Perché Taiwan non fa parte dell’OMS e quali sono le conseguenze

Perché Taiwan non fa parte dell’OMS e quali sono le conseguenze

Scegliere di non conformarsi alla visione della One China Policy promossa da Pechino non ha solo dei costi diplomatici, ma anche sanitari. Taiwan, dopo la breve parentesi 2009-2016, è nuovamente (e ancora) esclusa dai lavori e dal flusso di informazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un isolamento difficile da gestire nel corso di una pandemia globale.


Ai tempi del coronavirus, una voce sembra aver sempre l’ultima parola sulle altre. È quella dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Agenzia delle Nazioni Unite con sede a Ginevra che, istituita nel 1948, è specializzata nelle questioni sanitarie.
Ad oggi gli Stati membri sono 194. Per entrare a far parte dell’OMS bisogna preventivamente essere membri delle Nazioni Unite. In seguito, dopo averne accettato lo Statuto, bisogna rimettersi all’approvazione della maggioranza semplice dell’Assemblea Mondiale della Sanità, l’organo legislativo dell’OMS. Per i territori non responsabili per le loro relazioni internazionali che vogliono entrarne a far parte, c’è la possibilità di essere ammessi come Membri Associati con una candidatura presentata per loro da un altro Membro o dalle autorità responsabili per le loro relazioni internazionali.[1]
Talvolta, però, la volontà di partecipazione degli aspiranti membri incontra ostacoli difficilmente sormontabili E questo sembra essere il caso di Taiwan. Si è dovuto attendere il 2009, quando fu siglato un accordo con la Repubblica Popolare Cinese, per consentire alla delegazione di Taipei di far ritorno ai lavori dell’Assemblea, dopo un’interruzione durata 40 anni. Dal 2016, tuttavia, alla delegazione taiwanese non è più concesso parteciparvi.[2]

Il 2016 segna infatti un’inversione di rotta decisiva per il governo di Taiwan: se fino ad allora aveva accettato la One China Policy, l’elezione a presidente di Tsai Ing-wen[3], leader del Partito Progressista Democratico incline all’indipendenza, segna una cesura netta con il passato, andando ad inasprire i rapporti con Pechino.
L’esclusione di Taipei dai lavori dell’OMS è infatti dovuta all’obiezione della Cina, la quale considera Taiwan una propria provincia, per la quale non sussiste il diritto di far parte di un’organizzazione internazionale come entità separata.[4]
La tutela della sovranità nazionale per Pechino sembra dunque essere prioritaria rispetto alla prevenzione sanitaria e alla tutela della salute dei 23 milioni di cittadini dell’isola. Nonostante dal 1996 Taipei abbia investito oltre 6 miliardi di dollari in aiuti sanitari internazionali di cui hanno beneficiato milioni di persone in 80 Paesi diversi, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi dell’agenda di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, furono solo 23 gli Stati membri che espressero il proprio dissenso sull’esclusione della delegazione di Taipei dai lavori dell’OMS. Tra questi, alcuni dei partner diplomatici di Taiwan, come Palau, Haiti e Nicaragua, che lanciarono l’hashtag su Twitter #TaiwanCanHelp o #HealthForAll.[5]
Ma da allora nulla è cambiato. Nel 2017 diversi Paesi, tra i quali l’Australia, la Germania, il Giappone e gli Stati Uniti, si sono espressi in favore di Taiwan e nel 2018 sessanta senatori italiani hanno manifestato la propria solidarietà al governo di Tsai Ing-wen: 57 della Lega (tra i quali i neoministri Matteo Salvini e Gianmarco Centinaio), e 3 di Forza Italia (Lucio Malan, Maria Rizzotti e Giancarlo Serafini), i quali hanno presentato un’interrogazione al Senato per conoscere le eventuali iniziative che il governo avrebbe inteso intraprendere, con gli altri partner europei, per porre fine all’esclusione di Taiwan:

“Le attuali differenze politiche tra Cina e Taiwan non dovrebbero, comunque, avere la precedenza sugli sforzi globali per il raggiungimento della buona salute e del benessere di tutti e per tutti; la Costituzione dell’OMS stabilisce chiaramente che il godimento dei più alti standard sanitari è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, senza distinzioni di razza, religione, credo politico e condizione economica e sociale. In considerazione della salute e del benessere di tutta la popolazione del pianeta, l’OMS dovrebbe escludere ogni interferenza politica e accogliere la partecipazione di Taiwan, già fruttuosamente avvenuta come “Osservatore” dal 2009 al 2016, con pari status nei suoi incontri, nei suoi meccanismi e nelle sue attività, incluse quelle dell’AMS.” [6]


