Trent’anni fa (21 novembre 1995), l’accordo firmato a Dayton, in Ohio, ha ufficialmente messo la parola fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina, un conflitto che fra il 1992 e il 1995 ha causato oltre 100.000 morti e costretto circa 2 milioni di persone [1]ad abbandonare le proprie case.
Tuttavia, sebbene quell’intesa abbia fermato la violenza armata, molte delle sue promesse sono rimaste in gran parte inattuate: la creazione di un vero Stato funzionante, la riconciliazione tra le due comunità, uno sviluppo economico sostenibile e l’emergere di una classe dirigente condivisa sono ancora oggi obiettivi lontani.
A cura di Rachele Brucculeri
L’accordo e le sue debolezze
L’accordo di Dayton, negoziato sotto la mediazione degli Stati Uniti, ha stabilito che la Bosnia fosse divisa in due entità: la Republika Srpska (a maggioranza serba ortodossa) e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (dove convivono bosgnacchi musulmani e croati cattolici).
Il testo costituzionale adottato fu pensato per mantenere un equilibrio tra le parti ma si rivelò complesso, rigido e poco funzionale. Questa struttura consente a ciascuna comunità di bloccare quasi tutto grazie ai diritti di veto previsti, il che porta a inefficienza e corruzione. [2]
Inoltre, il principio della rappresentanza etnica, previsto per bosgnacchi, croati e serbi, penalizzò i cittadini che non rientravano perfettamente in questi tre gruppi (ad esempio minoranze o persone di etnia mista).
Una pace che regge ma non decolla
Da un lato, è importante riconoscere che la pace formale è stata mantenuta: non si è tornati ad un conflitto aperto come quello degli anni novanta. Come ha ricordato uno dei protagonisti di quegli eventi: «Era il miglior giorno della mia vita, quando l’accordo permise di lasciare l’esercito e tornare all’università[3]».
Dall’altro però, dopo trent’anni, la Bosnia è ancora «a costante rischio di ricaduta» [4].
La struttura statale è debole, la divisione amministrativa è profonda e la lentezza nelle decisioni pubbliche ostacola lo sviluppo. Nonostante gli ingenti aiuti internazionali (la Bosnia ha ricevuto uno dei più alti livelli di aiuti per abitante nella storia), rimane una delle economie più povere d’Europa[5].
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Giovani in fuga
Uno degli effetti più evidenti è l’emigrazione massiccia: si stima chr centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, abbiano lasciato il Paese negli ultimi dodici anni, in cerca di opportunità migliori all’estero.
In alcune regioni a prevalenza croata, si registrano interi paesi “vuoti”, ricostruiti dopo la guerra ma senza più residenti stabili. «Molti hanno ricostruito le case ma restano vuote», come dichiarato da un abitante della Posavina settentrionale. [6]
Quali lezioni per la mediazione e la pace sostenibile?
L’analisi della firma di Dayton e delle sue conseguenze porta a riflettere su due aspetti cruciali. Il primo riguarda le mediazioni che pongono fine a conflitti devastanti possono risultare inevitabili, ma non sempre garantiscono uno stato funzionale o una pace duratura. Nel caso bosniaco, la priorità era fermare la guerra ma non necessariamente costruire un assetto statale ideale. Il secondo è che a volte un accordo può essere troppo studiato per durare e contemporaneamente troppo fragile per generare stabilità. Il modello creato è rimasto bloccato nella sua logica originaria, senza evoluzione significativa.
Cosa manca oggi alla Bosnia ed Erzegovina?
Una riforma istituzionale che superi i limiti di Dayton:
Il sistema politico creato dagli accordi del 1995 ha garantito la fine delle ostilità, ma ha anche lasciato in eredità una struttura estremamente frammentata: due entità autonome, un distretto (Distretto di Brčko), 14 governi e un assetto decisionale basato sul diritto di veto etnico. Questo meccanismo , pensato per prevenire il predominio di un gruppo sugli altri , oggi blocca la governance, rallenta le riforme e rende quasi impossibile un processo decisionale rapido e coerente.[7]
Secondo un rapporto dell’Assemblea Parlamentare Europea , “la debolezza dello Stato centrale e delle sue istituzioni è una conseguenza diretta del sistema costituzionale e politico stabilito dagli accordi di Dayton”[8].
Per superare questa situazione stagnante, la Bosnia avrebbe bisogno di una riforma costituzionale significativa, che possa rafforzare il livello statale, ridurre le sovrapposizioni amministrative e limitare l’uso del veto etnico solo ai casi in cui ci sia una reale minaccia ai diritti delle comunità.
Un modello socio-economico capace di trattenere i giovani e attrarre investimenti:
Nonostante tre decenni di aiuti internazionali, la Bosnia rimane tra le economie più fragili d’Europa. La disoccupazione giovanile è estremamente alta: nel 2024, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è stato pari al 27,28 %. Inoltre, sempre secondo la Banca Mondiale, la percentuale di “giovani non impiegati, non istruiti e non in formazione” è pari al 19,3 % nel 2021. [9]
Serve dunque una strategia economica coordinata a livello statale, con investimenti nelle infrastrutture, incentivi alle imprese, digitalizzazione, rafforzamento dello Stato di diritto e tutela degli investitori.
