A causa delle dinamiche regionali e tenendo in considerazione la sua sicurezza, Israele ha sempre adottato una politica interna in funzione della sua politica estera e viceversa. Sebbene le minacce esterne siano cambiate nel corso dei decenni, ora e in futuro Tel Aviv continuerà ad adottare strategie interne ed estere interconnesse.


A cura di Samuele Francesco Vasapollo. Traduzione di Aurora Minieri. Articolo pubblicato su Special Eurasia[1]

Una volta, il presidente Dwight Eisenhower ha notoriamente affermato che la politica estera di Israele è la politica interna di Israele e viceversa. La logica dietro questa affermazione era abbastanza lineare. Per molto tempo dopo la Dichiarazione d’Indipendenza israeliana del 1948, lo Stato ebraico è stato messo di fronte ad uno scenario geopolitico che gli era decisamente avverso. In aggiunta a ciò, anche internamente, Tel Aviv ha adottato una salda politica di sicurezza che assicurerebbe la sopravvivenza e il benessere dello Stato, a causa della minacciosa presenza palestinese. In tal modo, Israele si è adattato alla duplice minaccia interna-esterna che ha imposto la sua politica “intermestica” dal 1948. Non importa se la minaccia esistenziale per Israele precedentemente rappresentata dalla Lega Araba è ora svanita, sostituita dall’assertività della Repubblica Islamica dell’Iran. Come in passato, Israele può pensare alla sua politica interna solo in funzione della sua politica estera e viceversa. E se Israele vuole sopravvivere, dovrà continuare a farlo.


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La risposta di Israele alla guerra in Ucraina

Mentre questo breve articolo viene scritto, un conflitto nell’Europa orientale si propaga da quasi tre mesi. Si tratta, ovviamente, del conflitto russo-ucraino, scatenato dal Cremlino per fare spazio tra sé e il blocco atlantico. La coalizione di governo israeliana presieduta dal premier Naftali Bennett ha deciso di adottare una strategia diplomatica basata sull’equidistanza tra le parti coinvolte nel conflitto. Finora, Tel Aviv ha spedito in Ucraina esclusivamente attrezzature mediche e ha inviato pacchetti di aiuti ad uso dei civili[1]. Allo stesso tempo, si è tenuta dal sostenere la resistenza dell’Ucraina con equipaggiamenti militari offensivi o difensivi, che l’ambasciatore ucraino in Israele, Yevgen Korniychuk, ha ripetutamente richiesto[2]. Sul piano diplomatico, il premier israeliano Naftali Bennett ha anche prudentemente (e consapevolmente) evitato di condannare apertamente l’intervento russo in Ucraina, facendo finta di non recepire le pressioni USA\NATO. Allo stesso tempo, l’esecutivo israeliano ha adottato un approccio presumibilmente orientato alla pace, che ha visto Tel Aviv svolgere la parte del Paese che “fa da ponte” tra le grandi potenze, cercando spiragli di dialogo senza compromettersi con nessuna delle parti. Ma, al netto della strategia di politica estera di Bennett, c’è più di una buona ragione per pensare che la strategia israeliana concernente il conflitto sia stata dettata principalmente da fattori geopolitici, cioè fattori strutturali. La presenza militare russa in Siria è senza dubbio la più importante tra queste.

Omnes viae Syriam ducunt – Tutte le strade portano in Siria

Sin dall’intervento del Cremlino nel quadro della guerra civile siriana nel 2015, la Russia non solo si è ritagliata con successo una sfera di influenza nel Paese, ma si è imposta come più importante attore straniero con truppe sul terreno[3]. Ancora più notevole, sebbene molti altri giocatori continuino a prendere parte alla competizione per l’influenza sulla Siria (ad esempio, Turchia, Iran e FDS), la Russia detiene il controllo dei cieli sulla maggior parte del paese. Inoltre, il primato della Air Policing russa in Siria ha conferito al Cremlino la possibilità di esercitare un ascendente significativo sugli attori vicini che cercano di esercitare influenza nel paese o che hanno un estremo bisogno di mantenere la propria posizione sul territorio siriano.

