La presidenza di Putin in Russia sembra essere oramai ad interim. Ma la nazione sarà pronta un giorno a gestire la fine di questa dipendenza evitando pericolose escalation?


Introduzione

La Federazione Russa, o meglio, la sua immagine per come la conosciamo oggi è fortemente legata alla figura del suo leader, il Presidente Vladimir Putin. Una figura carismatica che spesso viene anche erroneamente affiancata ad oscuri leader del passato (come già analizzato in un precedente articolo[1]).

Insomma, Vladimir Putin è pop, Vladimir Putin è fede, Vladimir Putin è lo zar, Vladimir Putin è una messinscena. Dipende dall’osservatore. Il leader che si batte contro la crisi. L’uomo forte che restituisce alla Russia lo stato di superpotenza. Il solitario che ha sparso lacrime sincere alla morte del suo allenatore di judo. L’uomo duro, disciplinato, formato dai servizi segreti che si è opposto agli oligarchi russi e pratica le arti marziali. La vita di Putin è abbastanza oscura per prestarsi alle più svariate proiezioni. Le tv di stato fanno volentieri da palcoscenico per il presidente. Putin ama presentarsi al telegiornale della sera, all’estremità di un tavolo, lievemente chino in avanti, con i ministri del governo schierati davanti. Volge intorno uno sguardo sofferente, come di chi è costretto a porre rimedio personalmente ai problemi, perché tutti gli altri sono incompetenti.[2]

Eppure, la figura del Presidente che tanto si è resa indispensabile per la Russia tutta potrebbe stare causando un “danno” al paese ben più grande e profondo (nonché di lungo periodo), e sebbene la riforma costituzionale[3] da poco vagliata sembrerebbe aver confermato l’ipotesi di una presidenza ad interim, il potere di Putin non è lo stesso di qualche anno fa e alcuni eventi degli ultimi anni ne sono importanti indicatori.

Il delicato equilibrio all’interno della Federazione

Soprattutto i media occidentali e l’opinione pubblica internazionale sembrano quasi ignorare i delicatissimi equilibri di potere creatisi dopo la caduta dell’impero sovietico all’interno della neonata Federazione Russa.  Il governo Eltsin portò avanti una politica di accentramento di potere nelle mani della figura del Presidente creando un “sistema familiare” di alleanze, competizioni e accordi nonché “popolato” dall’ingombrante figura dei Siloviki (“uomini in divisa”). Oggi sono a capo di punti nevralgici della struttura di potere russa e soprattutto delle “oscure” agenzie di intelligence della Federazione, nate dallo scioglimento del famigerato KGB sovietico dopo il 1991:

Tuttavia, alcuni elementi indicano che l’ascesa dei siloviki non è né incontestata né irresistibile. Essi restano fortemente divisi, e qualsiasi lotta di successione o anche un cambiamento sostanziale nella politica di Putin tendono a esacerbarne le divisioni. In fin dei conti, i siloviki sono spesso i peggiori nemici di sé stessi.[4]

La figura dei Siloviki (per approfondire[5]) resta forse il pivot del nostro discorso poiché proprio da queste figure e dalle loro azioni all’interno e all’esterno della Federazione possiamo notare delle crepe nella struttura di potere russa che è tutt’altro che monolitica. Del resto, l’istituzione nel 2016 del corpo della Guardia Nazionale, è arrivata come un fulmine a ciel sereno tra gli alti ranghi della Federazione.  Questa mossa può essere letta anche come potente indicatore del fatto che il Presidente ha avvertito il bisogno di affermare anche militarmente il suo potere all’interno della Russia dimostrando così di essere “pronto a tutto”.

“On the evening of 5 April Vladimir Putin invited four of his powerful siloviki contacts to accompany him in announcing Russia’s biggest law enforcement reform in almost 15 years. The new National Guard (NG) will be a new federal body with executive powers that is intended to fight terrorism and organized crime”.[6]

Questa sorta di “guardia pretoriana”, forte di un numero considerevole di uomini e mezzi ha fatto sì da porre un freno al potere sempre crescente delle agenzie di intelligence e dell’esercito che adesso ben sanno che il presidente stesso è in grado di difendersi e agire indipendentemente da loro.

