Il golpe del 1976 in Argentina: dittatura, storia e memoria a cinquant’anni di distanza

il generale Jorge Rafael Videla giura come presidente dell'Argentina dopo il successo del colpo di Stato del 24 marzo 1976
il generale Jorge Rafael Videla giura come presidente dell'Argentina dopo il successo del colpo di Stato del 24 marzo 1976

Il 24 marzo 1976 un golpe mise fine al governo di Isabel Martínez de Perón, la prima donna Presidente dell’Argentina. Iniziò così una delle fasi più oscure della storia del Paese: la dittatura guidata dalla giunta militare che si autodefinì Proceso de Reorganización Nacional.


A cura di Rachele Brucculeri e Donato Langone

Nel 2026 ricorrono cinquant’anni dal golpe in Argentina. La giunta militare instaurò il regime noto come Proceso de Reorganización Nacional, destinato a governare il Paese fino al 1983. Attraverso un apparato repressivo, la dittatura mise in atto una sistematica repressione politica, producendo migliaia di vittime, tra desaparecidos, prigionieri politici ed esiliati. A cinquant’anni di distanza, quest’esperienza continua a rappresentare uno snodo centrale per la memoria collettiva e per il dibattito storiografico sull’eredità delle dittature militari in America Latina.

Dottrina di Sicurezza Nazionale

Dalla metà degli anni Sessanta e sino al decennio Ottanta, molti Paesi latinoamericani furono governati da feroci regimi civico-militari. L’Argentina fu l’ultima nazione a subire un colpo di Stato. Le origini vanno ricercate nella profonda crisi politica e istituzionale che caratterizzò il Paese dai primi anni Settanta, segnate da divisioni interne al peronismo[1] e dalle tensioni esplose dopo il ritorno al potere di Juan Domingo Perón nel 1973. Il movimento peronista si presentava profondamente diviso tra componenti ideologiche e politiche che spaziavano dalla sinistra rivoluzionaria a settori più conservatori e nazionalisti. Queste fratture emersero con crescente evidenza negli anni successivi dal ritorno di Perón, alimentando un clima di forte polarizzazione politica e violenza. La sua morte aprì un’ulteriore fase di instabilità: la presidenza passò alla vicepresidente e moglie Isobel Martínez. Una volta al potere, inaugurò una stagione di repressione con il supporto della Tripla A[2], ma si rivelò incapace di gestire la situazione economica, politica e sociale[3].

Il politologo Guillermo O’Donnel definì questi governi come “regimi burocratico -autoritari”. Il loro obiettivo era realizzare un’azione chirurgica per estirpare il cancro marxista e ridare vigore a società concepite come malate[4]. Le Forze Armate come istituzione diedero il via ad una lunga stagiona autoritaria secondo i principi della Dottrina di Sicurezza Nazionale (DSN). Anche se ciò non rappresentava una novità: le risorse destinate ai militari tra fine Ottocento e inizio Novecento non avevano favorito la loro apoliticità[5]. L’alleanza tra militari e tecnocrazia civile permise l’avvio di programmi di modernizzazione in questi Paesi.

Il fine non era solo la repressione sistematica, ma anche la modernizzazione economica. Le Forze Armate presero il potere con l’obiettivo di proteggere la nazione dai sovversivi. Infatti, il bipolarismo della Guerra fredda tra occidente e comunismo era proiettato nella politica interna, dove il primo rappresentava il bene e il secondo il male[6]. La nazione era concepita come un organismo vivente, la cui esistenza era minacciata dalla sovversione. L’esercito, considerato la spina dorsale, aveva il compito di difendere il Paese. La guerra doveva essere totale e rappresentare tutti i settori della società, attraverso l’indottrinamento. I regimi collaboravano nell’ ambito dell’Operación Condor[7], e si allineavano agli Stati Uniti.

