Presentato il report “Spiagge 2021”. Il quadro è impietoso: Oltre il 50% delle aree costiere sabbiose è sottratto alla libera e gratuita fruizione, aumentano erosione ed inquinamento.


 

Trovare una spiaggia libera è sempre più difficile. Continua a crescere il numero di spiagge in concessione, tanto che in molti Comuni è oramai impossibile trovare uno spazio dove poter liberamente e gratuitamente sdraiarsi a prendere il sole.
Spiagge 2021.Il report di Legambiente

Situazione spiagge

Il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, tramite il Sistema informativo del demanio marittimo (S.I.D.[1]), ha aggiornato dopo tre anni i dati sulle concessioni demaniali.
I nuovi dati, elaborati fino a maggio 2021, raccontano che in Italia le concessioni sul demanio costiero sono arrivate a 61.426, mentre erano 52.619 nel 2018.
Di queste 12.166 rappresentano concessioni per stabilimenti balneari, contro le 10.812 del 2018, con un aumento del 12,5%. Si può stimare che dal 2000 ad oggi siano raddoppiate.
Sono invece 1.838 quelle per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, anch’esse in aumento rispetto alle 1.231 del 2018. Le restanti concessioni sono distribuite su vari utilizzi, da pesca e acquacoltura a diporto, produttivo.

Oltre il 50% delle aree costiere sabbiose sia di fatto sottratto alla libera e gratuita fruizione. Ed è un dato medio, con differenze impressionanti.
Il dato più impressionante che viene fuori è che le concessioni crescono praticamente in tutte le Regioni.
I dati di alcune risultano impressionanti e le differenze rispetto ai dati 2018 sono clamorose. In Emilia-Romagna si va dalle 1.260 concessione del 2018 (di cui 1.209 per stabilimenti) a 1.462 (con ben 1.313 concessioni per stabilimenti balneari), mentre[2] in Campania si è passati da 1.053 concessioni (916 per stabilimenti e 137 per campeggi e complessi turistici) a 1.291 (di cui 1.125 stabilimenti). Altri decisi incrementi vengono dall’Abruzzo, che vede un salto per gli stabilimenti da 647 a 891, e dalla Sicilia, dove le concessioni per stabilimenti balneari passano da 438 nel 2018 a 620 nel 2021, con un aumento del 41,5%.

Acque interdette

Oltre le spiagge c’è il mare e non sempre quanto troviamo lungo le coste italiane va bene, anzi. Il 7,7% dei tratti di coste sabbiose in Italia è di fatto interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento. Questo dato viene fuori dall’analisi di numeri e immagini satellitari del Portale Acque del Ministero della Salute sui tratti spiaggiosi non balneabili, escludendo dunque dal calcolo aree portuali, aeroportuali, industriali e le coste alte rocciose. Il numero delle aree interdette, seppur in calo, è rilevante perché vi sono aree vietate alla balneazione per inquinamento (perché sono stati effettuati campionamenti che hanno dato esiti in tal senso), ma anche aree di fatto “abbandonate”, ossia non campionate, ma comunque non balneabili per motivi che non sono espliciti. In alcuni casi sono foci di fiume e di torrenti, ma in altri casi non si comprende perché non vengano più analizzate e ricomprese tra le aree non balneabili. Un caso a parte riguarda Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, dove esistono aree totalmente inaccessibili da terra, come all’interno del Delta del Po e nelle lagune di Venezia e Marano, per un totale di circa 77 km. Incredibile è la quantità di aree costiere interdette alla balneazione a causa dell’inquinamento, in special modo in Sicilia e Campania, che in totale contano circa 55 km su 87 km interdetti a livello nazionale. Il risultato è che complessivamente la spiaggia libera e balneabile si riduce al 40% mediamente nel nostro Paese, ma con aree dove diventa perfino difficile trovare quelle al contempo libere e balneabili.
Non è un problema solo di numeri, ma molto spesso anche di qualità delle spiagge. In molti Comuni le uniche aree non in concessione sono quelle vicino allo scarico di fiumi, fossi o fognature e quindi dove ci si può sdraiare a prendere il sole ma la balneazione è vietata perché il mare è inquinato. Ma anche qui nessuno controlla che le spiagge libere non siano relegate in porzioni di costa di “Serie B”, mentre i numerosi cittadini che vogliono fruirne meriterebbero di trovarle almeno in luoghi monitorati e balneabili.

Spiagge in concessione

In Italia non esiste una norma nazionale che stabilisca una percentuale massima di spiagge che si possono dare in concessione. Alcune Regioni sono intervenute fissando percentuali massime, ma poche sono quelle intervenute con provvedimenti davvero incisivi e con controlli a tutela della libera fruizione. Tra i casi legislativi virtuosi si trova la Puglia che da 15 anni, grazie alla Legge Regionale 17/2006 (la cosiddetta Legge “Minervini”), ha stabilito il principio del diritto di accesso al mare per tutti fissando una percentuale di spiagge libere pari al 60%, superiore rispetto a quelle da poter dare in concessione (40%). Non è un caso quindi che nella maggior parte dei casi le spiagge libere in Puglia siano localizzate in alternanza o subito a fianco di stabilimenti balneari. Nonostante questo, ben pochi Comuni costieri hanno dato seguito all’applicazione della suddetta legge e adottato il rispettivo Piano Comunale delle Coste, tanto è che la Regione è dovuta intervenire negli anni successivi attraverso il commissariamento di numerosi comuni costieri (al 2018 erano ben 23 su 67) e la nomina di commissari ad acta.

