Possiamo considerare la Tunisia un modello di democrazia per il Medio Oriente?


 

Nonostante la transizione democratica tunisina abbia affrontato una vasta gamma di sfide sia da un punto di vista politico che sociale, nel 2014 è entrata in vigore una nuova Costituzione che sembra rappresentare una delle svolte più significative nell’intero processo di transizione democratica. La Tunisia infatti, secondo Freedom House, si è palesata come il primo paese arabo libero”[1] dopo la promulgazione della Costituzione, anche se in realtà tracce di modernità e riformismo ricorrono nella memoria storica del paese sin dalla prima metà dell’ottocento.

Il panorama storico della Tunisia

La Tunisia si distingue nel panorama medio orientale per la sua transculturalità. La memoria storica del paese è caratterizzata dalla convivenza di berberi, arabi, fenici, francesi, maltesi così come italiani, che hanno lasciato nel paese un’importante eredità culturale. Questa ha favorito l’emergere di una cultura vivace e aperta che ha agevolato il dialogo religioso e l’abitudine al confronto[2]. Proprio la dimensione religiosa, ha visto, in modo particolare, una pace duratura tra varie confraternite religiose. L’Islam istituzionalizzato malikita ha per esempio convissuto con l’Islam popolare e con varie altre confraternite religiose.
Nel 1857, sulla base di questa ricchezza culturale, il Bey Mohammed promulga il Patto Fondamentale in cui viene sancita la libertà religiosa e la libertà di commercio e di lavoro a prescindere da razza o religione. La modernizzazione del paese ha visto coinvolto anche il settore economico ed istituzionale quando il primo ministro Khayr-al-din punta a riorganizzare il paese sul modello occidentale. Il sistema educativo viene riformato, ma mai andando contro quelli che sono i valori e le tradizioni del paese. La conciliazione tra modernità e tradizione infatti è il punto cardine di tutte le azioni riformatrici tunisine di successo.
Cento anni più tardi queste aspirazioni non vengono tradite, anzi vengono sponsorizzate da Habib Bourguiba a partire dal 1957. La Tunisia assume, in questi anni, una dimensione “islamicamente laica” favorita dalla messa in pratica del concetto dell’itjihad[3]. Sulla base di questo concetto Bourguiba cerca di modellare la società tunisina producendo istanze di emancipazione sociale e di modernità. I diritti delle donne, per esempio, vengono garantiti e viene abolita la poligamia soprattutto grazie alla promulgazione del Patto Fondamentale del 1956. Più tardi invece, con la carta costituzionale del 1959, l’articolo 5 riconosce il pluralismo politico, la libertà di coscienza e di culto.

La svolta prima socialista e poi autoritaria nel paese

Il socialismo e il comunismo in Tunisia hanno rappresentato negli anni due forze fondamentali per il processo di democratizzazione e di modernizzazione, anche se il raggiungimento degli obiettivi non fu per nulla privo di ostacoli. Nel 1964 Bourguiba vara importanti riforme nel campo dell’agricoltura, come la nazionalizzazione delle terre ed il conseguente affidamento di queste a cooperative tunisine di produzione.[4] Il presidente parlò spesso di un socialismo in “senso tunisino”, che purtroppo però ebbe vita molto breve. Nel 1978 infatti, a causa del rincaro del prezzo del pane, — e anche dell’eliminazione violenta di qualsiasi tipo di opposizione al regime — scoppiano dure rivolte popolari.

Per sedare per rivolte Bourguiba opera una svolta autoritaria. Non solo, ma l’insolito interesse da parte della popolazione nei confronti di frange e movimenti islamisti che iniziano a collezionare consensi, favoriti da un nuovo fervore politico, spaventa Bourguiba. Sull’onda di questo clima, profittando della situazione, si inserisce il leader del Movimento della Tendenza Islamica (MTI) Rachid Gannouchi che fonderà, più avanti, il partito islamico Ennahda. Bourguiba intimorito da una re-islamizzazione della società, chiude al multipartitismo e al gioco dell’alternanza politica, di fatto inaugurando una stagione autoritaria.

I comunisti e il contributo alla democrazia

Il partito comunista tunisino non è mai stato un partito di massa, se lo è stato, lo è stato solo per vocazione. Esso è rimasto per anni in clandestinità e anche quando, poco tempo, è riuscito ad agire all’interno delle istituzioni, ne è sempre rimasto ai margini. Originariamente infatti era un partito di élite composto da intellettuali e dirigenti. L’adesione molto spesso maturava in seno alle università, che negli anni ’60 e ’70 erano i bastioni principali della sinistra tunisina. Gli attivisti erano spesso professori e impiegati ed il fulcro dirigenziale del partito era fortemente radicato nelle città come Gafsa e Tunisi.
Sostanzialmente il partito è sempre rimasto un’anima di minoranza soprattutto perché il gioco dell’alternanza politica fu bloccato sia dal regime autoritario di Ben Ali che da quello di Bourguiba. Nonostante questo però, i comunisti tunisini riuscirono più di qualsiasi altra forza politica, a dare vigore alla democrazia e al multipartitismo. Operando nel sociale, lavorando per l’elevazione della condizione della donna e alla diffusione e alla comprensione del concetto di laicità.

