Siria: conversazione con l’Ambasciatore Ravagnan


L’ambasciatore italiano Ravagnan racconta il ruolo dell’Italia in Siria, tra diplomazia, aiuti umanitari e cooperazione culturale.


La Siria costituisce un territorio alla quale si sta prestando molta attenzione, con un rinnovato interesse a seguito della caduta del regime dell’ormai ex Presidente Bashar al-Assad e la presa del potere di Ahmed al-Sharaa e di Hayat Tahrir al-Sham. Nondimeno, la Siria risulta essere rilevante per l’Italia, la quale vede nella regione del Mediterraneo Orientale un’area rilevante per i propri interessi strategici, che si espletano sotto diverse forme. Per comprendere maggiormente il ruolo dell’Italia nella regione, abbiamo conversato con S.E. Stefano Ravagnan Ambasciatore della Repubblica Italiana in Siria.

Ambasciatore Ravagnan qual è lo “stato dell’arte” delle relazioni bilaterali tra l’Italia e la Siria, in considerazione del fatto che l’Italia aveva deciso di riaprire la propria ambasciata a Damasco ben prima della salita al potere di HTS e della caduta di al-Assad?
Al momento sono rapporti in ricostruzione. Durante gli anni 2000 e fino allo scoppio del conflitto nel 2011 avevamo un grande patrimonio accumulato nel tempo, in particolare appoggiavamo un processo di liberalizzazione economica che sembrava molto promettente. Tant’è che la Siria era un Paese candidato all’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, il quale saltò perché nel frattempo esplose la crisi.

Stefano Ravagnan capo Missione d’Italia a Damasco, in Siria.

Noi eravamo partner di primo piano sia sul piano economico quanto su quello della cooperazione allo sviluppo, in particolare riguardo le grandi infrastrutture per le quali vi erano delle iniziative molto interessanti che ora stiamo valutando come recuperare, dal centro di restauro nel Museo di Damasco al centro di certificazione dell’olio d’oliva a Idlib. Dopo lo scoppio del conflitto nel 2011 e con le conseguenti enormi sofferenze della popolazione si è passati ad iniziative di tipo umanitario-emergenziale.
Fino al 2011 si era sviluppato anche un patrimonio di conoscenze personali e professionali, grazie al fatto che molti funzionari siriani si erano formati attraverso numerosi programmi di training in vari settori, a causa della guerra anche quel patrimonio è andato disperso ma forse qualcosa si potrà recuperare.
Inoltre, senza dubbio è rilevante la componente religiosa sotto vari punti di vista. È bene ricordare il ruolo privilegiato che la Siria ha avuto e ha nella storia della Cristianità, per quanto fortemente ridimensionata la comunità cristiana resta una componente essenziale nella società siriana, anche con un potenziale ruolo di ponte all’interno delle tensioni molto forti che persistono.
Infine va citata la componente storica e culturale, disponiamo ad esempio di una gran numero di missioni archeologiche di Università ed enti di ricerca che non si sono mai fermate (per lo meno burocraticamente), che ora potranno tornare ad essere pienamente operative, con benefici anche di carattere socio-economico per le comunità locali.
Pertanto, direi che i rapporti si stagliano su queste tre componenti, ossia l’economia – erano ad esempio di produzione italiana buona parte dei macchinari utilizzati dall’industria tessile di Aleppo – la religione e la cultura, avendo naturalmente come filo conduttore la comune appartenenza alla regione mediterranea.

Dall’8 dicembre la Siria sta attraversando un periodo di transizione al potere. Quali sono le Sue impressioni riguardo la popolazione civile?
Purtroppo, ho viaggiato finora meno di quanto avrei voluto e quindi la mia capacità di visione è al momento limitata.

