino della Norvegia, eppure sembrava un paese molto remoto e diverso.
La società russa può essere brutale e persino brutta, ma i russi rispettano profondamente la letteratura, l’arte e la musica classica. Anche se la società può essere piuttosto dura, c’è una straordinaria bellezza nella cultura russa. È questa dicotomia che mi affascina così tanto.
L’anno dopo, nel 2007, sono andata a Beslan, nell’Ossezia del Nord, nel Caucaso, per fare ricerche per il mio master di antropologia sociale.
La maggior parte delle persone con cui ho parlato erano osseti, un piccolo popolo che parlava una lingua iranica, e ho capito allora che la Russia e l’ex Unione Sovietica consistevano in una miriade di etnie, lingue e culture, ed è così che il mio fascino per la periferia si è risvegliato.
Ho iniziato ad essere sempre più curiosa riguardo agli angoli remoti dell’ex Unione Sovietica, e nessun angolo è più remoto, culturalmente, linguisticamente, storicamente, dell’Asia centrale. Questi paesi erano diversi sotto tutti gli aspetti dalla Russia: la popolazione era musulmana, non aveva attraversato la modernizzazione o l’industrializzazione, ma era ancora in larga parte società nomade, eppure attraversava le stesse drastiche riforme del resto dell’Unione Sovietica negli anni ’20 e ’30. Sappiamo ancora molto poco di questi paesi – l’Asia centrale è ancora una macchia bianca sulla mappa – ed ero curiosa di sapere cosa fosse successo dall’altra parte, dopo 70 anni di regime comunista.

 

Ha trovato le risposte le cercava?

È stato sia interessante che molto gratificante scoprire quanto diversi siano i cinque stati dell’Asia centrale l’uno dall’altro, poiché questi tendono ad essere raggruppati come “Farawayistan”.
Oltre l’80% del Turkmenistan, ad esempio, è costituito da deserto, mentre oltre il 90% del Tagikistan è costituito da montagne.

L’autrice Erika Fatland

Il Tagikistan è il più povero di tutti gli ex stati sovietici, mentre il Kazakistan è relativamente ricco, che si riflette nella nuova capitale, che è piena di edifici eleganti e che ha recentemente cambiato il nome in Nur-Sultan in onore del primo presidente del paese, Nursultan Nazarbayev.
Quello che cercavo principalmente era l’eredità dell’Unione Sovietica.

Quali tracce sono ancora visibili in Asia centrale?

Credo che sia difficile sottovalutare l’importanza dell’eredità sovietica in Asia centrale. Anche i confini del paese furono tracciati durante il periodo sovietico e fino ad oggi molti kazaki e kirghisi crescono usando il russo come lingua principale.
L’eredità più importante, tuttavia, è l’élite politica che è stata cresciuta e formata nel regime sovietico e in gran parte sta ancora dominando questi paesi oggi. Nursultan Nazarbayev, nominato da Mikhail Gorbačëv come primo segretario del partito comunista kazako nel 1989 e poi continuato come presidente del Kazakistan indipendente dal 1991 al 2019, ne è un ottimo esempio.

Ci sono aneddoti o storie che non ha inserito nel libro ma che possono aiutarci a comprendere meglio la regione?

Tutte le storie e gli aneddoti migliori sono inclusi nel libro, ma ho viaggiato attraverso la regione nel 2013 e da allora sono successe molte cose. Ho incluso gli eventi più importanti, come la morte di Karimov, il dittatore dell’Uzbekistan, in una postfazione che aggiorno regolarmente. Un libro come questo sarà sempre in qualche modo congelato nel tempo, che col tempo potrebbe diventare anche un bene.

Il suo libro chiude un capitolo iniziato con il grande gioco di Peter Hopkirk, continuato con Imperium di Ryszard Kapuściński e Buonanotte Signor Lenin di Tiziano Terzani. E’ d’accordo con questa affermazione e che effetto fa essere paragonata ad autori che hanno fatto la storia dei racconti di viaggio? 

