Legittimità e governance in Siria: il ruolo decisivo di carceri e campi

Ahmad-Al-Sharaa
Ahmad-Al-Sharaa

Tra governance centrale e sicurezza locale, il controllo delle carceri per ex combattenti jihadisti e dei campi per le loro famiglie nel nord-est della Siria, dal 2026, sembra rappresentare un indicatore chiave della capacità dello Stato di garantire ordine, diritti e coesione sociale.


A cura Samuele Firera

Siria post-al-Sharaa: carceri, campi e transizione politica

Dall’alba del 29 gennaio 2025, con la nomina ufficiale di Ahmad al-Sharaa, noto anche come al-Jolani, la Siria sembra essere entrata in una nuova fase della sua storia contemporanea. Con la fiducia di alleati regionali e occidentali, che gli ha permesso di tenere il primo discorso politico all’ONU[1] per una figura istituzionale del governo siriano dal 1967 (con Nureddin al-Atassi), l’ex militante di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) sembra destinato a guidare la transizione politica del paese nei prossimi anni. Alle sfide interne, legate al recupero di un paese segnato da una delle crisi umanitarie e socio-economiche più gravi del XXI secolo e dai massicci flussi migratori verso l’Europa, si aggiungono questioni di rilevanza internazionale. Tra queste, la supervisione e il controllo delle strutture detentive e dei campi di internamento destinati a ex combattenti di gruppi jihadisti e ai loro familiari, sia cittadini stranieri che siriani.

Carceri per ex combattenti: da sicurezza locale a leva politica

La creazione di strutture detentive per militanti di matrice jihadista fu promossa in particolar modo a partire dal 2017 dalle Syrian Democratic Forces (SDF) e dai loro alleati, principalmente la coalizione guidata dagli Stati Uniti.[2]Con l’ascesa di al-Sharaa, tuttavia, il governo centrale reclama supervisione politica e legittimità su tutte le carceri, comprese quelle precedentemente gestite autonomamente dalle SDF, come le prigioni di Al-Sina’a e Al-Shaddadi  nella provincia siriana di al-Hasakah. Questo nuovo equilibrio trasforma le carceri da strumenti di sicurezza locale a leve politiche e diplomatiche, con impatti diretti sulla gestione dei detenuti siriani, dei foreign fighters e della vita ed eventuale rimpatrio delle loro famiglie, molte delle quali risiedono nei campi per sfollati nel nord-est della Siria.

SDF e ridefinizione del potere regionale

Con l’ascesa di al-Sharaa, l’influenza delle SDF come entità autonoma comincia a diminuire. Grazie anche al sostegno degli Stati Uniti al governo centrale, l’alleanza curda deve negoziare e collaborare sempre più con Damasco. Questo crea spazio per l’ala araba della SDF e altri gruppi locali a schierarsi con il governo di transizione, mentre i Curdi diventano una minoranza relativa nel nuovo assetto politico. L’autonomia delle regioni un tempo controllate dai Curdi viene così progressivamente ridotta sotto supervisione centrale, aumentando la complessità della gestione delle carceri e dei campi.