L’analisi del processo di democratizzazione dal punto di vista del partito comunista è leggermente diversa da quella che ci presenta la storiografa classica, che per esempio prende come anno chiave il 1956, anno dell’indipendenza dalla Francia. In realtà per i comunisti l’anno chiave è il 1957 anno in cui si afferma l’elemento chiave del partito: il nazionalismo, la base per la creazione di uno stato forte e coeso. Nonostante l’indipendenza raggiunta un anno prima, i comunisti continuano a rivendicare una vera indipendenza ancora nel 1957. Un’indipendenza da tutte le forme di oppressione, anche quella delle idee che questa volta non proveniva più da un nemico esterno al paese ma da uno interno.

Il principale ispirato dei comunisti tunisini è sempre stato Edward Said ed in particolare il suo concetto di “travelling theory”[5]. I comunisti tunisini, sulla base di questo concetto, concepiscono il comunismo come una forza abile a plasmarsi nel tempo e nello spazio e relativamente ai contesti può essere addomesticato o radicalizzato. I comunisti tunisini, consci di essere attivisti in un paese a maggioranza musulmana, hanno scelto l’addomesticamento unito alla creatività. Proprio quest’ultima spinge i comunisti ad adattare il comunismo al paese, senza tradire i valori e i principi né dell’uno né dell’altro.

Gli ostacoli al comunismo

 Nel 1963 il partito comunista viene sospeso e i comunisti sono espulsi dalle istituzioni. Il partito è costretto alla clandestinità, ma non per questo perde forza, anzi. E’ proprio questo il periodo in cui la questione della democrazia e dei diritti umani diventa centrale nei dibattiti del partito. Esso fonda associazioni per i diritti umani, per le donne e per i lavoratori ed è in questa fase che la sua forza sta nello sfruttare un silenzioso appoggio, se pur precario della società civile.
A seguito di alcune scelte socialiste operate da Bourguiba nel 1963 lo spazio politico dei comunisti si frammenta. Il partito si rende conto di non avere più in mano il monopolio del proprio discorso politico e si accorge che molte delle riforme invocate, vengono ora portate avanti e attuate dal regime. I comunisti rispondono con un “sostegno critico” al governo. Questa strategia non riesce a scongiurare però l’ormai inevitabile frattura all’interno del partito. Si formano due correnti: una favorevole alle riforme di Bourguiba, l’altra critica. A questa spaccatura si aggiunge la penetrazione, all’interno della società, di movimenti islamisti.

L’avvento dell’Islam

Già nel 1955-56 Poz Vag, un militante comunista di origini ebraiche, si chiedeva come si potesse essere comunisti in un paese musulmano, senza trovarvi un’adeguata risposta. La questione del rapporto tra comunismo e Islam purtroppo non fu un tema centrale nell’agenda dei comunisti tunisini.

E’ vero che si era posta la questione della peculiarità nazionale — ovvero adattare il comunismo ai valori tunisini — ma il partito preferì sempre insistere sulla peculiarità del dato socio-economico piuttosto che su quello culturale. Alla fine degli anni ’80 però la domanda di Poz Vag iniziarono a porsela in tanti. I comunisti dovevano a questo punto misurarsi con la realtà, partecipare alle elezioni, cercare consenso popolare e misurarsi anche con la crescita dell’Islam, di un Islam non troppo moderato.
I comunisti capiscono che condannare la religione o usarla come strumento di propaganda antireligiosa non serve, semplicemente della religione non ne devono occuparsene. La strategia che viene promossa, è quella di una conciliazione ideologica, il che significa che è il partito che si adatta al paese, che si nutre del suo patrimonio culturale allo scopo di radicarsi nelle coscienze delle persone. Questo processo avviene in modo del tutto naturale. A sostegno di questa tesi infatti i comunisti tunisini sono convinti che la storia del marxismo, nel paese, non è una storia senza storia, come affermato dall’opposizione, ma è parte della memoria e dell’eredità culturale della Tunisia.

L’urlo della dignità

I diritti rivendicati dai giovani Tunisi nelle piazze durante le primavere arabe, libertà, democrazia, uguaglianza e lavoro, inauguravano di fatto “la generazione del cambiamento” definita così da Philippe Fargues, la quale è diventata in modo profetico, la protagonista di una trasformazione di dimensioni epocali. Molti dei diritti rivendicati nelle piazze erano in linea con quelli del partito comunista tunisino.