Ma gli esiti non sono stati quelli sperati e ad oggi, nonostante il SARS-CoV2 abbia causato una pandemia globale, Taiwan è ancora esclusa. A nulla sono servite le dichiarazioni della Presidente, appoggiata anche dal Kuomintang, il partito avversario, e dal sindaco di Taipei Ko Wen-je, che non supporta né il DPP né il KMT. Essere fuori dall’OMS significa non ricevere informazioni di prima mano ed essere isolata rispetto al sistema di prevenzione all’epidemia, oltre a non poter prendere parte all’annuale assemblea dell’AMS che si terrà a maggio.[7]
Pur rassicurando sulla competenza del sistema sanitario dell’isola, considerato internazionalmente un’eccellenza (nel 1995 Taiwan fu il primo Paese asiatico ad offrire copertura sanitaria universale), Tsai insiste sulla gravità dell’esclusione dall’importante flusso di informazioni riguardanti il virus. A controbattere l’ambasciatore cinese a Ginevra, Li Song, il quale ha assicurato che Pechino informa con tempestività e puntualità Taipei. A fargli eco il portavoce del Ministro degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, che ha affermato che “nessuno si cura della salute del popolo taiwanese più del governo centrale cinese”.[8] Tuttavia, il ministro degli Esteri di Taipei, Joseph Wu, continua a richiedere all’OMS di riconoscere che “le sanità di Cina e Taiwan sono amministrate da autorità indipendenti e separate.”[9] 

Gli Stati Uniti, non senza irritare Pechino, sostenuti da alcuni partner diplomatici di Taipei (Guatemala, Haiti, Honduras, Nauru, Saint Kitts and Nevis e le Isole Marshall, ma non il Vaticano), hanno chiesto all’OMS di aprire un canale diretto con le autorità sanitarie dell’isola e di coinvolgerle negli sforzi comuni per rispondere alla crisi epidemica. Anche l’Unione europea, il Canada, l’Australia e il Giappone si sono espressi in tal senso.[10] Ma non è servito a far sì che l’OMS andasse contro il volere di uno dei suoi principali finanziatori.[11]
Non è la prima volta che Taipei si trova in questa situazione: anche durante l’epidemia di SARS del 2003 fu lasciata sola.
Nei report dell’OMS, inoltre, Taiwan è indicata come parte integrante della Cina, e ciò avrebbe spinto Paesi come l’Italia e il Vietnam a sospendere i voli da e verso l’isola nel momento in cui li hanno interrotti con la Cina. Dopo le proteste del governo di Tsai Ing-wen, Hanoi ha rimosso il bando, mentre Roma lo ha mantenuto in vigore.
Nel frattempo Taipei ha posto restrizioni ai visitatori provenienti dalla Repubblica Popolare e dal 24 gennaio ha introdotto il divieto di esportazione delle mascherine, chiedendo alle aziende locali di aumentare la produzione fino a 10 milioni al giorno, da destinare alla popolazione, al settore medico e a quello industriale.[12]
Il governo ha anche requisito la distribuzione delle mascherine dal settore privato il 31 gennaio, assicurandosi che non ci fossero speculazioni. Dal 6 febbraio inoltre ogni cittadino può acquistare (anche online) un numero di mascherine limitato da farmacie e cliniche al prezzo di 0,17$ l’una.

