La leadership di Xi Jinping e la legittimità del PCC minacciate dalla crisi sanitaria?

La leadership di Xi Jinping e la legittimità del PCC minacciate dalla crisi sanitaria?

Una breve intervista a Giovanna Botteri, inviata speciale in Cina per la RAI.


Il 12 aprile il The Guardian ha pubblicato un articolo intitolato “Covid-19: how world leaders responded to the crisis[1] in cui, in brevi paragrafi, vengono messe a confronto le valutazioni dell’operato in risposta alla crisi sanitaria da Covid-19 di sei governi, rispettivamente quello di Jair Bolsonaro in Brasile, di Mette Frederiksen in Danimarca, di Donald Trump negli Stati Uniti, di Xi Jinping in Cina, di Jacinda Ardern in Nuova Zelanda e di Tsai-Ing Wen a Taiwan.

I toni decisamente aspri verso Bolsonaro differiscono spiccatamente dalle forme più lodevoli rivolte a Frederiksen, ma ad incuriosire è il giudizio riservato al Presidente della Repubblica Popolare Cinese, primo focolaio dell’epidemia causata dal Sars-Cov2. Secondo Emma Graham-Harrison, infatti, la figura domestica ed internazionale di Xi Jinping, e con la sua anche quella del Partito Comunista Cinese di cui è Segretario Generale, è stata in un primo momento enormemente minacciata dall’emergenza sanitaria: Xi viene infatti accusato di aver inizialmente occultato quanto stesse accadendo a Wuhan, generando un ritardo nelle azioni di contrasto e contenimento della malattia poi rivelatosi imperdonabile. Tuttavia, la ferrea quarantena imposta a 56 milioni di individui (un’azione senza precedenti) che, sebbene non priva di costi umani ed economici, è riuscita effettivamente a bloccare il diffondersi dell’epidemia all’interno del Paese, gli avrebbe permesso di riemergere con una netta inversione di tendenza, riacquisendo pieno credito e permettendogli dunque di mettere in moto la macchina della propaganda internazionale, puntando sul sostegno cinese ai Paesi colpiti dal Covid-19.

Sull’assolutismo dei termini nell’alternanza fra pericolo di instabilità e recupero della legittimità, restano tuttavia dei margini d’incertezza e dei dubbi, in particolare se si tiene conto delle voci di contrasto ridotte al silenzio all’interno del Paese. È il caso di Ren Zhiqiang[2], influente milionario cinese membro dell’élite di partito che, dopo aver definito il Presidente Xi Jinping un “pagliaccio” relativamente alla gestione dell’emergenza, è stato indagato per “gravi violazioni della disciplina e della legge”. Nel suo saggio Ren aveva apertamente parlato di “crisi della governance” e di un “partito che difende solamente i propri interessi”.[3] Tra gli arrestati anche Xu Zhiyong, professore e sostenitore dello stato di diritto, già in carcere dal 2014 al 2017 e nuovamente arrestato il 15 febbraio a Guangzhou e Xu Zhangrun, docente universitario rimosso dall’incarico nel 2018 dopo le critiche alla riforma della costituzione, il quale è agli arresti domiciliari e non può comunicare con l’esterno. Infine, se in un primo periodo sono state tollerate alcune critiche alla gestione della crisi, la censura è stata prontamente rafforzata all’inizio di febbraio, quando le autorità hanno annunciato un aumento dei controlli sui social network e l’apparato propagandistico è stato incaricato di “guidare l’opinione pubblica e aumentare il controllo dell’informazione”.[4]

Giovanna Botteri, giornalista Rai dal 1985. Corrispondente da Pechino

Al fine di comprendere meglio l’entità della minaccia che l’epidemia di Covid-19 ha rappresentato per la leadership di Xi Jinping e del Partito Comunista Cinese abbiamo chiesto un parere a Giovanna Botteri.

Giovanna Botteri, giornalista Rai dal 1985. Durante la sua esperienza come inviata speciale ha seguito numerosi avvenimenti internazionali: il crollo dell’Unione Sovietica, le guerre nell’ex Jugoslavia, è stata inviata in Algeria, Sudafrica, Iran, Albania, Kosovo, Afghanistan e in Iraq dove ha filmato in esclusiva mondiale l’inizio dei bombardamenti su Baghdad e l’arrivo dei carri armati statunitensi nel marzo-aprile del 2003. Nel 2006 è stata in Siria per seguire gli inizi della rivolta anti-Assad. Negli Stati Uniti, da corrispondente è rimasta 12 anni fino al 1° agosto 2019 quando è stata trasferita a Pechino.

Crede che la crisi sanitaria da  nuovo coronavirus possa aver influito sulla stabilità interna del Partito Comunista cinese? La gestione dell’epidemia ha in qualche modo minato la legittimità della leadership del PCC o indebolito la figura di Xi Jinping, sia a livello domestico che internazionale?

“La polemica sui ritardi d’informazione, sul mancato allarme dopo i primi casi o dopo che il Dott. Li Wenliang e i sette colleghi avevano denunciato sulla piattaforma social WeChat il pericoloso diffondersi di polmoniti virali la cui origine era ancora sconosciuta, era già presente in Cina sui social media ben prima che diventasse materia internazionale.