“La primavera implica una rinascita, ma anche un passaggio, una transizione, stavolta una cancellazione del passato, di ciò che è vecchio e che deve scomparire perché impedisce l’inizio di una nuova vita […] come le rivolte per l’indipendenza dal dominio coloniale della seconda metà del Novecento, anche la “Primavera araba” è il prodotto di contraddizioni latenti che quelle società non sono mai riuscite a elaborare del tutto e che possono tradursi in comportamenti individuali o in moti collettivi che cercano di compensare il deficit di innovazione sociale, culturale e politica”[6].

La situazione attuale

Dal punto di vista costituzionale, la nuova Costituzione entrata vigore nel 2014 può essere classificata come dignitaria[7] ovvero una costituzione che esprime e garantisce dignità alla persona umana. La Costituzione tunisina del 2014 esprime il concetto di uguaglianza — e non di complementarietà come volevano i movimenti di tendenza islamica nel 2011— tra uomo e donna[8]. A questo, seguono i diritti alla dignità, all’integrità della persona, il divieto di tortura morale e fisica e molti altri. Nel complesso, come ci spiega Tania Groppi, “anche in virtù dell’influenza che l’esperienza costituzionale tunisina potrà esercitare su altri paesi arabo-musulmani essa merita particolare attenzione da parte dei costituzionalisti”[9].
La perdita progressiva del consenso da parte del partito islamico Ennahda — che invece nel 2011 aveva vinto le elezioni — non ha frenato la forte bipolarizzazione regionale scaturita dai risultati elettorali del 2014. [10] L’esito del voto non riesce a produrre un governo di maggioranza che risulterà nella partecipazione di alcuni rappresentanti di Ennahda. Dai dati elettorali, analizzati per sesso ed età, risulta che le giovani generazioni preferiscono i partiti di ispirazione islamica mentre gli adulti e gli anziani votano per partiti secolari. Le promesse politiche che avevano accompagnato la campagna elettorale sono state disattese dai vari governi e soprattutto da Ennahda.

Conclusione

E’ indubbio che negli anni gli sforzi dei governi tunisini per la modernizzazione e la democratizzazione siano stati tanti e spesso anche di successo. Nonostante questo però oggi la Tunisia è un paese diviso a metà: da un lato, dal punto di vista istituzionale, c’è il successo di una Costituzione dignitaria, che apre alle libertà e le difende. Dall’altro, dal punto di vista politico e sociale, un crescendo di problemi legati alla sicurezza legati ad un ritrovato vigore di movimenti jihadisti. Questi mettono a repentaglio i diritti tanto faticosamente conquistati e altrettanto faticosamente inseriti come fondamentali nella costituzione.


Note

[1] L. El Houssi, “Il risveglio della democrazia”, Carocci Editore, Roma, 2018 pg.85
[2] ibidem.
[3] L’Itjihad è lo sforzo interpretativo che si pone l’obiettivo di trovare soluzioni di compromesso, sopratutto a livello giuridico, in linea con l’Islam.
[4] T. Belkhodja, “Les trois décennies Bourghiba”, Publisud, Tunis 1999.
[5] M. Nowicka,“Traveling Theory: The Legacy of Edward W. Said in Eastern Europein La traduction des voix de la théorie/Translating the Voices of Theory, eds. Isabelle Génin and Ida Klitgård, Montréal: Éditions québécoises de l’œuvre, collection Vita Traductiva, 2015, pp. 223-251.
[6] P. Fargues, “La génération du changement in “Maghreb-Machrek” 171-172, janvier-juin 2001, pp.3-11
[7] Cfr. https://freedomhouse.org/report/freedom-world/freedom-world-2015#.W8X-gAxMzYWo
[8] A questa norma costituzionale seguirà successivamente l’abrogazione della circolare 216 del 1973 che impediva ad una donna musulmana tunisina di sposare un uomo non musulmano.
[9] T. Groppi, “L’identità costituzionale tunisina nella Costituzione del 2014”
[10] https://www.arabbarometer.org/wp-content/uploads/Tunisia_Public_Opinion_Survey_2016_Democracy.pdf


Foto copertina: Trve

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Desiree Di Marco
Desirée Di Marco, nata a Roma nel 1995. Per le sedi dei miei studi ho scelto Roma, Milano, Vienna e Rabat. Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma e ho conseguito un Master di Primo Livello in “Middle Eastern Studies” preso l’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano). Ho ottenuto un diploma in Affari Internazionali Avanzati all’Accademia Diplomatica di Vienna e attualmente sto conseguendo la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali. Ho concluso due tirocini entrambi presso l’OSCE e le Nazioni Unite di Vienna lavorando presso l’Ambasciata di Malta e presso la Missione Permanente e l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. Attualmente collaboro con istituti di analisi internazionali e centri di ricerca per la quale scrivo analisi geopolitiche soprattutto per quello che riguarda l’Afghanistan ed il Medio Oriente.