Ricostruzione storica della Giunta militare

Quello che la giunta militare realizzò nei mesi e negli anni successivi non somigliava ai colpi di stato precedenti che l’Argentina aveva già conosciuto. Come ha documentato Águila, si trattò di un progetto organico volto a trasformare la nazione in modo radicale, influenzando le istituzioni, l’economia e il rapporto stesso tra lo Stato e i cittadini. Parte di questa trasformazione avvenne in modo aperto, tramite decreti e provvedimenti ufficiali che cambiavano il volto della nazione[8].
Le cariche istituzionali passarono nelle mani di ufficiali delle Forze Armate o di funzionari scelti per la loro fedeltà alla giunta. I partiti furono sciolti, le assemblee legislative chiuse. Come hanno ricostruito Giannattasio, Guida e Nocera, non si trattò di una sospensione temporanea della democrazia, ma della sua sostituzione con qualcosa di diverso: un apparato che non aveva né interesse né intenzione di restituire il potere a chi lo aveva eletto[9]. Come hanno sostenuto Giannattasio, Guida e Nocera, non si trattò di una sospensione temporanea, di una parentesi, per quanto violenta, ma di qualcosa di più radicale: la democrazia non fu congelata, fu sostituita. Al suo posto si insediò un apparato costruito per restare, che non tollerava forme di rappresentanza né di opposizione organizzata e che aveva già deciso, prima ancora di prendere il potere, che cosa fare di chi non si adeguava[10].
Al cuore di questo progetto stava la repressione sistematica. Mutuando la DSN diffusa nei regimi militari latinoamericani durante la Guerra fredda, la giunta identificò nel “nemico interno”, militanti, sindacalisti, studenti, intellettuali, la minaccia da estirpare[11].
Si sviluppò così un apparato repressivo fondato su arresti arbitrari, torture sistematiche e sequestri clandestini notturni[12]. Il fenomeno dei desaparecidos divenne il simbolo più atroce della dittatura: migliaia di persone sequestrate, detenute in centri clandestini e uccise senza che lo Stato né riconoscesse ufficialmente la sorte[13]. Come rileva Corradi, questa strategia non si limitava a eliminare fisicamente gli oppositori, ma produceva un clima pervasivo di paura nell’intera società: il terrore non uccideva soltanto i corpi, uccideva la certezza, il linguaggio pubblico, la stessa possibilità di nominare ciò che stava accadendo[14].
Emblematica in tal senso fu la Noche de los Lápices del settembre 1976, quando studenti delle scuole superiori di La Plata furono sequestrati per aver partecipato a mobilitazioni in favore del trasporto pubblico agevolato. Come documentano da Seoane, l’episodio dimostrò con drammatica chiarezza che la repressione non colpiva soltanto i gruppi armati, ma qualunque forma di organizzazione collettiva, anche la più elementare[15].
Eppure la resistenza trovò forma e voce.
A partire dal 1977, ogni giovedì, un gruppo di donne cominciò a comparire nella Plaza de Mayo di Buenos Aires. Erano madri, nonne, sorelle, familiari dei desaparecidos, e portavano con sé due oggetti: un fazzoletto bianco in testa e la fotografia di un figlio scomparso tra le mani. In un Paese paralizzato dalla paura, dove il silenzio era diventato la forma più comune di sopravvivenza, quel gesto settimanale e ostinato aveva il peso di una sfida aperta. Le Madres de Plaza de Mayo non avevano un programma politico, non appartenevano a nessun partito, non chiedevano il potere. Chiedevano solo di sapere dove fossero i loro figli. Col tempo la loro presenza nella piazza smise di essere solo un gesto di dolore e divenne qualcosa che attraversava i confini: giornalisti stranieri, organizzazioni internazionali, governi europei cominciarono a fare domande che Buenos Aires non poteva più ignorare.[16]