La stampa ufficiale ha pubblicato una lettera del 7 gennaio di Xi Jinping ai responsabili del partito nella provincia dell’Hubei per metterli in guardia sull’espandersi delle polmoniti virali, invitandoli a prendere le dovute misure di sicurezza. Poi, si sa, la sfida al Guinness dei primati con il banchetto con 40.000 persone con tutto quello che ne è seguito[5], tutti i responsabili sono stati rimossi. Anche quelli sanitari, che si sono fatti trovare impreparati dall’epidemia e dal crescere dei casi gravi.

La propaganda ha lavorato da subito, i due ospedali costruiti in dieci giorni, le decine di migliaia di medici militari accorsi a sostenere i sanitari locali, gli atti di eroismo, la resistenza della città di Wuhan, la forza di un paese come la Cina che decide di fermarsi. Fermare non solo le scuole, gli uffici, ma anche negozi e fabbriche. Per un mese hanno funzionato solo le fabbriche legate alla produzione alimentare, sanitaria e del settore logistico. Ma la chiusura è servita, ha contenuto e bloccato la diffusione del contagio fuori dalla provincia dell’Hubei. Il prezzo pagato dalla Cina è stato altissimo, impensabile per un paese senza la sua crescita e la sua liquidità. Ma alla fine Pechino si presenta con un bilancio migliore di qualsiasi altro grande paese industrializzato, ad esclusione della Corea del Sud.

Si discute molto sul numero dei morti. I ricercatori dell’Università di Hong Kong, ritengono che debba essere quattro volte superiore rispetto ai dati ufficiali. Anche se così fosse, parliamo di 16-17 mila morti in un paese di un miliardo e 400 milioni di persone. Comunque meno dell’Italia, della Francia, la Spagna, per non parlare degli Stati Uniti dove i numeri sono altissimi.

Quanto ai contagi è evidente che il numero è di molto superiore. Gli asintomatici non sono mai stati effettivamente conteggiati, in particolare nella fase iniziale dove non era chiaro il loro peso e la loro pericolosità.
Ma la Cina ha comunque retto. Il suo sistema sanitario non è rimasto stravolto, la dirigenza ha chiaramente dimostrato di scegliere la vita umana invece della necessità di tornare a produrre subito e ad ogni costo, come sta avvenendo altrove. Ed è proprio quello che è successo nel resto del mondo dopo l’emergenza di Wuhan che solidifica la dirigenza Xi Jinping. L’immagine di una Cina che soccorre paesi in difficoltà, l’immagine di una Cina unica o quasi detentrice di materiale sanitario indispensabile, dalle mascherine ai ventilatori polmonari, che regala e porta a chi ne ha bisogno, a chi non ha saputo cogliere quella finestra temporale, come l’ha chiamata l’Organizzazione mondiale della sanità, per prepararsi ad affrontare il virus.

Quanto all’origine, il mondo scientifico, a parte eccezioni scarsamente credibili, è concorde nel dire che il virus è sicuramente di origine naturale, e non uscito da un laboratorio.

E infine la contro-propaganda lanciata dalla “Casa Bianca”, che inizialmente aveva pubblicamente elogiato Xi Jinping per la sua gestione della crisi, quando l’emergenza era lontana, a Wuhan e non a New York, e poi una propaganda, e un’offensiva mediatica così chiaramente politica, nell’anno delle elezioni presidenziali americane, ha finito solo per scatenare un orgoglio nazionalista che riunifica il paese dietro la guida di Xi Jinping.”


Note

[1]https://www.theguardian.com/world/2020/apr/12/covid-19-how-world-leaders-responded-to-the-crisis

[2]https://www.theguardian.com/world/2020/apr/08/critic-xi-jinping-clown-ren-zhiqiang-covid-19-outbreak-investigated-china

[3] https://chinadigitaltimes.net/2020/03/translation-essay-by-missing-property-tycoon-ren-zhiqiang/

[4] https://www.lemonde.fr/international/article/2020/02/19/en-pleine-guerre-contre-le-coronavirus-pekin-fait-taire-deux-grandes-voix-de-l-opposition_6030037_3210.html

[5] NDA Le autorità di Wuhan non avrebbero però intrapreso un’azione decisa per contenere il virus, confermando per il 18 gennaio il banchetto di massa con 40 mila famiglie, nel tentativo di raggiungere il Guinness dei primati del maggior numero di piatti serviti ad un singolo evento.


Foto Copertina:Il presidente Xi era a conoscenza della potenziale gravità del coronavirus già dal 7 gennaio, secondo il discorso [File: Ju Peng / Xinhua / EPA]


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Fabrizia Candido

Fabrizia Candido

Fabrizia si è laureata nel 2016 in Lingue, Lettere e Culture Comparate (cinese, tedesco e francese) presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale dopo aver trascorso sei mesi presso l’Université Paris Diderot nell’ambito del progetto Erasmus. Nel 2017 ha conseguito un master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy ed ha seguito un percorso formativo sulla Cultura d’Impresa ed i mercati cinesi presso Unicredit Spa. Iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa (con curriculum Cina) nuovamente presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, nel 2018 Fabrizia ha studiato per sei mesi presso l’Università Fudan di Shanghai (复旦大学) grazie alla borsa di studio dello 汉办.

Sinologa appassionata di giornalismo, storia e politica internazionale, Fabrizia infine coordina la sezione “Asia/Oceania” del settimanale di geopolitica online MSOI ThePost.

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