Damasco è una città che ha subito tredici anni di guerra ed è ancora in piedi, nonostante gli acciacchi, ricca della stupenda Grande Moschea e di tanti edifici storici e religiosi. Nella Capitale è presente una consistente borghesia sunnita, moderata dal punto di vista religioso, è interessante la dialettica che va sviluppandosi con la componente sunnita più radicale arrivata al potere. Dialettica che riguarda anche Aleppo, città che ha subito ingenti bombardamenti nel 2016, ma che, nonostante ciò, si sta riprendendo attraverso la capacità dei siriani, i quali hanno il “commercio nel sangue” e stanno cercando di ripartire.
La popolazione siriana ha vissuto la fase dell’entusiasmo per la caduta del regime, ma allo stesso tempo di abbattimento nel constatare la quantità di danni subiti – basti pensare alle grandi infrastrutture – considerato che per anni era impossibile rendersene conto pienamente all’interno e poterlo testimoniare all’esterno, in quanto l’accesso al Paese era di fatto interdetto.
Ora siamo entrati nella fase della presa di coscienza, si attendono indicazioni su quale sia la strada da intraprendere, indicazioni attese dal nuovo Governo a forte componente tecnocratica in carica dal 29 marzo. Alla luce della quantità di risorse finanziarie e in capitale umano da mobilitare la ripresa economica richiede non solo il sostegno internazionale, ma, a mio avviso, la chiave risiede nel sostegno della diaspora siriana, all’interno della quale si trovano imprenditori di alto livello e con molti mezzi, considerato che tra gli emigrati erano numerosi i membri dell’intellighenzia. È importante che questa diaspora si senta rassicurata e voglia investire, nel contesto del più ampio movimento di rientro dei rifugiati. Un rientro che è iniziato ma per consolidarsi richiederà le necessarie condizioni, poiché è difficile tornare se lo stipendio resta particolarmente basso (sempre che ci sia lo stipendio) o se la casa è distrutta.
In positivo va segnalato che è oggi possibile utilizzare il termine “ricostruzione”, in precedenza bandito per ragioni politiche, questo accresce l’interesse negli ambienti imprenditoriali della diaspora ma anche di alcuni Paesi, penso alla Turchia ma non solo, alla ricerca di opportunità specie nel settore delle grandi infrastrutture; pur con tutti i suoi problemi la Siria dispone comunque di un asset economico invidiabile, la propria strategica collocazione geografica.
In parallelo, la ricostruzione deve avvenire anche sul piano politico. Il gruppo arrivato al potere è consapevole dello scetticismo diffuso nei suoi confronti, all’interno e all’estero, e della necessità di gestire le profonde fratture sociali ed etniche ereditate dalla dittatura degli Assad, di cui gli eccidi accaduti sulla costa ad inizio marzo sono stati una tragica conferma. In tali circostanze credo che solo un impegno forte sulla ripresa economica, il fornire una prospettiva di miglioramento delle condizioni individuali, possa favorire la ripartenza del Paese e sventare l’alternativa di entrare in una spirale di odi reciproci.

In quest’ottica di transizione siriana, l’Italia come si colloca nella cooperazione bilaterale con il nuovo governo, in particolare nello sviluppo economico e sociale?
Innanzitutto, credo che ogni qual volta si parli di “sviluppo” non bisogna dimenticarsi del fatto che la popolazione siriana è una popolazione che ha sofferto e soffre molto tuttora per la carenza delle condizioni primarie. Nella società siriana ci sono persone che non hanno nulla e il tasso di povertà è circa del 90%, uno dei più alti al mondo. Questo ci dà l’idea di quanto l’emergenza umanitaria nel Paese resti forte, aggravata purtroppo dal calo delle risorse umanitarie che sinora erano state assicurate, come testimoniano i tagli drastici degli Stati Uniti, i quali erano i primi per aiuti umanitari assieme alla Germania. In una situazione di questo genere credo sia essenziale mantenere per quanto possibile una forte componente di aiuti umanitari e di sviluppo, l’Italia lo ha fatto assicurando 50 milioni di Euro per il 2025. In parallelo è necessario agire per rimuovere gli ostacoli alla rinascita economica per consentire ai Siriani di lavorare, produrre, importare e d importare. L’Italia è impegnata nella graduale rimozione delle sanzioni e per favorire in prospettiva progetti di cooperazione economica che vadano anche a beneficio delle comunità locali.

