Tracce di una strategia difensiva di ripiegamento egemonico nelle nuove minacce rivolte a Panama, Canada e Groenlandia: la nuova dottrina Monroe.
∗ Articolo pubblicato nel volume “Il ritorno di Trump“, Opinio Juris n°1, 2025.
Annettere il Canada e la Groenlandia, riprendere il controllo del canale di Panama: sono fra le esternazioni più clamorose con cui Donald Trump, a poco meno di un mese dal suo insediamento, ha sbiadito i confini retorici entro cui intende declinare la politica continentale degli Stati Uniti.
C’è chi è ha cominciato a parlare di Dottrina “Donroe”[1], riferendosi ad una presunta reinterpretazione in chiave trumpiana della dottrina con cui gli Stati Uniti hanno regolato i rapporti inter-americani a partire dal 1823, chi ha minimizzato, sottolineando la difficoltà di ricondurre dichiarazioni e operazioni stabilite da Trump in categorie analitiche e linee di politica estera precise, chi ha ricondotto le esagerazioni del presidente repubblicano a una metodologia consolidata: mirare in alto, sparandola grossa, per ottenere minimi cambiamenti di rotta da parte degli alleati, necessari ai suoi obiettivi politici.
Pur non avvalorando necessariamente l’ipotesi di una riformulazione della dottrina Monroe, tratteggiarne le direttrici storiche può aiutare a comprendere il ruolo delle Americhe nell’affermazione dell’egemonia statunitense e, in una fase storica di continue sfide per la stessa, gli obiettivi che muovono le esternazioni di Trump.
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La dottrina Monroe: una strategia difensiva
Nel 1823, il dominio iberico in America Latina era in pieno disfacimento. Temendo un possibile intervento del Concerto delle potenze europee per ristabilire l’ordine nel continente, il presidente James Monroe proclamò la dottrina che porta il suo nome stabilendo il principio “l’America agli Americani”: un’enunciazione in chiave difensiva per gli Stati Uniti, che non avevano ancora completato il loro processo di espansione[2]. Lo spirito della dottrina Monroe evolse rapidamente: prima, giustificando l’intervento al fianco di Cuba durante la guerra di indipendenza dagli spagnoli, poi di nuovo per scongiurare gli interventi europei, come quando, sotto la presidenza di Theodore Roosevelt, venne formulato “il corollario Roosevelt alla dottrina Monroe”.
Nel 1899 le navi britanniche, seguite da quelle tedesche e italiane, avevano bloccato i porti del Venezuela per indurre il regime insediatosi a Caracas, che aveva dichiarato default, a riprendere il pagamento del debito estero. Washington colse l’occasione per auto attribuirsi il ruolo di poliziotto emisferico: molteplici interventi militari furono giustificati dalla necessità di vigilare sugli equilibri economici e politici della regione[3].
Dopo la Seconda guerra mondiale, con l’affermazione dell’egemonia statunitense, l’enunciato passò a proteggere simbolicamente l’area dall’emergente conflitto bipolare: le Americhe furono considerate irraggiungibili da Mosca, almeno fino alla rivoluzione cubana del 1959. Da quel momento in poi, la dottrina sarebbe stata integrata da approcci orientati a ridimensionare la minaccia comunista nel continente attraverso nuove formulazioni più specifiche, interventiste e pervasive.
Infine, alla fine della Guerra fredda, con l’eccezione del supporto ad alcuni colpi di Stato nella regione, le linee di politica estera di Washington in Centro e Sud America si sono riorientate verso la gestione di nuove percepite minacce alla sicurezza, il narcotraffico e i flussi migratori, trascurando una strategia di controllo emisferico secolare.
Nuove sfide al dominio statunitense nelle Americhe
Con l’inizio del nuovo secolo, mentre le attenzioni militari della Casa Bianca si concentravano in Medio Oriente ed in Asia Meridionale, la ravvivata diplomazia del Cremlino stringeva accordi con l’America Latina nell’ambito di una diplomazia dallo stile più nostalgico che post-ideologico, in particolare con il Venezuela bolivariano e il Nicaragua post-sandinista. Con incidenza maggiore, tuttavia, emergeva la penetrazione della Repubblica Popolare Cinese, il cui enorme mercato, con gli anni, è divenuto l’orizzonte di riferimento per le economie latinoamericane cronicamente orientate alle esportazioni Dal 2000, il commercio tra Pechino e il sub-continente è cresciuto a un ritmo del 31% annuo e si stima che raggiungerà il valore di 700 miliardi entro il 2035.
