La guerra costante tra percezione e realtà.
Di Vincenzo Coppola
Media e narrazioni del conflitto: la costruzione della percezione pubblica
La guerra in Ucraina ha evidenziato in maniera straordinaria il ruolo dei media come strumenti non solo di informazione, ma di costruzione e modellazione della percezione pubblica dei conflitti, con effetti diretti sulle politiche internazionali. I media, tradizionali e digitali, operano come veicoli attraverso i quali le élite politiche e militari promuovono narrazioni strategiche, selezionando eventi, immagini e interpretazioni in modo da orientare il dibattito pubblico e, conseguentemente, il consenso verso determinate azioni geopolitiche. Come osservano Herman e Chomsky, «i media non sono semplicemente strumenti di informazione, ma meccanismi attraverso i quali le élite modellano l’opinione pubblica e legittimano strategie geopolitiche»[1], sottolineando come il flusso informativo sia strettamente intrecciato agli interessi di potere. La narrazione mediatica occidentale sulla guerra in Ucraina tende a concentrarsi sulla resistenza ucraina e sulla percezione della Russia come aggressore. Questo approccio non è neutrale, ma funzionale a sostenere l’adesione politica e popolare a decisioni strategiche quali l’invio di armamenti, l’applicazione di sanzioni economiche e il rafforzamento dei legami con la NATO[2]. La rappresentazione selettiva di eventi, come bombardamenti mirati o episodi di violenza contro civili, funziona da catalizzatore emotivo, generando un senso di urgenza e legittimando l’intervento esterno. Al contrario, la narrativa russa enfatizza la difesa dei confini e la protezione delle minoranze russofone, descrivendo le proprie operazioni come azioni necessarie a garantire la sicurezza nazionale[3]. Tali strategie comunicative sono strettamente intrecciate con obiettivi geopolitici: la costruzione di consenso interno e internazionale, il rafforzamento della legittimità dello Stato e la pressione sugli avversari globali. Il ruolo dei social media introduce ulteriori complessità. Piattaforme come Twitter, Telegram e TikTok permettono una circolazione rapida di immagini, video e commenti che amplificano narrazioni locali o nazionali a scala globale. Questo fenomeno non solo accentua la polarizzazione dell’opinione pubblica, ma consente anche operazioni di informational warfare, mirate a influenzare il percepito di conflitti, destabilizzare alleanze o rafforzare blocchi di consenso strategici. In questa dinamica, come evidenzia McLuhan, «il medium è il messaggio»[4]: la forma stessa della comunicazione (visiva, testuale, istantanea) modifica la comprensione degli eventi e l’interpretazione politica, trasformando la percezione della guerra in un terreno di negoziazione geopolitica tanto quanto lo spazio fisico del conflitto.
Inoltre, l’analisi geopolitica non può prescindere dalla dimensione economica e simbolica dei media. La diffusione di immagini e informazioni contribuisce a costruire un consenso per l’aumento delle spese militari, la definizione di alleanze strategiche e l’implementazione di misure di sicurezza interne. In tal senso, i media operano come strumenti di potere soft, capaci di orientare la politica internazionale senza il ricorso diretto alla forza militare. La combinazione di narrazioni selettive, ripetizione di simboli emotivi e costruzione di una “minaccia permanente” genera quello che può essere definito un ciclo di guerra-percezione, in cui il conflitto non è solo militare, ma anche comunicativo e sociale, contribuendo a stabilizzare una condizione di guerra permanente nel discorso pubblico e nelle strategie statali.
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Opinione pubblica, psicologia sociale e consenso alla militarizzazione.