Come comunità internazionale, io credo che la cosa essenziale sia focalizzarsi su alcune priorità. La principale qui è l’elettricità – intesa come impianti di produzione e reti di distribuzione – su cui si dovrebbe investire anche a scapito di altre priorità . C’è poca elettricità e senza di essa si apre una sequenza negativa, banalmente si parte dal fatto che senza elettricità non ci sono le pompe che tirano fuori l’acqua per irrigare i campi. Chi può permetterselo, compra un generatore e più o meno va avanti, ma per la gran parte dei rifugiati non è così. È impensabile che tornino in luoghi bui.
Quindi deve avvenire tutto questo, però con un cambio di paradigma. È il governo siriano che deve dotarsi delle capacità e fissare una strategia entro la quale i donatori possano intervenire.

Quali potrebbero essere delle misure che la comunità internazionale potrebbe adottare per risollevare l’economia siriana?
Molto si parla delle sanzioni, un tema complesso e controverso da tempo. Credo che bisognerebbe adottare un atteggiamento volto alla rimozione delle sanzioni non per dimostrare appoggio alla nuova leadership se questo non è l’intento, ma almeno per non ostacolare la rinascita dell’economia siriana. Ovvero se anche si preferisce un atteggiamento wait and see è necessario rendersi conto che non è tale la decisione di non rimuovere le sanzioni, che ha invece un impatto diretto anche sul percorso politico del Paese. Neutralità, a mio avviso, è piuttosto la rimozione delle sanzioni stesse, per quanto possa avvenire in maniera graduale.

Noi come Italia stiamo spingendo per una sospensione sempre più ampia, ma è necessario il consenso di tutti e 27 Stati membri, i quali hanno posizioni differenziate, anche non necessariamente riguardanti la Siria. Credo che sia fondamentale mettere i Siriani in condizione di lavorare, rimuovendo ostacoli stabiliti in un altro contesto. Se poi la dinamica dovesse andare male, ci sarebbe sempre la possibilità di valutare misure di intervento, senza far ricorso ad uno strumento ormai superato come le sanzioni del 2012.

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L’Italia sta cercando di sviluppare una maggiore presenza nell’area del cosiddetto “mediterraneo allargato” in ambito economico-commerciale. La Siria potrebbe costituire un nuovo punto di partenza per rinvigorire quest’interesse italiano, attraverso la ripresa di rapporti commerciali, i quali vennero azzerati a seguito dell’inizio del conflitto civile nel 2011?
Per anni l’Unione Europea, nonostante fosse il primo donatore di aiuti umanitari, ha avuto un ruolo poco profilato sul piano politico nella crisi siriana, limitandosi a reiterare la politica dei “3 no” (alla rimozione delle sanzioni, alla normalizzazione con Assad, alla ricostruzione), sostenendo l’opposizione (in maniera, peraltro, sempre più tiepida), che per parte sua è stata incapace di convergere su una posizione unitaria. Tanto che insieme ad altri partners già l’anno scorso avevamo posto la necessità di rivedere la Strategia adottata nel 2017 e mai adattata ad una realtà in cambiamento, senza che questo implicasse negare le gravissime responsabilità del regime di Assad. Dopo il cambio di potere a dicembre si è aperta potenzialmente una nuova opportunità per l’Unione Europea di tornare nell’area, in primo luogo attraverso il recupero della base economica che aveva fino al 2011. Al momento tutto passa attraverso il tema delle sanzioni, adottate nel lontano 2012 contro il regime ma rimaste in vigore anche ora e che con qualche fatica l’Unione sta gradualmente sospendendo su impulso in particolare di alcuni Paesi, tra cui l’Italia. Al riguardo è significativa la convergenza di tutte le espressioni della società civile siriana – incluse le componenti critiche verso Al Sharaa – nel chiedere ad Europa e Stati Uniti la rimozione delle sanzioni per dare la possibilità al popolo siriano di rimettersi in piedi.

L’alleggerimento del regime sanzionatorio – a partire da quelle nel settore bancario – è una premessa al ritorno di imprenditori ed investitori europei ed italiani, unitamente alla capacità del Governo di ricostruire le strutture amministrative in grado di interagire con gli operatori esterni.

Quindi l’Unione Europea potrebbe tornare a rivestire un ruolo di “potenza civile” anche nella regione?
Direi che la Siria offre un’importante occasione, la strada sarà in salita ed è importante in primo luogo costruire un rapporto di consuetudine e di fiducia reciproca, ma mi sembra che vi sia un interesse condiviso ad intraprendere questo percorso.


Foto copertina: Grande moschea degli Omayyadi. Damasco, Siria.