Tsai Ing-wen, leader del DPP, rieletta Presidente a Taiwan

Tsai Ing-wen, leader del DPP, rieletta Presidente a Taiwan

I cittadini taiwanesi sono stati chiamati alle urne per le elezioni presidenziali e legislative. Tsai Ing-wen, volto pubblico della lotta per l’identità e la sovranità taiwanese, ha ottenuto un secondo mandato presidenziale.


 

L’11 gennaio 2019 i cittadini taiwanesi hanno votato per eleggere il proprio presidente e definire la composizione del parlamento locale, lo Yuan legislativo. Tsai Ing-wen, paladina della linea dura contro l’autoritarismo di Pechino e leader filoindipendentista, ha ottenuto un secondo mandato presidenziale, con ben il 57,1% dei consensi (un punto percentuale in più rispetto al 56,1% del 2016). Taiwan sarà quindi guidata per altri 4 anni dalla segretaria del DPP, il Partito Progressista Democratico, il cui elettorato ha segnato un record storico: è infatti la prima volta che un presidente di Taiwan è stato eletto con oltre otto milioni di voti (8.170.231); un risultato dovuto all’enorme affluenza alle urne, precisamente del 74,9%, la più alta delle ultime tre elezioni presidenziali. [1]

La Presidente uscente ha asfaltato l’avversario populista Han Guo-yu (38,6%), leader dello storico partito nazionalista di Taiwan, il Guomindang (GMD), meno inviso a Pechino, che aveva conquistato 15 città e contee nel corso delle elezioni amministrative del novembre 2018, tra cui la roccaforte del DPP, Kaohsiung. Altro candidato in lizza era James Soong (4,3%), leader del partito di centro-destra, il People First Party (PFP).[2]

Nonostante nel corso del precedente mandato Tsai Ing-wen abbia inizialmente deluso le aspettative dei suoi elettori, dando precedenza allo scontro con Pechino che ha portato Taiwan ad un sempre maggiore isolamento internazionale, e nonostante abbia promosso politiche impopolari in materia di lavoro, pensioni ed energia, il DPP ha ottenuto la vittoria aggrappandosi alla questione della sovranità nazionale e dell’identità taiwanese in contrasto con quella cinese. Con la complicità del vento di protesta soffiante da Hong Kong, i taiwanesi hanno sfruttato le elezioni presidenziali per mandare un chiaro segnale a Pechino da cui, il 2° gennaio 2019, nel giorno della commemorazione del quarantesimo anniversario della richiesta di riunificazione e fine del confronto militare inoltrata dalla mainland a Taiwan nel 1979, il Presidente Xi Jinping definì la riunificazione di Taipei un processo inevitabile, minacciando l’uso di tutte le misure necessarie – compresa la forza – per il conseguimento di tal fine.[3]

Il modello proposto sarebbe la formula “un Paese, due sistemi”, ovvero il modello politico-economico già attivo nelle Regione Speciali Amministrative di Hong Kong e Macao coniato da Deng Xiaoping dopo il ritorno alla madrepatria delle due ex colonie, rispettivamente dalla Gran Bretagna nel 1997 e dal Portogallo nel 1999. La formula prevede il riconoscimento di un’unica sovranità, un’unica difesa e un’unica politica estera, con la coesistenza però di più ordinamenti giuridici, politici e legislativi, oltre ad un diverso sistema economico. Trattasi di un equilibrio delicato dietro cui si celerebbero diverse ambiguità e punti interrogativi.[4]  Le proteste che animano Hong Kong dal 9 giugno 2019 si oppongono infatti a quelli che vengono definiti come continui atti di ingerenza ad opera di Pechino, tra cui il contestato disegno di legge sull’estradizione, ufficialmente ritirato lo scorso 23 ottobre.[5]

Ad ogni modo, la Cina continentale rappresenta il primo partner commerciale di Taiwan: circa il 40% dell’import-export di Taipei si avvale degli scambi con Pechino, maggiore meta d’investimento per i taiwanesi.[6] Nel suo messaggio di fine anno, però, la Presidente ha precisato di non essere intenzionata a rinunciare alla propria libertà democratica e a sacrificare la sovranità dei taiwanesi sull’isola in nome dei vantaggi commerciali con la Cina continentale.

A tale dichiarazione ha fatto seguito l’Anti-infiltration Act, mirante a limitare le interferenze cinesi (donazioni politiche, attività di lobbying, sconvolgimento dell’ordine sociale, interruzione delle elezioni o sostegno alle elezioni) negli affari di politica interna di Taipei[7]. L’atto si accoda al lancio della New Southbound Policy, il cui scopo è intensificare i rapporti commerciali con i Paesi partner dell’area ASEAN e del Pacifico, attraverso cooperazione economica, scambi di personale, condivisione delle risorse e collegamenti regionali.[8] Tuttavia, dopo l’avvio delle relazioni con Pechino delle Isole Salomone e di Kiribati, i quali riconoscendo il principio di “una sola Cina” (1992 Consensus) considerano Taiwan una provincia ribelle di Pechino, Taipei è rimasta con soli 15 alleati diplomatici.[9]

