
Tra il 1992 e il 1996, i “weekend della morte” hanno rappresentato un diversivo dalla vita quotidiana per numerosi italiani ed europei, che per la “modica” cifra di 300.000 euro potevano imbracciare un fucile e sparare a vista su civili inermi nella Bosnia martoriata dalla guerra. Una vicenda al vaglio della Procura di Milano, che abbiamo approfondito attraverso un’intervista ad Ezio Gavazzeni autore dell’inchiesta.
Tutto ha avuto origine da un’indagine del giornalista Ezio Gavazzeni, che dopo la visione di un documentario prodotto da Al Jazeera è riuscito a ricostruire gli eventi dei “Safari di Sarajevo”. Un biglietto costava fino 300.000 euro a persona, partenza il venerdì pomeriggio e ritorno la domenica. Impunità garantita, organizzazioni pronte a supervisionare il passaggio ai checkpoint e proteggere i “cecchini del fine settimana” da paramilitari, delinquenti e trafficanti. Questo accadeva nella Bosnia della metà degli anni Novanta dilaniata dalla guerra, mentre in una base militare in Ohio gli americani tentavano una riconciliazione tra le etnie dell’ex Jugoslavia poi culminata negli Accordi di Dayton. Nel frattempo, italiani ed europei mossi da una bramosia adrenalinica cecchinavano donne, anziani e bambini sulle colline di Sarajevo. Perché se ne parla solo dopo trent’anni? Ne abbiamo discusso con Ezio Gavazzeni.
Da dove ha avuto origine e come è nata la sua inchiesta?
“Era il marzo del 1995 quando sono stato catturato da alcuni articoli apparsi sul Corriere e su La Stampa che riportavano la notizia della presenza di concittadini impegnati nel tipo di attività che ho poi attenzionato alla giustizia. Già allora mi chiesi se le procure di Milano e di Torino avessero letto questi articoli in prima pagina che addirittura contenevano testimonianze, ma anche negli anni a venire non ci sono stati sviluppi sulla vicenda.
All’epoca la notizia mi rimase impressa, ma non avevo i mezzi per indagare. Sino a quando nel 2022 vengo a conoscenza di un lavoro di un regista sloveno, Miran Zupanič, che ha realizzato un documentario prodotto da Al Jazeera intitolato “Sarajevo Safari”. In quel documentario ci sono due testimonianze, una di un ex contractor e una di un ex militare bosniaco che sostengono di aver visto dei gruppi di italiani sulle colline di Sarajevo che erano lì per cecchinare. Gli italiani non erano militari, ma civili.
Ho scritto al regista, che si è dimostrato subito collaborativo e mi ha dato le prime dritte per muovermi. La mia indagine ha poi preso un’altra strada, sono partito da “Sarajevo safari” e sono andato oltre”.

Chi sono gli individui che hanno preso parte ai safari di Sarajevo? Ci sono informazioni pubbliche oppure la Procura sta ancora indagando per identificarli? “A metà del mese scorso ho inoltrato tutto il materiale raccolto alla Procura della Repubblica, dunque non posso dare informazioni che rientrano nelle indagini.
Posso però confermare che tutto è negli atti che ho depositato: si tratta di persone facoltose, ben inserite nel proprio ambiente sociale, hanno una reputazione molto alta e si può dire che sono persone di successo. Stiamo parlando di imprenditori professionisti, con ampia disponibilità economica dato il costo dei Safari. È gente molto rispettabile, ma hanno tutti un comune denominatore: sono appassionati di armi e di caccia. Senza questi due elementi non ci sarebbe il cacciatore: si tratta di persone che già andavano in Africa per dedicarsi a dei safari – ricordo che oggi un elefante costa 100.000 euro, un leone ne vale 200.000 – il concetto è lo stesso. Sono persone che vogliono provare adrenalina pura e nuove emozioni, che desiderano cacciare la preda più ambita – che è la persona – restando però impuniti, tornare a casa la domenica sera come se nulla fosse. Per questo motivo erano chiamati i “cecchini del weekend”: partivano il venerdì pomeriggio e ritornavano la domenica sera”.
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Quanto poteva costare un safari a Sarajevo?
“I safari si sono svolti tra il 1992 e il 1996, dunque ho attualizzato le cifre di allora ad oggi. Siamo nell’ordine di 250.000/300.000 euro per weekend a persona”.
Raggiungere un teatro di guerra in un contesto bellico non è sicuramente un compito agevole. Come potevano raggiungere quei luoghi?
“È una domanda importante. Non mi sono concentrato solamente sui cecchini, ma anche sull’organizzazione, che ritengo più importante dei singoli nomi di chi ha partecipato a simili attività. I cecchini sono il dito, l’organizzazione è la luna. Anche in questo caso non posso addentrarmi sui dettagli in quanto sono in corso le indagini della Procura, ma posso dirvi questo. Se sono un imprenditore di Milano e voglio andare a sparare ai civili a Sarajevo, ma devo passare zone di guerra in cui ci sono milizie, militari, paramilitari, delinquenti, trafficanti e passare numerosi checkpoint in cui devo pagare tangenti per riuscire a superarli, ecco che ho bisogno di qualcuno che mi accompagni”.
A suo avviso, ci saranno sviluppi in Bosnia in relazione alla vicenda? Ricordiamo che non ci sono solo italiani tra i cecchini del weekend.
“I clienti provenivano da tutti i Paesi occidentali. Una delle domande che aggiungiamo a quelle delle Procure riguarda le motivazioni per cui il documentario “Sarajevo Safari” è stato visto in tutti i Balcani (tranne in Serbia, che afferma che si tratta di una leggenda metropolitana) e nei paesi arabi coperti da Al Jazeera, ma nessuna tv occidentale ha acquistato i diritti per vederlo? È una domanda interessante a mio avviso. In Bosnia è stata presentata una denuncia nel 2023 da parte dell’allora sindaca di Sarajevo Benjamina Karić, in cui si chiedeva conto delle testimonianze e veniva formalmente chiesto alla Procura di Sarajevo di indagare. Non solo la Procura di Sarajevo non ha indagato, ma ha insabbiato la vicenda e il procedimento è bloccato”.
Come è stata accolta questa notizia nel Paese?
“I serbi di Bosnia considerano questa vicenda una leggenda metropolitana inventata dagli occidentali per screditare i serbi. Nell’enclave serba del territorio bosniaco Ratko Mladić e Radovan Karadžić sono nei libri di testo scolastico, hanno statue e gigantografie lungo le strade e sono considerati degli eroi. Mladić è stato ritenuto responsabile per Srebrenica e Karadžić ha assediato città e paesi, entrambi sono stati condannati all’ergastolo dalla Corte dell’Aia. Non è detto però che tutti i serbi ragionino in questo modo: molti giornalisti serbi vorrebbero fare luce sulla vicenda, oltre a mettere in luce i crimini serbi in Bosnia”.
Foto copertina: Sarajevo, Bosnia – Erzegovina 1992. Nella Biblioteca Nazionale parzialmente distrutta, il violoncellista Vedran Smailović suona gratuitamente ai funerali durante l’assedio. (Mikhail Evstafiev)












