Il capitalismo di Elon Musk: perché Adam Smith lo avrebbe odiato

Elon Musk davanti a un razzo SpaceX
Elon Musk davanti a un razzo SpaceX

Dall’illusione della concorrenza alla realtà del nuovo mercantilismo tecno-feudale.


Di Eleonora Strano

Elon Musk non è soltanto un eccentrico pioniere della Silicon Valley, ma un attore geopolitico e macroeconomico globale. Dallo spazio profondo di SpaceX alla rete satellitare Starlink, dalle auto elettriche di Tesla fino al controllo della piazza pubblica digitale con la piattaforma X e alle vette dell’intelligenza artificiale con xAI, l’impero di Musk è un modello di business senza precedenti.
Pertanto, solleva un interrogativo: stiamo assistendo al trionfo del libero mercato o, al contrario, alla sua definitiva distorsione?
Un’analisi attenta suggerisce che la forma di capitalismo che l’imprenditore sta edificando è l’esatto opposto di quella teorizzata da Adam Smith nella sua opera fondamentale sulla ricchezza delle nazioni, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni[1]. Come evidenziato anche in un recente dibattito ospitato sulla stampa internazionale, Elon Musk sta costruendo una forma di capitalismo che Adam Smith odierebbe.
Se il padre dell’economia classica potesse osservare l’ascesa dell’oligarca tecnologico più potente del nostro secolo, vi riconoscerebbe non i frutti della mano invisibile[2], ma i fantasmi di quel mercantilismo monopolistico[3] che cercava di combattere.

Il monopolio delle infrastrutture e la fine della concorrenza

Nel disegno teorico di Adam Smith, il funzionamento ottimale del mercato e la conseguente massimizzazione del benessere sociale (social welfare) dipendono dall’esistenza di una concorrenza atomistica, in cui nessun singolo operatore possiede il potere di mercato necessario per influenzare i prezzi (price-taker)[4]. Nella modellistica smithiana, la concorrenza funge da meccanismo di gravitazione: essa spinge costantemente il prezzo di mercato (determinato dalle fluttuazioni contingenti di domanda e offerta) a convergere verso il prezzo naturale, ossia il costo di produzione reale che riflette il saggio naturale di rendita, salario e profitto[5]. La concorrenza interna al mercato è lo strumento che neutralizza l’asimmetria informativa e l’estrazione di surplus a scapito del consumatore, costringendo i produttori a minimizzare i costi di produzione e a trasferire i guadagni di efficienza tecnologica sui prezzi finali.
L’impero di Musk, al contrario, si fonda sulla creazione deliberata di colli di bottiglia infrastrutturali; barriere all’entrata insormontabili e quasi-monopoli naturali. SpaceX detiene oggi una quota egemonica nei lanci spaziali globali, mentre Starlink gestisce la stragrande maggioranza dei satelliti attivi in orbita terrestre bassa, controllando di fatto l’accesso a internet in aree remote e teatri di guerra. Sotto questo profilo, l’analisi economica contemporanea rileva come le grandi piattaforme digitali e infrastrutturali non operino secondo le regole della concorrenza perfetta, bensì attraverso l’estrazione di rendite di posizione, in quello che viene definito «tecno-feudalesimo»[6]. I moderni giganti tecnologici non creano mercati aperti, ma erigono barriere digitali proprietarie per catturare il valore generato dagli utenti.
Smith diffidava profondamente dei grandi agglomerati di potere economico e dell’accordo monopolistico, descrivendo con precisione chirurgica le distorsioni allocative generate dai cartelli e dalle intese restrittive della concorrenza: «La gente dello stesso mestiere raramente si incontra, anche solo per divertimento e diporto, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico o in qualche escogitazione per aumentare i prezzi». [7]
Nel capitalismo di Elon Musk, la cospirazione non ha bisogno di essere segreta: è scritta negli algoritmi proprietari e nelle concessioni esclusive di infrastrutture globali non replicabili da altri attori privati.