Paradossalmente, le continue frizioni con la Cina hanno favorito il contrasto al COVID-19: Pechino aveva vietato già nel 2019 il turismo individuale e tagliato pesantemente quello di gruppo nell’isola, riducendo così il flusso e le possibilità di contagio. Inoltre, quando le prime notizie su una misteriosa polmonite a Wuhan hanno iniziato a emergere nel dicembre 2019, Taiwan le ha trattate con la massima urgenza, considerato l’elevato numero di cittadini taiwanesi impiegati in attività lavorative nella Cina continentale: adozione di misure precoci, tra cui il controllo dei passeggeri dei voli provenienti da Wuhan a partire già dal 31 dicembre, il divieto d’ingresso ai residenti di Wuhan dal 23 gennaio, la sospensione dei tour in Cina il 25 gennaio e infine il divieto di tutti gli ingressi dalla Cina il 6 febbraio.[13]
Per garantire il coordinamento, Taiwan ha istituito un centro di comando unificato, il National Health Command Center, con personale civile e militare guidato dal Ministero della sanità e del benessere, che gestisce le risorse, il rifornimento, tiene briefing giornalieri e controlla la comunicazione pubblica.
Le autorità si sono inoltre mosse rapidamente, sfruttando i Big Data e le piattaforme tecnologiche, per rintracciare le persone contagiate e mappare le fonti del contagio: le agenzie di assicurazione sanitaria e di immigrazione hanno integrato la cronologia dei viaggi degli ultimi 14 giorni dei residenti locali e stranieri con i dati delle loro tessere sanitarie, consentendo a ospedali, cliniche e farmacie di accedere immediatamente alle informazioni. I sistemi di tracciamento sono stati inoltre usati per controllare che le ordinanze di auto-quarantena per i casi confermati o sospetti fossero effettivamente rispettate. Fondamentali infine le campagne di informazione per educare la popolazione circa i rischi e le precauzioni necessarie.
In conclusione, nonostante l’esclusione dall’OMS e nonostante a separarla dalla Cina continentale ci sia uno di stretto di circa 180 km, Taiwan è riuscita a contenere l’epidemia, registrando in totale 267 casi di contagio e 2 morti (aggiornamento al 27 marzo 2020).[14]


Note

[1] https://www.who.int/countries/en/

[2] https://www.affarinternazionali.it/2018/05/taiwan-esclusa-assemblea-oms/

[3] https://www.opiniojuris.it/tsai-ing-wen-taiwan/

[4] https://www.reuters.com/article/us-china-health-taiwan/parties-unite-over-taiwans-exclusion-from-who-anti-virus-planning-idUSKBN1ZN0QG

[5] https://www.affarinternazionali.it/2018/05/taiwan-esclusa-assemblea-oms/

[6] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=18&id=1067194

[7] https://www.reuters.com/article/us-china-health-taiwan/parties-unite-over-taiwans-exclusion-from-who-anti-virus-planning-idUSKBN1ZN0QG

[8] https://thediplomat.com/2020/01/taiwan-shut-out-from-who-confronts-deadly-wuhan-coronavirus/

[9]https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-taiwan-le-conseguenze-geopolitiche-del-coronavirus-oltre-lo-stretto-25007

[10] http://www.asianews.it/notizie-it/Coronavirus:-lesclusione-dallOms-danneggia-Taiwan-49245.html

[11] https://www.who.int/about/finances-accountability/funding/AC_Status_Report_2020.pdf?ua=1

[12] https://thetaiwantimes.com/taiwan-puts-a-ban-on-exporting-n95-and-surgical-masks-due-to-chinas-coronavirus/1463

[13] https://www.agi.it/estero/news/2020-03-21/coronavirus-modello-taiwan-7740804/

[14]https://www.cdc.gov.tw/En/Bulletin/Detail/9EsV1WsdP0SVmV_y5iCkCA?typeid=158


Foto copertina: Il ministro della salute di Taiwan Chen Shih-chung (C) dà un pollice in su mentre posa con i manifestanti dopo una conferenza stampa a margine dell’Assemblea annuale dell’Organizzazione mondiale della sanità il 21 maggio 2018 a Ginevra. (Fabrice COFFRINI / AFP)

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Fabrizia Candido

Fabrizia Candido

Fabrizia si è laureata nel 2016 in Lingue, Lettere e Culture Comparate (cinese, tedesco e francese) presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale dopo aver trascorso sei mesi presso l’Université Paris Diderot nell’ambito del progetto Erasmus. Nel 2017 ha conseguito un master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy ed ha seguito un percorso formativo sulla Cultura d’Impresa ed i mercati cinesi presso Unicredit Spa. Iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa (con curriculum Cina) nuovamente presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, nel 2018 Fabrizia ha studiato per sei mesi presso l’Università Fudan di Shanghai (复旦大学) grazie alla borsa di studio dello 汉办.

Sinologa appassionata di giornalismo, storia e politica internazionale, Fabrizia infine coordina la sezione “Asia/Oceania” del settimanale di geopolitica online MSOI ThePost.

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