La Cina è il principale partner commerciale di Perù, Cile e Brasile e ha negoziato accordi di libero scambio con Costa Rica, Ecuador, Nicaragua, Cile e Perù. La Belt and Road Initiative (BRI) conta tra i suoi aderenti ben ventidue partner latinoamericani, nei cui territori Pechino profonde enormi investimenti infrastrutturali.
L’avvicinamento diplomatico alla Cina è segnalato infine dal declino delle relazioni diplomatiche di Taiwan con la regione: attualmente, in America Latina, l’autorità di Taipei è riconosciuta solo da Belize, Guatemala, Haiti e Paraguay[4].
Così, approfittando del disimpegno di Washington, il Dragone ha attaccato il cortile di casa degli Stati Uniti in termini commerciali, infrastrutturali e diplomatici.
L’importanza storica del canale di Panama
Nel 2017, il primo Paese ad aderire al progetto della nuova Via della Seta, in America Latina, fu Panama. Una partnership insolita, se si considera il livello di controllo di Washington sul territorio, intrecciato alla stessa nascita dello Stato panamense.
Era il 1903 quando, con lo sguardo strategicamente rivolto all’istmo di Panama, gli Stati Uniti intervenivano accanto ai movimenti indipendentisti che combattevano contro la Colombia, favorendone la secessione e garantendosi la concessione dei diritti sul controllo del canale di Panama, la cui costruzione sarebbe stata completata nel 1913.
Con questi, la gestione di una rotta commerciale cruciale tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico. Gli interventi militari sul territorio di pertinenza di uno snodo tanto importante si sarebbero susseguiti per tutto il Novecento, anche oltre il passaggio del canale nelle mani dell’autorità territoriale negoziato da Carter insieme a un accordo di neutralità con cui il Paese si impegnava a mantenerne aperto e neutrale il transito. Attualmente, il 6% del commercio globale passa dal canale, insieme alle esportazioni statunitensi verso i vicini centro e sud-americani[5].
Alla base dell’attacco di Trump contro Panama ci sarebbero, da un lato, l’innalzamento del costo dei diritti di passaggio per le navi statunitensi e, dall’altra parte, il controllo, da parte di aziende con legami a Pechino, di due fondamentali porti d’accesso nell’area.
In realtà, l’innalzamento dei prezzi lamentato dalla Casa Bianca è da attribuirsi ai danni indotti dal cambiamento climatico: il livello delle acque dei due più grandi laghi da cui dipendono le attività del canale si è drammaticamente abbassato. Le autorità hanno risposto cominciando a contingentare gli accessi e investendo nella costruzione di una “via asciutta” che ha drenato notevoli risorse.
Per quanto riguarda Pechino, è indubbio che la Cina si sia dimostrata interessata al conseguimento di un passaggio tra Oceano Atlantico e Pacifico: la costruzione di un Grande Canale del Nicaragua, accantonata anni fa, da qualche mese è stata riportata all’attenzione dei cinesi dal presidente Daniel Ortega, mentre progetti ferroviari con lo stesso obiettivo sono stati proposti in Brasile, Colombia e Messico. Più fumoso appare il legame tra la CK Hutchinson, gruppo industriale con sede a Hong Kong che controlla l’accesso ai porti che ha irritato Washington, e i piani strategici della Repubblica Popolare. Alla base dei sospetti nordamericani ci sarebbero gli investimenti del fondatore del gruppo, Li Ka-Shing, in Cina.
A Panama, le minacce di Trump hanno già sortito il loro effetto: durante la visita del Segretario di Stato Marco Rubio, il Paese ha annunciato la sua fuoriuscita dalla Via della Seta e l’avvio di un procedimento speciale di audit nei confronti della CK Hutchinson[6].
Le minacce verso Nord
Rivolgendo lo sguardo a Settentrione, forse ancora più clamorosamente, Trump ha minacciato di annettere il Canada come cinquantunesimo stato della Federazione brandendo dazi commerciali del 25% contro i suoi vicini del Nord, rei di essersi avvantaggiati su Washington di un trade deficit non da poco: nello scambio tra i due Paesi, le esportazioni degli Stati Uniti sono calate dell’8% su base annua, mentre le importazioni dal Canada sono aumentate di quasi il 2%[7].