Not only does this reform act as a corrective to the power imbalance in the siloviki, where, in recent years, the Federal Security Service (FSB) and the Army have tremendously increased in power, it also serves to keep the siloviki busy and uncertain about their future, coercing them into focusing on the tasks at hand and staying out of politics. By establishing a kind of Pretorian guard which can be used against elites as easily as against ordinary citizens, Putin gains much more room for manoeuvre, whether he wants to stay the course or radically change direction in times of trouble.[7]

Putin con questa mossa è riuscito a consolidare il suo potere e a creare le basi per una maggiore stabilità interna al paese rendendo l’idea di un’escalation di lotte interne molto più inverosimile in caso di emergenza ma la domanda di fondo resta, perché questa azione si è resa necessaria?

Alcuni esempi

Abbiamo accennato al fatto che queste figure conosciute come Siloviki sono spesso in lotta tra loro per guadagnare il favore (almeno per il momento) del Presidente Putin e sebbene queste lotte siano state prevalentemente politiche ed interne alla Federazione Russa alcuni esempi avvenuti all’estero ci hanno dimostrato in maniera estremamente pratica gli “effetti” di queste lotte. Negli ultimi anni, infatti, le operazioni svolte dalle agenzie di sicurezza all’esterno del territorio nazionale hanno visto un notevole incremento come atto preventivo contro le possibili minacce al paese e mostrano anche come le agenzie stesse abbiano “guadagnato” spazi di manovra sempre maggiori. Questo però ha fatto sì da “portare alla luce” quelle lotte intestine che almeno fino ai primissimi anni duemila erano state circoscritte al solo territorio nazionale e a modus operandi non dissimili da quelli del KGB sovietico.

Le rivalità possono spingere le singole agenzie a compiere azioni aggressive o avventate, nel tentativo di compiacere il Cremlino. È questa una controversa spiegazione dell’assassinio a Londra, nel 2006, del disertore dell’Fsb Aleksandr Litvinenko, tanto per citare un esempio.[8] 

Stesso discorso può essere fatto per il caso (2018), avvenuto sempre nel Regno Unito, dove l’ex talpa dell’MI6 all’interno del GRU (il servizio segreto militare russo) Sergej Skripal e la figlia Julija sono stati vittime di avvelenamento doloso da gas nervino Novičok (Новичок) di uso militare. Il fatto ha raggelato i rapporti tra Regno Unito e Federazione Russa e ha messo in risalto il modus operandi aggressivo delle agenzie di quest’ultima anche in territorio straniero, con conseguenze diplomatiche considerevoli.

The UK has found its relationship with Russia spiralling into crisis in the wake of an attack in Salisbury last week, apparently authorised by the Kremlin, on a former Russian spy Sergei Skripal and his daughter Yulia, also affecting a police officer who went to their aid. The use of a military grade nerve agent was referred to by Theresa May in the House of Commons on Wednesday as “an unlawful use of force by the Russian State on the United Kingdom”.[9] 

Sebbene questi casi riguardanti assassini o tentativi di assassinio da parte delle agenzie di intelligence possano sembrare isolati e sporadici possono essere letti ai fini di questa narrazione (come anche accennato precedentemente) quali indicatori di una pericolosa autonomia da parte delle agenzie di intelligence che ha spesso messo in difficoltà lo stesso governo della Federazione Russa e per estensione l’immagine internazionale del Presidente Putin.

Conclusioni

La narrazione delle lotte interne alla Federazione Russa e l’approfondimento sui delicatissimi equilibri di potere nel paese sono stati tracciati, seppur a grandi linee, in modo tale da giungere a quello che vuole essere il topic di questo stesso articolo, cosa succederà quando un giorno Putin lascerà o perderà il potere? Una domanda complessa che, come tutte le previsioni, non troverà risposta certa sino al suo verificarsi. Alcuni degli indicatori che abbiamo previamente analizzato possono sicuramente lasciarci presagire alcuni percorsi della questione che non risultano essere solo negativi. Nel 1991, la caduta dell’impero sovietico e la sua frantumazione in numerosi piccoli stati che componevano il blocco delle ex repubbliche sovietiche destò grande timore internazionale per la questione della gestione dell’arsenale nucleare sovietico. I maggiori aiuti nella gestione di questa delicata situazione arrivarono proprio (e paradossalmente) dagli Stati Uniti, prima con il Soviet Threat Reduction Act[10] e poi con il Former Soviet Union Demilitarisation Act:

The Congress finds that it is in the national security interest of the United States—

(1) to facilitate, on a priority basis—

(A) the transportation, storage, safeguarding, and destruction of nuclear and other weapons of the independent states of the former Soviet Union, including the safe and secure storage of fissile materials, dismantlement of missiles and launchers, and the elimination of chemical and biological weapons capabilities;