L’argomentazione su cui ha infatti fatto particolarmente leva il candidato nazionalista Han Guo-yu è che l’ex Formosa starebbe attraversando una fase di stagnazione economica. Tuttavia, in base a quanto emerge dai dati dell’Asian Development Bank, Taiwan sarebbe il primo Paese a beneficiare delle implicazioni della guerra commerciale tra Washington e Pechino, con una crescita in termini di PIL del 2.6% – al di sopra delle aspettative per il 2019. Nella spinta all’economia, determinanti sono state le esportazioni in crescita verso gli USA: più 17,4% nel primo semestre del 2019 su base annua.[10] La trade war ha effetti anche il tasso di occupazione dell’isola: al fine di aggirare i dazi statunitensi sui prodotti fabbricati in territorio cinese, dove il costo del lavoro è inferiore, il Ministero degli Affari Economici di Taiwan ha lanciato un programma di incentivi statali per il rientro delle linee di produzione taiwanesi precedentemente delocalizzate in Cina, con conseguente creazione di nuovi posti di lavoro sull’isola.[11]

Di pari passo con la campagna elettorale si è attivata inoltre la campagna di disinformazione online cinese, che con operazioni di hacking, utilizzo e diffusione di notizie false, bot e account di social media falsi, ha provato a far perdere consensi agli scomodi rappresentanti del DPP.[12] L’atmosfera è stata ulteriormente complicata dall’incidente aereo del 2 gennaio 2020, in cui l’elicottero militare UH-60M Black Hawk è precipitato misteriosamente, portando alla morte del generale Shen Yi-ming e di altri sette militari. Le accuse, sebbene non comprovate, sono ricadute su Pechino, particolarmente invisa all’intensa relazione tra il generale Shen e l’amministrazione Trump, con cui gli USA si riconfermano maggior partner militare di Taiwan, seppur in assenza di relazioni diplomatiche ufficiali.[13]

Ad ogni modo, il profondo risentimento di Pechino per la vittoria clamorosa della leader del DPP non ha tardato a manifestarsi. Il Taiwan Affairs Office di Pechino ha immediatamente ribadito la necessità di perseguire la riunificazione nazionale ed il Ministero degli Esteri ha ricordato che il voto non influirà sull’accettazione internazionale della One China Policy.[14] Rinunciare a Taiwan significherebbe rinunciare all’obiettivo di ridare alla Cina l’antica statura imperiale attraverso il “risorgimento della nazione”, obiettivo fissato per il 2050.[15] È in ballo la realizzazione del “sogno cinese”, e questo Pechino non può accettarlo.


Note

[1]https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/elezioni-taiwan-lisola-sempre-piu-green-24802

[2]https://www.repubblica.it/esteri/2020/01/11/news/taiwan_presidenziali_tsai_ing-wen_vince-245524769/

[3]https://www.corriere.it/esteri/19_gennaio_02/xi-jinping-la-cina-non-rinuncia-riunificazione-taiwan-49379736-0e68-11e9-81e4-4ae8cf051eb7.shtml

[4]https://www.agi.it/estero/hong_kong_proteste-6551501/news/2019-11-15/

[5] https://www.ilpost.it/2019/08/17/crisi-hong-kong-spiegata/

[6]https://www.leurispes.it/usa-e-cina-il-voto-di-taiwan-vara-la-linea-sovranista/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

[7]https://thediplomat.com/2020/01/taiwan-passes-anti-infiltration-act-ahead-of-election-amid-opposition-protests/

[8]https://thediplomat.com/2020/01/whats-next-for-taiwans-new-southbound-policy-in-tsais-second-term/

[9]https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3029626/taiwan-down-15-allies-kiribati-announces-switch-diplomatic

[10] https://www.china-files.com/elezioni-taiwan-ombre-cinese-sulleconomia-taiwanese/

[11]https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3045493/taiwan-manufacturers-come-home-china-trade-war-feeds-economic

[12]https://www.scmp.com/news/china/article/3045648/west-studies-beijings-disinformation-campaign-taiwan-looking-clues-its

[13]https://www.china-files.com/taiwan-un-incidente-aereo-offusca-le-presidenziali/

[14] https://www.china-files.com/elezioni-taiwan-pechino-accusa-le-interferenze-straniere/

[15]http://www.limesonline.com/rubrica/la-cina-di-xi-vuole-riprendersi-taiwan


Foto copertina: Il discorso di Tsai Ing-wen. © RITCHIE B TONGO / EPA-EFE / Shutterstock


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Fabrizia Candido

Fabrizia Candido

Fabrizia si è laureata nel 2016 in Lingue, Lettere e Culture Comparate (cinese, tedesco e francese) presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale dopo aver trascorso sei mesi presso l’Université Paris Diderot nell’ambito del progetto Erasmus. Nel 2017 ha conseguito un master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy ed ha seguito un percorso formativo sulla Cultura d’Impresa ed i mercati cinesi presso Unicredit Spa. Iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa (con curriculum Cina) nuovamente presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, nel 2018 Fabrizia ha studiato per sei mesi presso l’Università Fudan di Shanghai (复旦大学) grazie alla borsa di studio dello 汉办.

Sinologa appassionata di giornalismo, storia e politica internazionale, Fabrizia infine coordina la sezione “Asia/Oceania” del settimanale di geopolitica online MSOI ThePost.

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