Il Kemalismo, l’ideologia sostenuta da Mustafa Kemal Atatürk, ha trasformato la Turchia in uno stato moderno e laico. Basato su sei principi fondamentali, si è evoluto nel corso del secolo passato, rimanendo una guida per il progresso nazionale. Oggi, il suo impatto è ancora al centro del dibattito politico e culturale turco.
Di Gabriele Avallone
Le origini del Kemalismo
Nel 1931 il congresso del Partito Repubblicano del Popolo (in turco CHP) approvò il nuovo programma basato su sei principi che, da quel momento in avanti, avrebbero rappresentato l’ideologia fondante del Kemalismo (Kemalizm) o Ataturkismo. Sono le cosiddette “sei frecce”, Altı Ok in turco, che vennero poi inserite nella Costituzione nel 1937: il nazionalismo, il repubblicanesimo, il populismo, lo statalismo, il laicismo e il rivoluzionarismo/riformismo. Per Atatürk e gli altri nazionalisti questi principi dovevano aiutare il governo a modernizzare e occidentalizzare il loro popolo.
Secondo la Lea Nocera, docente presso l’Università di Napoli “L’Orientale” dove insegna Lingua e Letteratura Turca, “il kemalismo trova (…) ispirazione in altri governi che negli stessi anni hanno come scopo la trasformazione del proprio paese attraverso una ‘nazionalizzazione delle masse’, in particolar modo il regime fascista italiano e il bolscevismo sovietico.”[1]
In ogni caso, le nuove leggi e le riforme approvate dal governo di Ankara negli anni successivi, servirono a mostrare al mondo le aspirazioni della giovane nazione turca che, alla fine, creò un terzo polo, un nuovo modello unico di sviluppo sociale ed economico, pensato per emancipare la Turchia da secoli di isolamento culturale e fanatismo religioso. Il governo kemalista per favorire la diffusione della nuova ideologia, dapprima creò le Case del Popolo nelle città e, in seguito, si assicurò che anche le istituzioni scolastiche e la stampa fossero al servizio dello stato. In pratica, “il partito kemalista (…) controlla ogni luogo di produzione e attività culturale, impedendo ogni forma di critica.”[2]
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Laicismo e Nazionalismo: la spada e lo scudo
Il principio o la freccia del Laicismo è, ancora oggi, forte oggetto di discussione da parte dell’opinione pubblica turca. Noto in turco come Laiklik, il laicismo venne inserito nella Costituzione per sancire una volta per tutte la separazione tra stato e religione. Sebbene questo fosse l’obiettivo primario, i kemalisti si assicurarono anche di controllare la religione, rendendo l’Islam più turco. A dimostrazione di ciò, lo storico Antonello Biagini sostiene che “nel luglio 1932 si stabilisce che anche l’ezan, l’invito alla preghiera, avrebbe dovuto essere rivolto in turco e non più in lingua araba.”[3]
Certamente non mancarono le critiche verso questi provvedimenti, ma Atatürk credeva che la gioventù turca avrebbe in futuro salvaguardato la Repubblica e i suoi principi, distaccandosi da quella che per lui era mera superstizione. Almeno per ora, una vera guerra aperta alla religione era praticamente impossibile e inutile, anche perché “la vera nuova Turchia stava nascendo con le nuove generazioni, (…), certe cose si sarebbero risolte col tempo.”[4]
Per quanto riguarda il Nazionalismo (Milliyetçilik in turco) invece, è legato essenzialmente ai concetti di sovranità e indipendenza, essenziali per garantire un possibile futuro a questa giovane nazione. In principio, questa idea venne fortemente osteggiata dall’élites imperiali ottomane che preferivano il panturchismo. Successivamente, con l’arrivo dei kemalisti si cercò di presentare il nazionalismo sotto una luce differente. Feroz Ahmad afferma che “il nazionalismo/patriottismo rimase inclusivo, territoriale piuttosto che etnico.”[5] Pertanto, chiunque poteva sentirsi e definirsi turco senza dover essere discriminato, indipendentemente dal credo o l’etnia a cui si appartiene. D’altronde, lo stesso Atatürk amava ripetere la seguente frase, “Ne Mutlu Türküm Diyene”, ovvero, “Beato chi dice: Io sono turco”, rifiutando il panturchismo. Chiunque viva all’interno dei confini di questo nuovo paese può da questo momento in avanti definirsi “Turco”.
Kemalismo oggi: quale futuro?
Gli analisti della politica turca hanno spesso provato ad interrogarsi riguardo il futuro di questa ideologia, tenendo conto dei molteplici cambiamenti avvenuti in Turchia. Dopo la morte di Ataturk, la sua eredità è stata spesso contesa, specialmente negli anni ’70 tra gli ambienti della sinistra e della destra turca. Se la sinistra turca cercò di rappresentare il kemalismo in chiave antimperialista e terzomondista, la destra ultranazionalista, invece, la utilizzò in chiave anticomunista. La storia prese una piega differente con la presenza in parlamento di islamisti quali Erbakan ed Erdogan. Soprattutto quest’ultimo, con il partito AKP, è riuscito a portare avanti una notevole opera di infiltrazione nelle istituzioni kemaliste, erodendo il controllo delle forze laiche, sia civili sia militari, sulla società. Potremmo forse dire che il Kemalismo sia concluso? Probabilmente no, dopo la sconfitta dell’AKP alle elezioni amministrative del 2019 proprio contro il CHP, suo grande rivale. La vittoria di Ekrem İmamoğlu venne vista da alcuni elettori come la rinascita del Kemalismo, mentre per il Guardian è diventato “lo sfidante di più alto profilo del presidente Recep Tayyip Erdogan da anni.”[6] In un quadro politico del genere, ormai, l’unica cosa certa è che il 10 novembre tutte le forze politiche saranno unite nell’osservare un minuto di silenzio in onore di Kemal Ataturk.
Note
[1] L. Nocera, “La Turchia Contemporanea”, Roma, Carocci, 2011, p. 24
[2] Ibidem
[3] A. Biagini, “Storia della Turchia Contemporanea”, Firenze, Bompiani, 2017, p. 95
[4] F. Grassi, “Ataturk”, Roma, Salerno Editrice, 2008, p. 345
[5] F. Ahmad, “Turkey – The quest for identity”, London, Oneworld, 2014, p. 89
[6] B. McKernan, “Ekrem İmamoğlu: who is Istanbul election winner and how did he do it?”, 2019, Ekrem İmamoğlu: who is Istanbul election winner and how did he do it? | Turkey | The Guardian
Foto copertina: Kemalismo