(B) the prevention of proliferation of weapons of mass destruction and their components and destabilizing conventional weapons of the independent states of the former Soviet Union, and the establishment of verifiable safeguards against the proliferation of such weapons;

(C) the prevention of diversion of weapons-related scientific expertise of the former Soviet Union to terrorist groups or third countries; and

(D) other efforts designed to reduce the military threat from the former Soviet Union;

(2) to support the demilitarization of the massive defense-related industry and equipment of the independent states of the former Soviet Union and conversion of such industry and equipment to civilian purposes and uses; and

(3) to expand military-to-military contacts between the United States and the independent states of the former Soviet Union.[11]


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La preoccupazione destata dal dissolvimento dell’Unione Sovietica fu grande, come visto, soprattutto per la gestione, accentramento nella neonata Federazione Russa (ai fini dello status quo) e smantellamento dell’imponente arsenale nucleare sovietico. Ad oggi quei tempi di grande incertezza e timore sembrano lontani ma la Federazione Russa potrebbe essere una minaccia pericolosa quanto l’Urss in piena frantumazione se dovesse in futuro entrare in crisi con sé stessa.

Putin’s intelligence agencies brazenly hacked the U.S. government, and his troops are gradually eroding U.S. influence everywhere from Libya to Syria to Ukraine.
But if Putin is unrivaled at home, he is not omnipotent. Like all autocrats, he faces the dual threats of a coup from elites around him and a popular revolt from below.[12]

Nonostante questo, però, non sarebbe logico sottovalutare la capacità di resilienza del popolo russo e i tragici insegnamenti subiti e appresi nel 900. La Russia più volte e in più forme è stata un impero e altrettante volte è caduta frantumandosi (con grandi sofferenze). Eppure, è ancora una volta in piedi e sebbene la situazione attuale possa sembrare, alla luce di questa analisi, il profondo respiro prima di un balzo la capacità di adattamento del popolo russo e della Russia non vanno sottovalutate. In conclusione, e in accordo con le parole di Robert Service su quello che è stato il tortuoso percorso della Russia:

La Russia ha tratto insegnamento dalle esperienze di un cambiamento che non fosse pacifico e graduale: ha un’acuta memoria della guerra civile, della guerra mondiale, della dittatura e dell’intolleranza ideologica. […] diventò e poi cessò di essere una superpotenza. Era stata un impero in larga misura agricolo e analfabeta e oggi è istruita, industriale e privata dei suoi domini di confine. La «Russia» non ha smesso di cambiare per tutto il secolo.[13]

La Russia odierna è una nazione “giovane”, e per alcuni aspetti ancora molto precaria e instabile. La figura di Putin è stata sicuramente un conforto e un punto saldo, ma prima o poi la nazione dovrà ricominciare a camminare con le proprie forze.


Note

[1] https://www.opiniojuris.it/stalin-non-era-uno-zar-e-putin-non-e-stalin/
[2] A. Bota, Die Zeit, Germania, Internazionale 1171, 16 settembre 2016, cit., pp. 39-40
[3]https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/referendum-russia-putin-da-qui-alleternita-26811
[4] M. Galeotti, In Russia comandano i siloviki, Limes, luglio 08, 2014, cit., p.9
[5] https://www.opiniojuris.it/siloviki-e-il-ruolo-nelle-nuove-agenzie-di-intelligence-nella-russia-di-putin/
[6]https://www.ecfr.eu/article/commentary_changing_of_the_guard_putins_law_enforcement_reforms_6084
[7]https://www.ecfr.eu/article/commentary_changing_of_the_guard_putins_law_enforcement_reforms_6084
[8] M. Galeotti, In Russia comandano i siloviki, Limes, luglio 08, 2014, cit., p. 6
[9]https://www.ecfr.eu/paris/post/affaire_skripal_le_royaume_uni_sur_un_chemin_solitaire
[10] https://www.congress.gov/bill/102nd-congress/house-bill/3807
[11]https://uscode.house.gov/view.xhtml?path=/prelim@title22/chapter68&edition=prelim
[12] https://www.foreignaffairs.com/articles/russia-fsu/2021-04-01/vladimir-putin-russias-weak-strongman
[13] R. Service, Storia della Russia del XX secolo, ed. Riuniti, Roma, novembre 1999, cit., pp. 576-578


Foto copertina: Vladimir Putin