In altre realtà le percentuali rimangono comunque molto basse, come in Molise (dove la Legge Regionale del 2006 prevede il 30% di spiagge libere, ma non è applicata dai PSC dei 4 Comuni costieri), anche in Calabria la quota è del 30%, nelle Marche del 25%, mentre in Campania ed Abruzzo solo del 20%. La Sicilia non ha limiti per le spiagge in concessione, ma ha concesso quasi 200 nuove concessioni per stabilimenti balneari negli ultimi 2 anni e mezzo, oltre a 61 concessioni per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici.

Cosa avviene negli altri paesi europei?

Mentre in Italia tutto il dibattito pubblico e politico continua a ruotare intorno alla “famigerata” Direttiva 2006/123, la Bolkestein[3], negli altri Paesi europei si è deciso di affrontare in modo trasparente i processi che dovrebbero portare a una corretta gestione delle spiagge.

La durata delle concessioni per le spiagge in Francia non supera i 12 anni, ma soprattutto l’80% della lunghezza e l’80% della superficie della spiaggia devono essere liberi da costruzioni per sei mesi l’anno: gli stabilimenti vanno quindi rigorosamente montati e poi smontati. Qui il principio del demanio pubblico è sacro e le concessioni per gli stabilimenti balneari sono rilasciate per un massimo del 20% della superficie del litorale.

In Spagna la gara pubblica per le concessioni non è resa obbligatoria dalle norme vigenti, ma di fatto, per evitare scontri con Bruxelles, risulta difficile trovare esperienze di Comunità Autonome che le rilascino per via diretta. La proroga delle concessioni esistenti è soggetta a un rapporto ambientale che indichi gli effetti dell’occupazione sull’ambiente ed espliciti le condizioni per garantire la protezione del demanio pubblico marittimo e terrestre. È previsto inoltre il limite di un chiringuito (tipico chiosco/lido spagnolo) ogni 150 metri per garantire la vista del mare, mentre nel nostro Paese, come sappiamo, i manufatti degli stabilimenti sono spesso uno accanto all’altro.

La normativa che la Croazia ha introdotto negli ultimi anni prevede che le concessioni siano valutate a seconda dello scopo e dell’importo degli investimenti necessari e di tutti gli effetti economici complessivi che saranno raggiunti con la concessione, sempre e solo tramite bandi di gara. Esiste inoltre un “permesso di concessione” che è valido solo per 5 anni ed include le attività di: trasporto dei passeggeri; noleggio delle barche; trasporto delle merci; depurazione delle acque marine; apertura di ristoranti e negozi (chioschi, edifici a terrazzo, etc.); avvio di attività commerciali e ricreative (parchi acquatici, parchi di divertimenti, noleggio di ombrelloni e sdraio, etc.); apertura di scuole di vela, canottaggio e nuoto; formazione subacquea e le relative escursioni. Ma la Croazia è interessante anche perché ha stabilito il divieto di costruire qualsiasi opera (dai chioschi ai ristoranti) per una distanza minima di 1 km stabilendo una continua ed unica “Area protetta costiera” di alto valore naturale, culturale e storico[4].

Per quanto riguarda la Grecia, nonostante le concessioni abbiano una durata variabile e stabilita dai Comuni, la regola costante per tutto il territorio è quella di affidare la gestione di tratti di spiaggia tramite bandi di gara, con procedure di selezione che garantiscono imparzialità e trasparenza.

Ma quanto costa il canone di concessione?

Gli importi dei canoni sono stabiliti per Legge e l’ultimo aggiornamento è di 15 anni fa. Con la legge di bilancio 2007 (art. 1 della Legge 296/2006), è stata decisa la riduzione a due sole fasce di valenza turistica (invece delle tre presenti fino ad allora), l’applicazione alle pertinenze demaniali non di un canone fisso ma in pratica di una sorta di affitto e l’aggiornamento annuale dei canoni basato sugli indici ISTAT. Di base i canoni tengono conto da un lato della tipologia dell’area demaniale (ad esempio se si tratta di un’area scoperta o con opere di facile, o difficile, rimozione) data in affido, sia della categorizzazione della stessa in area ad “alta valenza turistica” (A) oppure a “normale valenza turistica” (B). Per fare un esempio concreto, il canone annuo per mq per superficie scoperta (in categoria B) è pari a 1,28 euro nel 2021. Questi sono i canoni pagati allo Stato, mentre in alcune Regioni è stata istituita una sovrattassa regionale aggiuntiva al canone di concessione.


Note

[1] https://www.mit.gov.it/come-fare-per/infrastrutture/porti-e-demanio/il-sistema-informativo-demanio-marittimo
[2] Si veda www.paesaggicostieri.org con lo studio di Legambiente sulle coste italiane pubblicato in “Vista mare. La trasformazione dei paesaggi costieri italiani”, di E. Zanchini e M. Manigrasso, Edizioni Ambiente, Milano 2017.
[3] https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:376:0036:0068:it:PDF
[4] Tra i principi espressi dalla normativa croata si sottolinea l’importanza della libera accessibilità alla costa e della conservazione delle isole disabitate senza possibilità di costruire. Le costruzioni esistenti che si trovano nella fascia a 100 metri dalla costa non possono in nessun modo essere ampliate, mentre per le nuove costruzioni vige il divieto di realizzarne entro una zona distante 1.000 metri dalla costa.


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