Politiche credibili di riconciliazione e di inclusione sociale:
La Bosnia continua a vivere in una realtà di divisione profonda: scuole separate in alcune aree, narrazioni storiche divergenti, identità etniche che prevalgono su quella statale e leader politici che sfruttano le differenze etniche per ottenere consenso. Nel rapporto del 2004 dell’assemblea Parlamentare Europea emergeva una domanda cruciale: “il principio che i diritti dei ‘popoli costitutivi’ prevalgano su quelli degli altri (…) è compatibile con gli standard fondamentali della democrazia?” [10]
Per costruire una pace autenticamente condivisa servono programmi educativi comuni, iniziative culturali e dialoghi inter-comunitari che riducano la distanza fra gruppi e promuovano la fiducia reciproca. È cruciale anche implementare le sentenze della Sejdić‑Finci v. Bosnia and Herzegovina della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo[11], che denunciavano la discriminazione verso i cittadini che non appartengono a uno dei tre popoli costitutivi. Il testo costituzionale in vigore, ancora contempla rappresentanza basata su etnia e la riconciliazione non può realizzarsi senza eliminare questi ostacoli legali e culturali.
Una visione di sviluppo regionale ed europeo di lungo periodo:
Per molto tempo la Bosnia ha vissuto in una condizione di transizione permanente, in cui le urgenze del dopoguerra hanno prevalso sulla costruzione di un progetto nazionale sostenibile. Oggi è necessario superare la logica dell’emergenza e definire una strategia comune di sviluppo, integrazione e cooperazione regionale.
L’adesione all’Unione Europea rappresenta una delle poche prospettive condivise da tutte le comunità del paese, ma i progressi sono davvero lenti: l’UE ha legato il progresso della Bosnia ad una lunga serie di riforme giudiziarie, amministrative, economiche e costituzionali[12].
Conclusione
La Bosnia ed Erzegovina festeggia il trentennale degli accordi di Dayton con la pace formale in mano, ma con un bilancio contrastante: la fine della guerra non ha portato ad una pace robusta, condivisa e prospera. L’accordo ha creato un mosaico istituzionale che tiene insieme le entità, ma che non riesce a generare un futuro condiviso. Si tratta, in definitiva, di un «processo ancora incompiuto»: non basta evitare la guerra, occorre costruire una pace che significhi anche benessere, diritti e opportunità.
Note
[1] https://hdcentre.org/news/unfinished-business-dayton-and-the-balkans-thirty-years-on/ “D. Harland, «Unfinished Business: Dayton and the Balkans Thirty Years on», Hd Centre, 2025.”
[2] https://www.venice.coe.int/webforms/documents/?pdf=CDL(2000)054-e “European Commission For Democracy Through Law (Venice Commission), «Constitution Of The Federation Of Bosnia And Herzegovina», Strasbourg, 13 July 2000.”
[3] https://www.reuters.com/world/europe/three-decades-after-peace-deal-bosnia-still-struggles-with-division-2025-11-21/ “ D. Sito-sucic & A. Emric, «Three decades after peace deal, Bosnia still struggles with division», Reuters, 2025.”
[4] https://hdcentre.org/news/unfinished-business-dayton-and-the-balkans-thirty-years-on/ “D. Harland, «Unfinished Business: Dayton and the Balkans Thirty Years on», Hd Centre, 2025.”
[5] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Economic_development_in_enlargement_countries “Eurostat, «Economic development in enlargement countries», 2025”
[6] https://www.reuters.com/world/europe/three-decades-after-peace-deal-bosnia-still-struggles-with-division-2025-11-21/ “ D. Sito-sucic & A. Emric, «Three decades after peace deal, Bosnia still struggles with division», Reuters, 2025.”
[7] https://www.epc.eu/publication/Leaving-Dayton-for-Brussels-Reviving-Bosnias-constitutional-reform-51eca8/ “B. López Domènech, «Leaving Dayton for Brussels: Reviving Bosnia’s constitutional reform», EPC, 2023.”
[8] https://www.assembly.coe.int/nw/xml/XRef/Xref-XML2HTML-EN.asp?fileid=17232&lang=en “Parliamentary Assembly, «Strengthening of democratic institutions in Bosnia and Herzegovina», Resolution 1384 (2004).”§
[9] https://data.worldbank.org/indicator/SL.UEM.TOTL.NE.ZS?locations=BA “World Bank Group, «Unemployment, total (% of total labor force) (national estimate) – Bosnia and Herzegovina», 2025.”
[10] https://www.epc.eu/publication/Leaving-Dayton-for-Brussels-Reviving-Bosnias-constitutional-reform-51eca8/ “B. López Domènech, «Leaving Dayton for Brussels: Reviving Bosnia’s constitutional reform», EPC, 2023.”
[11] https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-96491 “Judgment Strasbourg, «Case Of Sejdić And Finci V. Bosnia And Herzegovina», (Applications Nos. 27996/06 And 34836/06), 2009.”.
Foto copertina: Firma degli Accordi di Dayton
[12] https://www.euractiv.com/news/stability-without-progress-bosnia-remains-the-balkans-unfinished-eu-mission/
“B. Jones, <<Stability without progress: Bosnia remains the Balkans’ unfinished EU mission>>, Euractiv,2025.”