Il conflitto in Ucraina ha reso evidente come la percezione pubblica possa essere modellata per legittimare politiche di militarizzazione su scala nazionale e internazionale. La narrazione mediatica, la comunicazione strategica governativa e le piattaforme digitali hanno contribuito a creare un consenso diffuso verso l’incremento delle spese militari e la fornitura di armamenti avanzati all’Ucraina. Secondo lo European Security and Defence Monitor 2023, oltre il 70% della popolazione europea sostiene un aumento dei budget militari in risposta al conflitto, con picchi superiori all’85% in Polonia, Lituania e Romania[5]. In Germania, il sostegno al rafforzamento della Bundeswehr e alla fornitura di armi all’Ucraina supera il 78%, mentre in Francia la percentuale è del 68%[6]. Nel Regno Unito, nonostante il dibattito politico acceso, il 65% degli intervistati approva il supporto militare a Kiev[7]. Dal punto di vista dei budget, l’impatto del conflitto è tangibile: tra il 2020 e il 2022, la spesa militare europea cresceva mediamente del 4,5% annuo, ma nel 2022-2023 la crescita ha raggiunto il 12% in Germania, il 15% in Polonia, il 14% in Romania e il 10% in Francia[8]. Nei Paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania hanno incrementato rispettivamente del 19%, 18% e 20% le spese militari, con un focus specifico su sistemi missilistici e difesa aerea[9]. Negli Stati Uniti, un’indagine del Pew Research Center del 2023 documenta che il 65% degli intervistati approva un sostegno militare diretto all’Ucraina, mentre il 52% sostiene l’invio di sistemi d’arma avanzati come droni armati e missili tattici[10]. Complessivamente, il Congresso USA ha stanziato oltre 40 miliardi di dollari in aiuti militari diretti all’Ucraina nel 2022, comprendenti droni MQ-9 Reaper, sistemi missilistici HIMARS e equipaggiamenti di sorveglianza[11]. La teoria della spirale del silenzio di Elisabeth Noelle-Neumann fornisce un quadro interpretativo essenziale per comprendere queste dinamiche. La studiosa tedesca osservava che «gli individui tendono a conformarsi all’opinione percepita come maggioritaria, evitando di esprimere dissenso»[12]. Nel contesto europeo e transatlantico, la predominanza di narrazioni mediali orientate alla minaccia russa ha creato una pressione sociale implicita, marginalizzando le voci critiche o neutrali. Studi sull’attività social evidenziano che il 45% dei contenuti condivisi sui social relativi alla guerra in Ucraina in Europa occidentale presenta una narrativa favorevole alla militarizzazione, mentre contenuti critici o pacifisti non superano il 12%[13]. Analizzando le politiche concrete, gli effetti del consenso pubblico sono tangibili. La Germania ha approvato un piano di modernizzazione della Bundeswehr da 100 miliardi di euro, inclusi carri armati Leopard 2, sistemi d’artiglieria PzH 2000 e nuovi sistemi missilistici terra-aria[14]. La Polonia ha ordinato più di 100 F-35 e sistemi Patriot, mentre Romania e Paesi baltici hanno rafforzato le proprie forze aeree e di difesa missilistica[15]. Nel Regno Unito, il governo ha incrementato di 8 miliardi di sterline il budget per armamenti e supporto logistico all’Ucraina, concentrandosi su droni, veicoli blindati e armi anti-carro[16]. I social media amplificano ulteriormente la percezione della minaccia e il consenso alla militarizzazione. L’Atlantic Council evidenzia che il 40-50% dei contenuti social legati alla guerra in Ucraina contiene elementi propagandistici, con un impatto significativo sul sostegno pubblico alle decisioni militari[17]. La spirale del silenzio, combinata con la predominanza di narrazioni percepite come maggioritarie, riduce lo spazio per discussioni critiche, rendendo il consenso alla militarizzazione percepito come naturale. La pressione sociale e l’orientamento dei media hanno influenzato decisioni strategiche di alleanze e deterrenza internazionale. Il programma Nato 2030 prevede la creazione di forze di reazione rapida rafforzate in Polonia, Romania e Paesi baltici, supportate dal dispiegamento di droni di sorveglianza e sistemi missilistici Patriot[18]. La combinazione di dati empirici, percezione sociale e media mainstream dimostra come la psicologia sociale sia diventata uno strumento centrale della geopolitica contemporanea, facilitando decisioni militari rilevanti e consolidando il consenso verso una condizione di guerra permanente.
Militarizzazione, opinione pubblica e scenari geopolitici futuri
La guerra in Ucraina ha delineato un modello di militarizzazione che trascende la dimensione strettamente tattica e quantitativa, configurandosi come fenomeno strutturale e culturale. Norbert Elias, nell’analisi dei processi di civilizzazione, sottolineava come la percezione della violenza sia storicamente e socialmente costruita, influenzando la formazione delle istituzioni e dei comportamenti collettivi[19]. La guerra permanente, intesa non come evento episodico ma come struttura continua, agisce su più livelli: politico, sociale e cognitivo, trasformando la sicurezza in un imperativo costante e interiorizzato. Giovanni Sartori ha osservato che «la militarizzazione cognitiva altera la percezione del rischio, rendendo la minaccia un elemento costitutivo della vita sociale»[20], suggerendo come la guerra si sedimenta anche nella coscienza pubblica. Il ruolo dei media e della formazione dell’opinione pubblica emerge come centrale nella costruzione di questa normalità bellica. Elisabeth Noelle-Neumann, con il concetto di spirale del silenzio, mette in luce il meccanismo attraverso cui la percezione di una maggioranza schiacciante induce gli individui a non esprimere dissenso: «Gli individui tendono a non esprimere opinioni contrarie quando percepiscono una maggioranza schiacciante»[21]. Tale dinamica amplifica la legittimazione sociale delle politiche militari e riduce lo spazio per il dibattito critico, mentre la selezione e il framing dei contenuti mediatici accentuano la percezione della guerra come inevitabile e giustificata. Le immagini e i reportage, spesso orientati verso la spettacolarizzazione della violenza, contribuiscono a rendere la militarizzazione accettata come componente ordinaria della vita civile. Le implicazioni geopolitiche si estendono oltre il teatro operativo. L’Europa orientale si configura come un laboratorio di deterrenza multilivello: la presenza di sistemi missilistici avanzati, droni tattici e centri di comando integrati segnala la convergenza tra tecnologie militari e strategie di controllo sociale[22]. La cooperazione tra NATO e paesi non membri, l’intensificazione di esercitazioni congiunte e lo sviluppo di infrastrutture logistiche avanzate testimoniano una professionalizzazione crescente dei dispositivi difensivi, che si accompagna a una ridefinizione dei confini geopolitici e delle gerarchie di potere. Zygmunt Bauman sottolinea come la guerra contemporanea si configuri come «spettacolo, rituale sociale e strumento di governance della paura»[23], evidenziando l’intreccio tra narrazione mediatica, consenso sociale e strategia politica. L’analisi dei flussi informativi post-Ucraina mostra come la percezione della minaccia e la costruzione narrativa del conflitto contribuiscano a modellare comportamenti collettivi, rendendo la militarizzazione non solo una questione tecnica, ma un fenomeno culturale e simbolico.