Sono una grande ammiratrice di tutti gli autori sopra menzionati e trovo grande ispirazione nei loro libri. Altri autori che mi ispirano sono Colin Thubron, che ha scritto ampiamente su Russia e Asia centrale, e lo scrittore norvegese Knut Hamsun. Hamsun è noto soprattutto per i suoi romanzi magistrali, ma ha anche scritto un diario di viaggio meno conosciuto dal suo viaggio nel Caucaso nel 1899, “I Æventyrland”, “Nel paese delle meraviglie”, che fornisce una lettura meravigliosa.
La morte del diario di viaggio è stata pronunciata più volte, ma finché il mondo continuerà a cambiare, ci sarà sempre bisogno di maggiori informazioni e nuovi libri di viaggio. Sovietistan non sarà certamente l’ultimo diario di viaggio sull’Asia centrale.

Gli anni della perestrojka furono caratterizzati in Asia centrale dall’affermazione di istanze identitarie di matrice nazionalista e dalla progressiva liberalizzazione del culto islamico creando un mix di nazionalismo/islamismo in contrasto all’ateismo comunista. Oggi le società centro-asiatiche hanno ancora una base nazionalista/islamica o conta maggiormente l’appartenenza clanica? 

L’importanza del clan e della famiglia allargata svolge ancora un ruolo vitale in Asia centrale, in molti modi costituisce il nucleo della società e può essere difficile da comprendere per un estraneo.
Il nazionalismo e l’ascesa dell’islamismo radicale sono fenomeni più recenti. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica i paesi dell’Asia centrale dovevano trovare la propria identità: cosa significa essere tagiko o turkmeno o kazako? – la maggior parte dei leader ha optato per un nazionalismo piuttosto ristretto. Un’eccezione è la società multietnica del Kazakistan, in cui il regime politico ha sottolineato la tolleranza come una delle caratteristiche chiave dell’identità kazaka. Ma poiché la demografia sta cambiando a favore, anche il nazionalismo è in aumento in Kazakistan.
I leader politici dell’Asia centrale non hanno generalmente collaborato molto bene, ma sono stati tutti uniti nella lotta contro l’islam radicale.
L’islamismo è tristemente in aumento in Asia centrale dagli anni ’90, alimentato dal denaro proveniente dal Medio Oriente, ma rispetto a molti altri paesi musulmani, in parte a causa della tradizione, in parte per l’eredità sovietica, fino ad oggi la religione non gioca ruolo dominante nelle società dell’Asia centrale.

 

Perché secondo lei, all’indomani della nascita delle Repubbliche, la democratizzazione della regione si è inceppata lasciando spazio a regimi politici semi autoritari fortemente autoreferenziali?

Penso che sia collegato al passato sovietico. L’élite politica in Asia centrale è nata e cresciuta nel regime sovietico e ha imparato a manovrare in un regime autoritario. Il Turkmenistan è l’esempio più toccante e sotto il dominio di Turkmenbashi e Berdimuhamedov si è sviluppato in un regime autoritario quasi paragonabile a quello della Corea del Nord. Dei cinque “Stan” solo il Kirghizistan ha visto svilupparsi una vera democrazia, ma ha avuto un costo e ci sono volute due rivoluzioni. Ma lentamente, una nuova generazione senza alcun legame con il passato sovietico sta diventando maggiorenne. Sarà molto interessante vedere cosa succederà in Asia centrale negli anni a venire.

Restando sull’argomento, i “passaggi di consegne” del potere rischiano di non essere pacifici?

C’è sempre un rischio e durante la Seconda Rivoluzione kirghisa nel 2010 il presidente Kurmanbek Bakiyev ordinò alla polizia di sparare contro i manifestanti e 88 persone furono uccise. Alcune settimane dopo, nel sud del Kirghizistan è scoppiata la violenza etnica. Nel lungo periodo le rivolte hanno portato a riforme politiche e il Kirghizistan è ora l’unica vera democrazia in Asia centrale. Il cambiamento è ovviamente possibile anche con mezzi pacifici. L’anno scorso Nazarbayev si è dimesso volontariamente da presidente del Kazakistan (tuttavia non è chiaro quanto potere politico abbia ancora), e dopo la morte del dittatore dell’Uzbekistan, Islam Karimov, il suo successore, Shavkat Mirziyoyev, ha ammorbidito il regime e ha introdotto il necessario riforme.