Un paese che rientra in quest’ultima categoria è la Repubblica Islamica dell’Iran, che ha fatto di Damasco una parte cruciale del suo Asse di Resistenza, una coalizione di attori statali e non statali, milizie e roccaforti che si estende in Medio Oriente da Teheran all’Iraq, allo Yemen, al Libano, alla Palestina e, soprattutto, in Siria. Teheran, che si è guadagnata il rango di massima potenza antiamericana e anti-status quo in Medio Oriente sin dalla rivoluzione islamica del 1979, ha sviluppato un rapporto speciale con la Russia nella regione[4]. Sebbene non sia stata costruita una partnership paragonabile a un’alleanza tra le due parti, Russia e Iran hanno collaborato in alcuni scenari critici di crisi, soprattutto la guerra all’ISIS. In Siria, Teheran ha dispiegato truppe e armamenti, nonché finanziato milizie per procura per non essere espulso dal Paese dopo la fine della fase acuta della guerra civile. Nello specifico, l’Iran detiene più di cento posti di blocco e basi militari nella Siria orientale. La più degna di nota, denominata in codice “Base Militare Imam Alì”, comprende migliaia di soldati, varie forze e solide fortificazioni[5].

D’altra parte, Teheran si è assicurata un eccellente posizionamento geopolitico nella Siria occidentale attraverso Hezbollah. Qui la formazione paramilitare guidata da Hassan Nasrallah ha istituito oltre cento posti di blocco lungo i confini del Libano e di Israele[6]. Ciò che conta di più è che Hezbollah sfrutti le sue fortezze locali per colpire sia le postazioni sia l’entroterra israeliani. Quest’ultima costituisce una grave minaccia alla sicurezza dello Stato di Israele e rappresenta una delle cause principali del coinvolgimento militare di Israele in Siria. Di conseguenza, Russia e Israele hanno concordato un sistema di sicurezza per quanto riguarda la Siria per soddisfare le reciproche priorità e ridurre al minimo il rischio di uno scontro (anche accidentale).

L’accordo ruota attorno alla Russia che garantisce a Israele la possibilità di violare lo spazio aereo siriano per colpire le forze iraniane o sponsorizzate dall’Iran sul terreno. In questo modo, Israele riesce a far avanzare la prima linea di difesa in territorio siriano, riducendo le possibilità del nemico di lanciare un primo attacco. Da parte sua, la Russia chiede che la politica estera israeliana soddisfi le priorità russe e che la pressione sul regime di Damasco sia ridotta. Un altro vantaggio che la Russia trae dall’accordo è quello secondo cui gli attacchi di Israele indeboliscono l’influenza dell’Iran in Siria. Naturalmente, per Mosca è auspicabile un Iran la cui forza sia tale da proteggere la Siria orientale dall’influenza degli Stati Uniti. Tuttavia, un Iran con ridotte capacità di proiezione militare nel resto del Paese è ancora più auspicabile per la classe dirigente russa.

Conclusione

La prudenza strategica di Israele nei confronti della guerra in Ucraina potrebbe essere spiegata meglio come un approccio di teoria dei giochi. In un gioco a somma zero in cui le perdite in termini di proiezione di potenza in Siria bilanciano i guadagni di Israele derivanti da una posizione più dura riguardo la guerra in Ucraina, la scelta ottimale è fare nulla. Preservare lo status quo – il che significa mantenere l’intesa di Israele con la Russia in Siria – è più auspicabile per il governo israeliano che ricevere una pacca sulla spalla dai partner occidentali mentre mette a repentaglio gli interessi di sicurezza di Israele in Siria. Da questo punto di vista, sembra chiarissimo che, nel contesto della guerra in Ucraina, la strategia di politica estera di Israele dipende dalle sue priorità domestiche e viceversa. Questa tendenza conferma il classico approccio “intermestico” di Israele riguardo le principali questioni di politica estera.


Note

[1] https://www.specialeurasia.com/2022/05/13/israel-policy-middle-east/
[2] Ukrinform (2022), Israel sending Humanitarian AID to Ukraine, staff, https://www.ukrinform.net/rubric-ato/3453779-israel-sending-six-planes-with-humanitarian-aid-to-ukraine.html
[3] The Times of Israel (2022),  Ukraine Envoy Laments Israeli Refusal to Provide Military aid, staff, https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/does-protective-gear-kill-ukraine-envoy-laments-israeli-refusal-to-provide-military-aid/
[4] Dmitri Trenin (2018), What is Russia Up to in the Middle East?, Cambridge, UK: Polity Press, p. 94
[5] Andrei Tsinganov (2018), Routledge Handbook of Russian Foreign Policy, New York, US: Routledge Handbook, p. 305
[6] STAFF di Jusor for Studies (2020), Locations of Iranian Forces in Syria, Jusoor for Studies, https://jusoor.co/details/Locations%20of%20Iranian%20forces%20presence%20in%20Syria%2001-08-2020/741/en
[7] Abdulwahab Asi, Majd Kilany (2020), Map of Hezbollah Presence in Syria, Jusoor for Studies


Foto copertina: Afp