Strutture detentive e campi: criticità di sicurezza e sfide umanitarie

Le difficoltà nella gestione delle strutture legate ai detenuti jihadisti sono emerse con particolare evidenza nel gennaio 2026. Secondo fonti di stampa internazionale,[3] il 20 gennaio 2026 oltre cento detenuti affiliati allo Stato Islamico sono riusciti a fuggire dalla prigione di Al-Shaddadi, nel nord-est della Siria, durante scontri armati avvenuti nell’area. Le stime sull’entità dell’evasione variano: il ministero dell’interno siriano ha parlato di circa 120 detenuti evasi, mentre le Syrian Democratic Forces (SDF) hanno indicato cifre significativamente più elevate. Le autorità hanno successivamente annunciato la cattura di parte dei fuggitivi nel corso di operazioni di sicurezza nella città e nelle aree circostanti. L’episodio ha sollevato interrogativi sulla capacità delle autorità di garantire un controllo stabile delle strutture detentive durante la fase di transizione istituzionale del Paese.
Parallelamente, anche la gestione dei campi destinati alle famiglie di ex combattenti, come Al-Hol, mette in luce significative difficoltà operative e umanitarie.
Il trasferimento del controllo alle autorità centrali, avvenuto il 21 gennaio 2026, ha generato un temporaneo vuoto di sicurezza durante la transizione, nel corso del quale si sono verificate fughe di massa. Secondo la copertura giornalistica di Al Jazeera, aggiornata a febbraio 2026[4], il campo ospitava originariamente circa 23.000 persone, per lo più donne, bambini e anziani legati a membri dello Stato Islamico, e circa 5.000 persone risultano non contabilizzate, disperse tra Aleppo e Idlib. Alcune sono state trasferite in appartamenti organizzati da reti preesistenti o da combattenti stranieri, mentre altre sono rimaste in aree rurali difficilmente monitorabili. Questi eventi evidenziano non solo la fragilità delle strutture operative durante la transizione, ma anche i rischi per la sicurezza e le sfide umanitarie connesse al passaggio di controllo dai gruppi locali alle autorità centrali siriane.[5]
La popolazione dei campi non è omogenea: include individui radicalizzati, soggetti inclini a percorsi di reinserimento o rimpatrio e persone in una condizione intermedia, potenzialmente influenzabili da entrambe le dinamiche. Molti residenti hanno vissuto anni di confinamento in condizioni precarie, con accesso limitato all’istruzione, ai servizi di base e al supporto psicologico.
Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, aveva già definito nel marzo 2023 la situazione del campo di Al-Hol «gravemente preoccupante», descrivendolo come il peggior campo attualmente esistente al mondo ed evidenziando l’urgenza di protezione dei civili e la necessità di supervisione internazionale.[6] A distanza di tre anni, le difficoltà operative e umanitarie persistono e si sono acuite con il trasferimento del controllo alle autorità centrali siriane. Organizzazioni come il Global Community Engagement and Resilience Fund, fino all’indebolimento delle SDF, hanno offerto assistenza psicosociale, programmi educativi e percorsi di reintegrazione, contribuendo a mitigare i rischi di radicalizzazione e a promuovere la coesione sociale. Tuttavia, l’attuale assenza di strutture di coordinamento consolidate e la progressiva riduzione della supervisione diretta delle SDF rendono più complesso garantire una gestione stabile e sicura dei campi nel medio e lungo periodo.
In maniera quasi premonitoria, in interviste rilasciate a Kurdistan24 pochi giorni prima degli eventi citati in gennaio[7] e in un documentario del programma Witness trasmesso da Al Jazeera English a novembre 2025,[8] la direttrice del campo di Al-Hol, Jihan Hanan, in carica da circa due anni e mezzo, aveva sottolineato che la sicurezza interna del campo era sotto il pieno controllo delle forze locali, mentre le aree esterne al perimetro rimanevano instabili e pericolose. Hanan evidenziava che questa instabilità esterna aveva aumentato la speranza dei miliziani e dei loro familiari, alimentando aspettative di una rinascita dello Stato Islamico, specialmente in un contesto segnato dall’ascesa di un governo islamista e dalla presenza di ex combattenti.

Sfida politica e legittimità dello Stato

La gestione di carceri e campi non è solo una questione interna, ma un banco di prova regionale e internazionale. Il nuovo presidente si trova sotto scrutinio costante, chiamato a dimostrare capacità di gestione autonoma e discrezionale, in una posizione che segna la transizione da ex combattente jihadista a capo di governo, con l’aspettativa di definire chiaramente le modalità con cui esercita responsabilmente il nuovo ruolo.
La centralizzazione del potere a Damasco deve conciliarsi con la fiducia dei Paesi occidentali, fondamentali per la sicurezza dei confini e la stabilità diplomatica. In questo contesto, la capacità delle nuove autorità siriane di gestire le strutture detentive e i campi nel rispetto degli standard del diritto internazionale rappresenta un elemento centrale di legittimazione politica e istituzionale.
Il trattamento dei detenuti richiama infatti i principi del diritto internazionale umanitario applicabili ai conflitti armati non internazionali, tra cui le Convenzioni di Ginevra (1949) e il Protocollo aggiuntivo II alle Convenzioni di Ginevra (1977), che impongono il trattamento umano delle persone private della libertà e prevedono garanzie giudiziarie minime. A tali standard si affiancano inoltre le tutele contro la detenzione arbitraria previste dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (1966).