I regime politici semi autoritari hanno paradossalmente permesso una maggiore stabilità politica durante la transizione dall’Unione Sovietica alle Repubbliche. Meglio stabili che democratici?

Il governo democratico non implica automaticamente un governo meno stabile, anche se è ciò che tutti i governanti autoritari vogliono far credere al suo popolo. Ovviamente la democrazia non risolverebbe magicamente tutti i problemi che stanno affrontando gli stati dell’Asia centrale, ma almeno con la democrazia sarebbe possibile discutere apertamente dei problemi invece di tenerli meticolosamente nascosti. In Turkmenistan, ad esempio, non ci sono casi ufficiali di Covid-19…

 

Ci sono differenze del ruolo e della tutela della donna nelle diverse società che compongono gli –stan?

In generale, le donne in Asia centrale – forse a causa dell’eredità sovietica – sono relativamente libere ed è perfettamente normale per le donne avere un’istruzione superiore e lavorare fuori casa. (È più anormale per gli uomini svolgere qualsiasi lavoro in casa…)
Paradossalmente, il Kirghizistan, l’unico vero paese democratico dell’Asia centrale, è il paese in cui le donne sono meno libere. Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, la cosiddetta tradizione di Ala Kachuu, il rapimento della sposa, è in aumento. In campagna, circa un terzo di ogni matrimonio è il risultato del rapimento della sposa. In tutto il Kirghizistan ho incontrato donne infelici che erano state vittime di questa pratica. Da un giorno all’altro, la loro vita è cambiata completamente ed erano diventati la moglie di un uomo che difficilmente conoscevano. Per molte donne kirghise, la prima notte di nozze non è altro che uno stupro socialmente accettato.

È possibile descriverci una peculiarità degli Stati visitati?

Tutti i paesi sono molto diversi tra loro, ma la famosa ospitalità dell’Asia centrale è presente ovunque. Consiglio vivamente al lettore di visitare questi paesi poco conosciuti non appena il mondo si riapre – sono tutti gratificanti nel loro senso, ma per gli appassionati di storia, l’Uzbekistan, con città come Samarcanda, Khiva e Bukhara, è un must .

In conclusione, dal suo racconto sembrano emergere società che ricordano, in alcuni casi, il passato sovietico con un velo di nostalgia, come un periodo quasi più felice di quello attuale. È corretto? Come se lo spiega? 

Ovunque andassi, ho incontrato persone che erano molto nostalgiche del passato sovietico, anche nei posti più inaspettati, come nel sito di test nucleari fuori Semipalatinsk. Penso che questa nostalgia sia abbastanza facile da spiegare: in primo luogo, l’Unione Sovietica è crollata relativamente poco tempo fa. Molte persone hanno nostalgia della loro giovinezza. In secondo luogo, gli ultimi decenni dell’Unione Sovietica sono stati piuttosto stabili, stagnanti, si potrebbe dire, ma definitivamente stabili: tutti avevano un lavoro, per quanto inutile, lo stato avrebbe pagato per le vacanze sul Mar Nero e la società nel suo insieme era più uguale a quello che è oggi. Un altro fattore è ovviamente quello psicologico, che le persone tendono a ricordare le cose buone e dimenticare quelle cattive…


Note

[1] https://www.opiniojuris.it/grande-gioco/

[2] Superato dal pennone di Gedda in Arabia Saudita costruito nel 2014 (177mt)


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Domenico Nocerino

Domenico Nocerino

Conseguita la laurea specialistica in Relazioni Internazionali e Studi Diplomatici presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel marzo 2013, con discussione della tesi conclusiva del percorso accademico in Geopolitica Economica, è vice coordinatore nazionale del MSOI (Movimento Studentesco per l'Organizzazione Internazionale) ed è responsabile della sezione Opinio della presente rivista, della quale è altresì cofondatore.

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