La normalizzazione della guerra permanente rischia di sedimentare nel tessuto sociale una forma di accettazione implicita della tensione, della polarizzazione e del sospetto reciproco, con effetti indiretti ma duraturi sulla governance, sulla coesione sociale e sul dibattito politico. La guerra permanente si configura come una struttura multidimensionale, capace di trasformare non solo la strategia militare, ma anche le norme sociali e culturali. La percezione costante della minaccia, amplificata dalla rappresentazione mediatica, contribuisce a legittimare scelte politiche aggressive e a consolidare un consenso passivo che limita il pluralismo e la riflessione critica. Questo intreccio tra militarizzazione, narrazione pubblica e geopolitica implica che la gestione futura della sicurezza internazionale dovrà considerare non solo gli strumenti militari, ma anche le dinamiche cognitive e sociali che ne determinano l’accettazione e la perpetuazione, evitando che la guerra permanente diventi norma interiorizzata e culturalmente accettata. Come osservava Hannah Arendt, «La banalità del male consiste nella perdita della capacità di pensare criticamente»[24], una lezione che invita a riflettere su come la normalizzazione della guerra possa compromettere la capacità collettiva di giudizio e resistere all’inerzia sociale.
Note
[1] N. HERMAN, E. CHOMSKY, Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, Pantheon Books, New York 1988, p. 1-20.
[2] A. M. PALLAS, «La copertura occidentale della guerra in Ucraina», Journal of Conflict Studies, n. 12, 2023, p. 45-62.
[3] V. IVANOV, Propaganda e percezione internazionale dei conflitti, RAS Press, Mosca 2022, p. 77-94.
[4] M. MCLUHAN, Understanding Media: The Extensions of Man, MIT Press, Cambridge 1964, p. 9-15.
[5] European Security and Defence Monitor 2023, European Union Institute for Security Studies, Parigi 2023, p. 45-52.
[6] IISS, The Military Balance 2022-2023, Routledge, Londra 2023, p. 33-49.
[7] Pew Research Center, U.S. Public Opinion on Ukraine and Military Support, Washington D.C., 2023, p. 14-21.
[8] Bundesministerium der Verteidigung, Bundeswehr Modernization Plan, Berlino 2022, p. 22-30.
[9] NATO, Defence Expenditure of Member States, Annual Report 2022, p. 7-15.
[10] Pew Research Center, U.S. Public Opinion on Ukraine and Military Support, Washington D.C., 2023, p. 14-21.
[11] US Department of Defense, Ukraine Security Assistance Overview, Washington D.C., 2022, p. 3-9.
[12] E. NOELLE-NEUMANN, The Spiral of Silence: Public Opinion – Our Social Skin, University of Chicago Press, Chicago 1993, p. 45-63.
[13] Atlantic Council, Disinformation and the Ukraine Conflict, Washington D.C., 2023, p. 10-27.
[14] Bundesministerium der Verteidigung, Bundeswehr Modernization Plan, Berlino 2022, p. 31-40.
[15] NATO, Defence Expenditure of Member States, Annual Report 2022, p. 16-24.
[16] UK Ministry of Defence, Defence Spending and Ukraine Support, Londra 2023, p. 5-13. [17] Atlantic Council, Social Media Influence and the Ukraine Conflict, Washington D.C., 2023, p. 15-27.
[18] NATO, NATO 2030: United for a New Era, Bruxelles 2022, p. 8-20.
[19] N. ELIAS, La società degli individui, Il Mulino, Bologna 2000, p. 74-92.
[20] G. SARTORI, Homo videns e la militarizzazione cognitiva, Il Mulino, Bologna 2018, p. 110-125.
[21] E. NOELLE-NEUMANN, The Spiral of Silence: Public Opinion – Our Social Skin, University of Chicago Press, Chicago 1993, p. 45-63.
[22] Istituto per gli Studi di Sicurezza Internazionale, Eastern Europe Strategic Outlook, Roma 2023, p. 12-28.
[23] Z. BAUMAN, La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 85-102.
[24] H. ARENDT, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1963, p. 42.
Foto copertina: La società della guerra permanente. Immagine generata da ChatGPT