Sul piano economico, la giunta avviò parallelamente una radicale ristrutturazione liberista: liberalizzazione dei mercati, apertura ai capitali internazionali e compressione salariale che, come rileva Águila, aggravò le disuguaglianze sociali e nei primi anni Ottanta contribuì a erodere le residue basi di consenso del regime[17]. Il colpo di grazia arrivò con la guerra delle Falkaland/Malvinas del 1982[18] Intrapreso anche per rafforzare il consenso interno attraverso un appello al nazionalismo, il conflitto si concluse con una rapida e umiliante sconfitta contro il Regno Unito. Come hanno rilevato Ragno e Sidicaro[19], la disfatta espose le debolezze strutturali delle Forze Armate, aggravò la crisi economica e sociale e aprì una fase di crescente opposizione politica[20]. La dittatura entrò così nella sua fase terminale, che avrebbe condotto nel 1983 al ritorno delle elezioni democratiche. Non cadde per mano di una rivoluzione, ma si consumò sotto il peso delle proprie contraddizioni e del coraggio ostinato di chi, anche nei momenti più bui, aveva scelto di non tacere.

Leggi anche:

L’importanza della memoria collettiva

Con il ritorno della democrazia, vinse le elezioni Raúl Alfonsín, sostenuto dall’Unión Cívica Radical[21]. A pochi giorni dal suo insediamento, il nuovo capo di Stato instituì la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas (CONADEP), per investigare sui desaparecidos e le violazioni dei diritti umani. L’anno successivo fu presentato un rapporto chiamato Nunca Más (mai più), che portò al processo la giunta militare.
Il documento – durante la sua presentazione – stimò 8.960 sparizioni forzate, sulla base delle denunce ricevute alla Commissione[22]. Sebbene si stimino 30.000 desaparecidos, lo storico Camillo Robertini ritiene che la cifra sia molto più alta[23].
Il rapporto testimoniò il ruolo avuto dall’Argentina nella repressione e divenne modello per le commissioni per la memoria che si stabilirono nelle altre nazioni latinoamericane successivamente[24].
I militari argentini furono processati dopo due anni la fine del regime. Il leader della prima giunta, Jorge Rafael Videla, fu condannato una prima nel 1985, successivamente, negli anni Novanta, fu graziato dal Presidente Carlo Menem. In seguito, venne nuovamente condannato nel 2010 e nel 2012. Con Nestór Kirchner alla guida del Paese riprese una serie di processi sulle responsabilità dei militari e dei civili durante il regime: l’Argentina fu il Paese che più di ogni altro giudicò i responsabili delle violazioni dei diritti umani[25].
In un contesto globale in cui si registra svolta autoritaria e crescono le simpatie nostalgiche verso i militari, è compito delle nuove generazioni preservare la memoria. Iniziative come il Museo Sitio de Memoria, ubicato nella Escuela de Mecánica de la Armada[26], sono diventate luoghi di lotta e promozione della narrazione storica delle vittime. Anche la presenza costante della Abuelas de Plaza de Mayo – coloro che un tempo erano le madres – è fondamentale per ricordare gli orrori delle Forze Armate. Anche i movimenti studenteschi continuano le loro azioni politiche nella difesa della verità e della giustizia, affinché non si compiano più questi errori. L’attuale governo di Javier Milei, però, ha assunto pozioni revisioniste e contro le politiche della memoria. Infatti, a causa dei tagli al bilancio e al personale, il Museo ha dovuto ridurre i giorni di apertura[27]. Le varie associazioni per i diritti umani stanno lottando per far sì che l’esecutivo si impegni nel tramandare la memoria, e non ostacoli la ricerca ancora attuale dei desaparecidos. Il ruolo dello Stato e degli attori della società civile risulta oggi improrogabile. A cinquant’anni dal golpe è necessario più che mai mantenere vivo il ricordo delle atrocità commesse dalla giunta.