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L’interazione strategica tra la visione industriale di Musk e la sfera pubblica offre un osservatorio privilegiato per decostruire l’apparente paradosso tra la sua retorica liberale e la fitta rete di commesse statali che ha sostenuto le sue imprese. Per un verso, la letteratura economica contemporanea sullo Stato innovatore evidenzia come le tecnologie più rivoluzionarie dei nostri tempi – da internet alla tecnologia GPS, fino ai motori di ricerca – non siano nate dall’iniziativa privata isolata, bensì da massicci investimenti pubblici ad alto rischio gestiti da agenzie governative come la DARPA[8]. Da questa prospettiva, la parabola di Tesla e SpaceX parrebbe a prima vista ricalcare gli schemi del mercantilismo d’antico regime, caratterizzato da concessioni esclusive e flussi continui di risorse pubbliche volti a sostenere un campione nazionale protetto. Per Adam Smith, un simile intreccio tra l’attività d’impresa e le casse dello Stato rappresentava la via maestra verso l’inefficienza allocativa, poiché alterava artificialmente i segnali dei prezzi e favoriva la creazione di corporazioni parassitarie[9].
Un’analisi limitata a questa sola lente critica rischia di ignorare la radicale disruption che il modello di Musk ha introdotto nella gestione della spesa pubblica e della politica industriale. La partnership pubblico-privato (PPP) inaugurata da SpaceX non ha semplicemente assorbito risorse dello Stato come istituzione, ma ha letteralmente rifondato le regole del gioco del settore aerospaziale, tradizionalmente ingessato e inefficiente[10]. Per decenni, l’approvvigionamento del Pentagono e della NASA è stato dominato da un oligopolio difensivo protetto da barriere all’entrata invalicabili, regolato attraverso contratti a costo maggiorato (cost-plus contracts). Lo Stato rimborsava ai fornitori storici (come Boeing o Lockheed Martin) ogni spesa documentata, aggiungendovi una percentuale fissa di profitto garantito. Un simile incentivo perverso stimolava l’estensione sistematica dei tempi di consegna e la dilatazione dei costi, poiché l’inefficienza tecnica si traduceva in maggiori ricavi per l’appaltatore privato[11].
Musk ha scardinato questa dinamica introducendo contratti commerciali a prezzo fisso e legati esclusivamente al raggiungimento di precisi traguardi tecnologici (milestone-based contracts). Assumendosi l’intero rischio operativo e finanziario di un eventuale fallimento nello sviluppo dei vettori riutilizzabili Falcon 9 e Starship, SpaceX ha condotto l’intera industria spaziale a misurarsi con i parametri dell’efficienza di mercato. Il risultato economico è stato straordinario: il costo di lancio per chilogrammo in orbita terrestre bassa è crollato di oltre il 90%, generando risparmi per miliardi di dollari a favore dei contribuenti americani e liberando risorse pubbliche che la NASA ha potuto riallocare nella ricerca pura. Questo stesso dinamismo getta una luce diversa anche sulle recenti evoluzioni che vedono Musk impegnato sul fronte istituzionale con l’iniziativa del Department of Government Efficiency (DOGE)[12].
Se gli osservatori più scettici vi scorgono il rischio di un conflitto d’interessi su scala globale, sotto il profilo della teoria della scelta pubblica (public choice theory) l’intervento di Musk si configura come una battaglia contro la cattura della burocrazia ministeriale da parte di gruppi di pressione parassitari.
Nel pensiero di Smith, gran parte delle funzioni burocratiche dello Stato ricadeva nella categoria del lavoro improduttivo, che consumava ricchezza senza produrre valore reale[13]. L’azione di Musk, tesa a semplificare le procedure autorizzative, tagliare le normative ridondanti e ottimizzare i processi gestionali delle agenzie federali, non mira a indebolire lo Stato, ma a modernizzarlo, applicando i criteri di efficienza della gestione privata alla macchina amministrativa.
Si delinea pertanto non una predazione opportunistica del pubblico da parte del privato, ma una sintesi virtuosa e moderna: lo Stato agisce come investitore iniziale ad alto rischio, mentre l’imprenditore apporta la rapidità di esecuzione, la flessibilità organizzativa e la costante tensione all’efficienza tipiche del mercato concorrenziale.

Dall’interesse collettivo all’«uomo sistematico»

