Nord Thailandia on the road: intervista Fabio Polese

Nord Thailandia on the road: Fabio Polese
Nord Thailandia on the road: Fabio Polese

Fabio Polese, giornalista e fotoreporter freelance, nel suo ultimo libro, Nord Thailandia on the Road, il viaggio in motocicletta diventa il filo conduttore di un reportage tra presente e passato di una parte di mondo lontana dai principali riflettori internazionali e le cui dinamiche trascendono i confini nazionali infiltrandosi in tutta la regione.


Intervista a Fabio Polese, giornalista e fotoreporter freelance di base in Thailandia. Autore di diversi libri e reportage in vari hot-spot del mondo, dal Donbass alle Filippine, passando per Irlanda del Nord, Belgio, Corsica, Kosovo, Libano, Birmania, Bangladesh, Cambogia, Laos, Malesia e Vietnam e autore di “Nord Thailandia on the road”, (acquista qui).

Nella tua carriera di fotoreporter ti sei trovato molte volte in prima linea nel teatro della guerra civile in Myanmar. Ad oggi ci stiamo abituando a poter seguire i conflitti quasi “live” grazie all’uso dei droni e la diffusione di immagini e video sui social. Credi sia un’evoluzione – nonché nuovo strumento – del concetto di reportage di guerra o la narrazione umana in loco dei reporter è ancora importante e distinta da questa dinamica?
«Oggi le immagini sono ovunque. Ma vedere non significa capire. Un drone può mostrarti una colonna di mezzi distrutta. Un telefono può riprendere un’esplosione. Quello che non possono fare è spiegarti perché quella colonna era lì, chi controllava quel villaggio o cosa succederà alle persone che vivevano in quelle case.

È qui che il reporter continua a fare la differenza. Perché è sul posto. Verifica i fatti, parla con le persone, raccoglie testimonianze e ricostruisce il contesto.
In Myanmar mi è capitato di vedere video di bombardamenti circolare sui social pochi minuti dopo gli attacchi. Erano immagini vere, ma raccontavano solo un frammento della storia. Per comprendere quella guerra bisogna attraversare quei territori, conoscere un conflitto che in alcune aree dura da oltre settant’anni e capire come ogni battaglia si inserisca in un quadro molto più ampio.
Per questo non credo che il reporter sia stato superato dalla tecnologia. Semmai è accaduto il contrario. Più aumentano le immagini disponibili, più diventa importante qualcuno che sappia verificarle, collegarle tra loro e spiegare ciò che non si vede. Credo che questa sia la vera sfida del giornalismo di oggi».

Restando ancora sul tema dei droni, abbiamo assistito alla loro diffusione – in Ucraina e oltre – quali game-changer dei moderni campi di battaglia. Cosa puoi dirci di una guerra come quella in Myanmar di cui si parla relativamente poco? Anche lì questa tecnologia e le dinamiche ad essa annesse sono arrivate in modo così massiccio?
«Sì, e probabilmente molto più di quanto si immagini. Il Myanmar è una guerra di cui si parla poco, ma negli ultimi anni è diventato uno dei conflitti in cui l’impiego dei droni è cresciuto più rapidamente.

All’inizio, subito dopo il colpo di Stato del 2021, i droni avevano ancora un ruolo relativamente limitato. Oggi, invece, sono diventati una componente essenziale delle operazioni militari.
Negli ultimi anni il Tatmadaw, l’esercito, ha impiegato droni Orlan-10 di produzione russa per missioni di osservazione e coordinamento delle operazioni, affiancati da UAV cinesi CH-3A, in grado di svolgere anche missioni d’attacco, e da altri sistemi dotati di sensori termici e capacità di visione notturna. Esistono inoltre indicazioni pubbliche sull’acquisizione di piattaforme più avanzate come i CH-4, anche se il loro impiego operativo rimane meno documentato. Mosca e Pechino hanno inoltre fornito assistenza tecnica e addestramento, contribuendo ad aumentare l’efficacia della guerra a distanza.
Non riuscendo più a riconquistare stabilmente molte aree, la giunta cerca spesso di renderle semplicemente invivibili attraverso bombardamenti continui e un impiego sempre più massiccio di droni.
L’ho sperimentato direttamente lo scorso anno, mentre seguivo un’unità della guerriglia Karenni. Dopo la conquista di un avamposto militare, durante gli spostamenti a piedi ci fermavamo continuamente per evitare i droni che sorvolavano l’area.
Le forze della resistenza che combattono contro i generali al potere non dispongono di aviazione né di grandi risorse economiche. Hanno però dimostrato una straordinaria capacità di adattamento.
Sono state proprio loro a trasformare comuni droni commerciali in strumenti di guerra, modificandoli per missioni di ricognizione e per il rilascio di piccoli ordigni. La semplicità di questi sistemi rappresenta anche la loro forza. Con investimenti contenuti, gruppi armati che fino a pochi anni fa non avevano alcuna capacità aerea sono riusciti a dotarsi di uno strumento capace di influenzare concretamente il campo di battaglia.
Entrambe le parti in gioco impiegano FPV (First Person View), piccoli droni kamikaze pilotati in tempo reale. Non siamo ancora ai livelli di saturazione osservati in Ucraina, ma la direzione è chiaramente quella.
Molti continuano a immaginare il Myanmar come una guerra combattuta nelle foreste con armi di fortuna. La realtà è molto diversa. Oggi è un conflitto estremamente moderno, in cui droni, tecnologia e guerra a distanza convivono con una guerriglia che conosce perfettamente il territorio e continua ad adattarsi giorno dopo giorno».