Al tempo stesso, è necessario promuovere strumenti di inclusione e unità sociale, come nel caso dei Curdi, affinché il rafforzamento del controllo centrale non generi ulteriori conflitti o marginalizzazioni. Fin dai primi giorni della presidenza, al-Sharaa ha infatti espresso l’intenzione di promuovere inclusione e riconoscimento dei diritti civili, educativi e sociali, indicando una direzione verso stabilità politica e coesione sociale, seppur senza cambiamenti costituzionali concreti.[9]

Verso un modello di transizione politica

La gestione dei detenuti ed ex jihadisti rappresenta un indicatore chiave di trasparenza, legittimità e responsabilità istituzionale: la capacità del governo di affrontare questa sfida determinerà non solo la credibilità dell’amministrazione, ma anche la possibilità di sviluppare un modello di transizione politica guidato da ex attori armati non statali, oggi parte integrante nel governo ad interim.
In questo contesto, la Siria e al-Sharaa si trovano di fronte a una prova decisiva: il modo in cui verranno gestite le carceri e i campi stabilirà la legittimità dello Stato e la fiducia interna ed esterna, segnando la capacità della Siria di consolidare una transizione politica in un modello che potrebbe non essere mai stato adottato in Medio Oriente.


Note

[1] Sky News, Syrian President Ahmad Al Sharaa delivers historic address to UN General Assembly 2025, disponibile su Youtube:  https://www.youtube.com/watch?v=sOELzICU-lc
[2] La Global Coalition to Defeat ISIS, guidata dagli Stati Uniti dal 2014, è un’alleanza internazionale composta da circa 90 Paesi e partner volta a degradare le capacità dello Stato Islamico in Siria e Iraq. La coalizione opera su più fronti, tra cui azioni militari, supporto alle Syrian Democratic Forces, addestramento, assistenza logistica e stabilizzazione, compresa la gestione di strutture detentive e campi per familiari di ex combattenti.
[3] The Guardian, More than 100 Islamic State inmates escape jail amid clashes in north-east Syria, 19 gennaio 2026, disponibile su https://www.theguardian.com/world/2026/jan/19/kurdish-led-forces-clashes-syrian-army-prison-holding-is-inmates
[4] Al Jazeera, Syria confirms ‘mass escape’ from camp housing relatives of ISIL fighters, 26 febbraio 2026, disponibile su https://www.aljazeera.com/news/2026/2/26/syria-confirms-mass-escape-from-camp-housing-relatives-of-isil-fighters
[5] UNICEF, Humanitarian Flash Update: escalation of violence in Al-Hol Camp, 23 gennaio 2026, disponibile su https://www.unicef.org/media/178396
[6] UN Media, Guterres Al-Hol Returnees, 15 marzo 2026, disponibile su https://media.un.org/unifeed/en/asset/d301/d3016114
[7] Kurdistan24, Al-Hol Camp under full control, director warns of threats to aid routes, 19 gennaio 2026, disponibile su https://www.kurdistan24.net/en/story/888271/al-hol-camp-under-full-control-director-warns-of-threats-to-aid-routes
[8] Witness, Children of the Caliphate: Life and Death After ISIS, 22 novembre 2025, disponibile su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=E1Etomnhn-8
[9] Repubblica Araba di Siria, Decreto presidenziale n. 13/2026, 16 gennaio 2026, concernente il riconoscimento dei diritti culturali, linguistici e civili della comunità curda e l’inclusione della lingua curda tra le lingue nazionali.


Foto copertina: Ahmad-Al-Sharaa (Siria)