Note

[1] Movimento politico e sociale sincretico, promosso da Juan Domingo Perón, Presidente dell’Argentina dal 1946 al 1955 e dal 1973 al 1974.
[2] Organizzazione paramilitare argentina di estrema destra.
[3] R. Nocera, A. Trento, America Latina, un secolo di storia. Dalla Rivoluzione messicana a oggi, Roma, Carocci, 2013, p. 169.
[4] A. Guida, Il “nuovo” Cile dei militari. Dottrina della sicurezza nazionale, guerra psicologica e propaganda, 1973-1975, Verona, Ombre Corte, 2021, p. 16.
[5] Ivi, pp. 16-17.
[6] Ivi, pp. 39-40.
[7] G. Barrera, “«Operación Cóndor»: reseña bibliográfica, in M. R. Stabili (a cura di), Entre historias y memorias. Los desafíos metodológicos del legado reciente de América Latina, Madrid, Iberoamericana Vervuert, 2007, p. 143.
[8] G. Águila, “La última dictadura militar argentina. Fases y estrategias (1976-1983)”, in Nueva Sociedad, n. 308, 2023, pp. 123–124.
[9] G. Águila, “La última dictadura militar argentina. Fases y estrategias (1976-1983)”, pp. 124–125.
[10] V. Giannattasio, A. Guida, R. Nocera, L’America Latina in guerra. I militari al potere nelle dittature del Cono Sud degli anni Sessanta-Ottanta, Segrate, Mondadori Università, 2025, p. 105.
[11] V. Giannattasio, A. Guida, R. Nocera, L’America Latina in guerra. I militari al potere nelle dittature del Cono Sud degli anni Sessanta-Ottanta, pp. 60-61.
[12] J. E. Corradi, “Fear: A Cultural and Political Interpretation”, in J. E. Corradi, P. Weiss Fagen, M. A. Garretón (a cura di), Fear at the Edge: State Terror and Resistance in Latin America, Berkeley, University of California Press, 1992, pp. 165–167.
[13] Ibidem.
[14] Ibidem.
[15] M. Seoane, H. Ruiz Núñez, La noche de los lápices, Buenos Aires, Planeta, 2006, pp. 45-52.
[16] O. Cuchivagu, Karen “Las Madres de la Plaza de Mayo y su legado por la defensa de los derechos humanos”, in Trabajo Social, n. 14, enero-diciembre, 2012, pp. 165-177.
[17] G. Águila, “La última dictadura militar argentina. Fases y estrategias (1976-1983)”, in Nueva Sociedad, n. 308, 2023, p. 126.
[18] Le isole Malvinas, note nel mondo anglosassone come Falkland Islands, sono un arcipelago dell’Atlantico meridionale situato al largo delle coste argentine e conteso tra Argentina e Regno Unito fin dal XIX secolo; L. Freedman, The Official History of the Falklands Campaign, vol. 1. The Origins of the Falklands War, London, Routledge, 2005, pp. 1-7.
[19] R. Sidicaro, “1983-2012: las etapas de la transición a la democracia argentina”, in Temas y debates, n. 25, 2013, p. 14.
[20] F. D. Ragno, “La dimensión ética de la democracia. Raúl R. Alfonsín y la transición argentina”, in Confluenze, vol. 15, n. 1, 2023, pp. 206–207.
[21] Elecciones 1983, consultabile al link: https://www.argentina.gob.ar/dine/resultados-electorales/elecciones-1983
[22] Nunca Más, p. 536.
[23] “Il golpe argentino”, in Archivio desaparecido, 01/10/2021, consultabile al link: https://www.archiviodesaparecido.com/il-golpe-argentino/
[24] Ibidem.
[25] Ibidem.
[26] Ex scuola di formazione degli ufficiali della Marina Militare ed utilizzata come il più grande centro di detenzione illegale e di tortura degli oppositori politici.
[27] L. Bertola, “Las políticas de Memoria, Verdad y Justicia bajo asedio: “Hay una ofensiva revisionista””, in Página 12, 17/12/2025, consultabile al link: https://www.pagina12.com.ar/2025/12/17/las-politicas-de-memoria-verdad-y-justicia-bajo-asedio-hay-una-ofensiva-revisionista/


Foto copertina: Il generale Jorge Rafael Videla giura come presidente dell’Argentina dopo il successo del colpo di Stato del 24 marzo 1976