Nel tuo ultimo libro, Nord Thailandia on the road, parli del confine tra Thailandia e Myanmar, due realtà molto diverse per due nazioni che condividono un confine molto lungo. Cosa puoi raccontarci su questo? Quali sono le differenze più evidenti che hai potuto riscontrare?
«Nord Thailandia on the Road nasce dal desiderio di raccontare una Thailandia diversa, lontana dalle rotte più battute. Per farlo ho percorso quasi tremila chilometri in moto, dal Triangolo d’Oro fino a Mae Sot, seguendo il Mekong, attraversando montagne, piccoli villaggi e alcune delle zone di confine più interessanti del Paese. La moto non è il tema del libro. O almeno, non solo. È il mezzo che mi ha permesso di fermarmi, osservare e conoscere persone e storie.

Il confine tra Thailandia e Myanmar lo conosco da oltre quindici anni e continuo a tornarci perché lo considero uno dei luoghi più affascinanti del Sud-Est asiatico. Non è soltanto una linea che separa due Stati. È un luogo dove convivono due mondi completamente diversi.
Mi è capitato di cenare a Mae Sot sentendo in lontananza l’artiglieria provenire dal Myanmar. È un’immagine che racconta bene quel confine. Da una parte i mercati sono aperti, i ristoranti sono pieni e la vita continua normalmente. Dall’altra si combatte, si fugge e si muore.
Negli ultimi anni quella frontiera è diventata una delle principali retrovie della resistenza Karen e di altri gruppi armati che combattono la giunta militare. Da qui passano sfollati civili, aiuti umanitari e combattenti. È anche per questo che ho voluto dedicarle una parte del libro».

All’interno del libro hai parlato delle “città truffa”, realtà relativamente recenti e controverse. Potresti dirci di più e parlarci di ciò che hai visto tu stesso?
«Nel libro parlo delle scam city perché rappresentano meglio di qualunque altro fenomeno l’evoluzione delle organizzazioni criminali nel Sud-Est asiatico. Se un tempo questa regione, soprattutto nell’area del Triangolo d’Oro, era conosciuta per il traffico di oppio ed eroina, oggi è diventata uno dei principali centri mondiali delle frodi online.

Racconto due realtà. La prima è la Golden Triangle Special Economic Zone, in Laos, poco distante da Chiang Saen, in Thailandia, una zona economica speciale controllata di fatto dagli interessi dell’uomo d’affari cinese Zhao Wei, sanzionato dagli Stati Uniti per legami con narcotraffico, riciclaggio di denaro e altre attività criminali. La seconda è l’area di Myawaddy, sul confine con Mae Sot, dove negli ultimi anni sono sorte alcune delle più grandi città truffa della regione, sempre sotto la guida di organizzazioni criminali cinesi.
Le scam city sono veri e propri complessi costruiti per ospitare organizzazioni criminali specializzate nelle truffe online. Dietro l’immagine di casinò, hotel e moderni edifici direzionali lavorano migliaia di persone, molte delle quali reclutate con false offerte di impiego, private dei documenti e costrette a truffare vittime in tutto il mondo sotto sorveglianza armata. Le tecniche spaziano dai falsi investimenti in criptovalute alle truffe sentimentali, il cosiddetto pig butchering, un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni enormi».

Hai parlato del “Triangolo D’oro” tra Thailandia, Laos e Myanmar. Un luogo dagli evidenti contrasti ma dove realtà molto diverse e distinte sembrano riuscire a convivere tra storia e contemporaneità, tra tradizione e innovazione. Credi che questa convivenza sia solo una fase temporanea vista la rapida modernizzazione del sud-est asiatico? Quanto sono forti le tradizioni e la storia in alcuni dei paesi che hai visitato e nelle persone con sui hai interagito nel tuo viaggio?
«Non credo che la modernizzazione significhi necessariamente perdere la propria identità. È un’idea molto occidentale, ma nel Sud-Est asiatico spesso accade il contrario.

In Thailandia puoi trovare autostrade moderne, centri commerciali e nuove tecnologie, ma allo stesso tempo vedere migliaia di persone alzarsi prima dell’alba per fare offerte ai monaci durante il Sai Bat, assistere a rituali che si ripetono da secoli o incontrare sciamani che continuano a essere una figura importante nella vita di molte comunità. Non sono spettacoli per i turisti. Fanno ancora parte della vita quotidiana.
Nel libro racconto persone che raccolgono il sale a mano, pescatori che vivono seguendo il ritmo del Mekong e piccoli villaggi dove il tempo sembra scorrere in modo diverso. Certo, anche qui il mondo cambia. Ma non ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a tradizioni destinate a scomparire. Molte continuano a esistere perché hanno ancora un significato per chi le vive.
Credo che il vero errore sia pensare che la modernità debba per forza sostituire la tradizione. In molte parti del Sud-Est asiatico non funziona così. Le persone non sentono il bisogno di scegliere tra le due cose».


Foto copertina: Nord Thailandia on the road di Fabio Polese