Sempre verso Nord, infine, Trump ha proclamato l’intenzione di acquistare la Groenlandia, in virtù di una percepita minaccia alla sicurezza internazionale.
Un tentativo di compravendita nel 1867 e l’occupazione del territorio durante la Seconda Guerra Mondiale costituiscono la prova di un interesse storico, certo entrato in remissione, ma testimoniato ancora dalla presenza di una base aerea e diversi presidi militari statunitensi sul territorio. Negli ultimi decenni, mentre Washington guardava altrove, la posizione strategica dell’isola nella regione artica è emersa in tutta la sua importanza: Mosca e Pechino, prevedendo l’apertura di nuove rotte commerciali come conseguenza allo scioglimento dei ghiacciai, collaborano da anni alla costruzione di nuove infrastrutture che rientreranno nel progetto della Polar Silk Road, la Via della Seta Polare. Nonostante in Groenlandia nel 2019 i cinesi si siano visti bloccare la costruzione di due aeroporti e la riqualificazione di una stazione marittima dismessa, la Danimarca, membro della NATO, non ha soddisfatto le esigenze di Washington: lasciandosi orientare da politiche post-coloniali, ha prestato più interesse al riconoscimento di diritti e interessi degli Inuit di quanto non abbia fatto per quelli geostrategici dell’Alleanza atlantica[8].
La debolezza di un’egemonia in declino
Quello che accomuna le minacce rivolte a Panama, Canada e Groenlandia è il ritorno a una posizione difensiva degli Stati Uniti, che appaiono intenzionati ad asserragliarsi nella regione su cui hanno esercitato il dominio prima di affermarsi alla guida del sistema internazionale. Alla luce dei mutamenti dello stesso, nel frattempo, in una contesa egemonica i cui fronti si sono moltiplicati, Pechino non solo sembra star lavorando da tempo e con soddisfazione alla conquista delle rotte commerciali – terreno su cui si solidificò l’egemonia britannica – ma lo sta facendo nell’ambito di una visione più lungimirante e omnicomprensiva di quella di Washington.
Trump minaccia gli Alleati della NATO con l’intento di tenere compatti i ranghi della supremazia militare facendo leva su una strategia di burden sharing, affinché gli elettori non si percepiscano impoveriti dalle contese del loro governo. Brandisce annessioni territoriali e dazi, riuscendo a suo modo a ottenere qualcosa dai partner strategici. Declina la sua paranoia da Guerra Fredda a Panama e in Groenlandia, paventando il dual use delle nuove infrastrutture cinesi.
Nel frattempo, Pechino lo accerchia tenendo in considerazione i disastri del cambiamento climatico da lui negato, ma anche le opportunità che ne emergeranno, a Panama come nell’Antartico.
Attraverso la chiave di lettura offerta dall’analisi dell’avvicendamento dei cicli egemonici, è chiaro che, se si può parlare di dottrina Monroe, è perché questi Stati Uniti in ritirata appaiono nella loro immagine novecentesca. Possono permettersi, sì, un ruolo da poliziotto emisferico e proclami difficili da difendere, nello spirito della prima dottrina Monroe: un esercizio retorico quasi megalomane, emanato da un’entità politica assai lontana dall’essere la potenza e il modello che avrebbero configurato in seguito.
Note
[1] J. Mcintyre, «Trump’s ‘Donroe Doctrine’ seeks to make America ‘greater’ in size by carving the world into 19th century-style spheres of influence», Washington Examiner, 31/01/25.
[2] M. Del pero, «Libertà e Impero: Gli Stati Uniti e il mondo» (1776-2011), Laterza, Roma 2013.
[3] R. Nocera, «Stati Uniti e America Latina dal 1823 a oggi», Carocci, Roma 2013.
[4] R. NOCERA e P. WULZER, «L’America Latina nel sistema internazionale», Carocci, Roma 2020.
[5] M. DEL PERO, «La Guerra Fredda», Laterza, Roma 2014.
[6] REUTERS, «Rubio tells Panama to end China’s influence of canal or face US actions», 3/02/25.
[7] REUTERS, «By the Numbers: US, Mexico, Canada, China trade», 05/02/25.
[8] RAND, «Is the Polar Silk Road a Highway or Is It at an Impasse? China’s Arctic Policy Seven Years On», 06/02/25.
Foto copertina: Dottrina Monroe