La cooperazione simbiotica tra capitali pubblici e iniziativa privata sposta tuttavia il baricentro delle decisioni economiche da una dimensione diffusa a una fortemente accentrata. Se il modello liberale classico postula che il benessere collettivo debba emergere in modo spontaneo e decentralizzato dalle scelte atomistiche di una moltitudine di agenti economici, la prassi di Musk vi sostituisce una pianificazione personalistica e di lungo periodo. Il fondatore di Tesla e SpaceX non si limita a rispondere ai segnali dei prezzi espressi dal mercato, ma pretende di indirizzare la frontiera tecnologica e geopolitica globale verso obiettivi extratemporali; dalla salvaguardia della libertà di parola alla preservazione della coscienza umana oltre i confini terrestri.
È in questa pretesa di ridefinire autonomamente le traiettorie di sviluppo della società che si ravvisa il rischio dell’«uomo sistematico» paventato da Adam Smith nella sua Teoria dei sentimenti morali[14]. Per il filosofo scozzese, il pianificatore che presume di poter governare la società come un corpo rigido commette un errore fondamentale di presunzione regolatoria: «L’uomo sistematico (…) sembra immaginare di poter disporre i diversi membri di una grande società con la stessa facilità con cui la mano dispone i diversi pezzi su una scacchiera»[15].
Nella prospettiva smithiana, l’accentramento di un simile potere decisionale nelle mani di un solo attore – ancorché privato – sottrae al mercato la sua capacità intrinseca di autoregolazione, subordinando l’allocazione delle risorse all’intuizione (o all’arbitrio) di un singolo individuo privo di bilanciamenti democratici.
Eppure, la teoria economica del Novecento offre una chiave di lettura complementare che mitiga questa critica. Joseph Schumpeter ha ampiamente dimostrato che i grandi salti di paradigma tecnologico non avvengono tramite piccoli compromessi incrementali guidati dalla mano invisibile, bensì attraverso la spinta rivoluzionaria dell’imprenditore innovatore e il processo di «distruzione creatrice»[16]. Il dinamismo schumpeteriano richiede per sua natura una deviazione dall’equilibrio stazionario concorrenziale: l’innovatore deve possedere una visione quasi monopolistica per scardinare le barriere d’ingresso e l’inerzia dei mercati saturi.     Ne consegue: l’ambizione messianica di Musk non è un’anomalia autoritaria, ma la precondizione psicologica e culturale necessaria per mobilitare capitali immensi verso progetti ad altissimo rischio che né i mercati finanziari tradizionali né lo Stato da solo avrebbero avuto il coraggio di finanziare.
Il vero nodo problematico risiede dunque nella sostenibilità temporale di questa spinta propulsiva. Come suggeriva lo stesso Schumpeter, il successo iniziale dell’innovatore reca in sé il rischio di una successiva cristallizzazione oligopolistica, in cui la difesa del potere di mercato acquisito finisce per soffocare l’emergere di nuovi concorrenti. La sfida che il capitalismo di Musk lancia alla teoria economica contemporanea è proprio questa: stabilire se il suo impero saprà rimanere un incubatore di innovazione continua o se, una volta consolidatosi, si trasformerà in una barriera insormontabile all’ingresso di futuri innovatori, riproducendo su scala tecno-industriale le stesse inefficienze che l’imprenditore americano ha storicamente contribuito a combattere.
Non siamo di fronte a una deriva iperliberista del mercato, ma a una transizione accelerata verso una forma di capitalismo politico: le grandi piattaforme tecnologiche e le infrastrutture fisiche dello spazio e delle telecomunicazioni agiscono come moderni feudi governati da un sovrano privato con l’avallo dello Stato[17].
Adam Smith non era un nemico del profitto ottenuto con il duro lavoro e l’ingegno, ma era un difensore intransigente della concorrenza, della morale comune e dell’equilibrio sociale. Se oggi il filosofo potesse commentare l’evoluzione del capitalismo di Elon Musk, ci ricorderebbe che un mercato senza vera concorrenza, dominato da oligarchi protetti dallo Stato e guidato dall’orgoglio smisurato di un singolo uomo, non è libertà economica: è solo una nuova veste per l’antica tirannia mercantilista[18].


Note

[1]     A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1973.
[2]    A. SMITH, Teoria dei sentimenti morali, Rizzoli, Milano 2001, p. 182. (Nota: la prima apparizione del concetto di “mano invisibile” nell’opera di Smith si trova in questo trattato).
[3]     C. DURAND, Tecnofeudalesimo. Critica dell’economia digitale, Alberti, Roma 2021, pp. 54-58. (Nota: per il parallelismo tra neomercantilismo e monopolio delle infrastrutture digitali).
[4]     A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1973, p. 55
[5] Ivi, p. 58
[6]     C. DURAND, Tecnofeudalesimo. Critica dell’economia digitale, Alberti, Roma 2021, pp. 54-58.
[7] A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1973, p. 145 (Libro I, Capitolo X, Parte II).
[8] M. MAZZUCATO, Lo Stato innovatore, Laterza, Bari 2014, pp. 32-35.
[9] A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1973, p. 450.
[10] NASA, Commercial Orbital Transportation Services: A New Era in Spaceflight, NASA History Program Office, Washington 2014, pp. 12-15.
[11] Ivi, p. 78.
[12]   REUTERS, «Musk’s DOGE: A new paradigm for federal spending», Reuters, 14 novembre 2024
[13]   A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1973, p. 330 (Libro II, Capitolo III).
[14]   A. SMITH, Teoria dei sentimenti morali, Rizzoli, Milano 2001, pp. 320-324.
[15] Ivi, p. 325.
[16]  J. SCHUMPETER, Capitalismo, socialismo e democrazia, Etas, Milano 1977, p. 83.
[17] C. DURAND, Tecnofeudalesimo. Critica dell’economia digitale, Alberti, Roma 2021, p. 112.
[18] A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1973, pp. 452-455.


Foto copertina: Elon Musk davanti a un razzo SpaceX