In Bolivia contadini, operai e popoli originari sfidano il nuovo modello estrattivo e securitario promosso dal presidente Paz in accordo con l’amministrazione Trump.
Da ormai 50 giorni in Bolivia è in corso una mobilitazione contadina, operaia e popolare in cui risulta difficile non indentificare tutti gli estremi di una vera e propria rivolta sociale. Marce, scioperi e blocchi stradali (quasi 100 organizzati in tutto il Paese) tengono sotto scacco il governo di Rodrigo Paz Pereira che a metà giugno ha proceduto a proclamare lo stato di eccezione.
In un clima di tensione crescente, lo scontro tra le Forze Armate e i manifestanti ha fino a questo momento prodotto la morte di 7 manifestanti (accertati), decine di feriti e oltre 300 arresti. Nel frattempo, da Washington, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che “gli Stati Uniti non permetteranno a criminali e trafficanti di destituire presidenti democraticamente eletti nel loro continente”[1].
I protagonisti della rivolta
In realtà, ad ispirare le dirompenti proteste di questi mesi è stato innanzitutto l’appello lanciato dalla Confederación Obrera Boliviana (COB) in occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori. Denunciando l’aumento indiscriminato dei prezzi e il deterioramento del potere d’acquisto, la mobilitazione della centrale operaia è stata mossa inoltre dall’afflusso di benzina di scarsa qualità sul mercato nazionale, motivato dai rincari seguiti alla guerra in Medio Oriente, prima che dalla rimozione dei sussidi per l’acquisto dei combustibili ratificata dal governo Paz. Accanto alla richiesta di un programma di riparazioni per i danni arrecati agli autoveicoli, la Confederazione spingeva soprattutto per un aumento del 20% dei salari (a fronte di un livello di inflazione interannuale stimato al 23% per il 2025), e per l’abrogazione delle prime riforme d’austerità varate dal governo. Le rivendicazioni si sono estese, arrivando ad includere la richiesta delle dimissioni di Paz, quando la COB è stata affiancata alla testa del movimento dalla Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB), la più importante organizzazione nazionale del movimento contadino-indigeno boliviano. Immediatamente, lo schieramento netto della CSUTCB, che dal 1979 riunisce organizzazioni indigene aymara e quechua, piccoli produttori rurali e federazioni rurali contadine, si è tradotto nell’espansione dei blocchi stradali verso Cochabamba, Santa Cruz, Potosí e Chuquisaca, fino a raggiungere l’intero territorio nazionale[2]. Nel dipartimento di La Paz, particolarmente rilevante si è rivelata l’operatività di una tra le sue affiliazioni più combattive, la Federación Túpac Katari. Richiamandosi alle gesta del leader indigeno che guidò l’assedio della città contro il dominio coloniale spagnolo, la Túpac Amaru rappresenta le comunità aymara dell’altopiano che circonda La Paz ed El Alto, il centro propulsivo del movimento indigeno boliviano, ma anche un’area strategica essenziale per i collegamenti della capitale.
Nelle ultime settimane, a dispetto delle esitazioni mostrate dalla dirigenza COB intorno all’opportunità di convocare lo sciopero generale, sono stati proprio i rappresentanti delle aree rurali e delle federazioni più radicate territorialmente a difendere le domande dei lavoratori, contadini, militanti e cittadini boliviani che hanno marciato, innalzato barricate e bloccato le arterie principali del Paese resistendo alla smobilitazione.
A due mesi dal loro inizio, le proteste sono oramai animate dalla messa in discussione dell’intero modello neoliberista, securitario ed estrattivista verso cui, secondo i manifestanti, sta virando il primo governo eletto dopo circa un ventennio di dominio del Movimiento Al Socialismo (MAS)[3].
La contesa interna al progressimo
Dal 2006 fino al 2019, il Palacio Quemado, sede della presidenza boliviana, è stato occupato da Evo Morales, il primo presidente della storia latinoamericana ad aver rivendicato la propria appartenenza ad un popolo originario, cui nel 2020 è succeduto Luis Arce, scelto tra le fila del MAS.
Analizzando il presente contesto boliviano, al netto della persistente attenzione rivoltagli dalla stampa internazionale, appare doveroso prendere atto del ridimensionamento della presa del leader aymara sui movimenti indigeni e le organizzazioni sindacali che lo avevano portato al trionfo nel 2006. Innanzitutto, dall’11 maggio, su Morales pende un mandato di cattura per tratta di minori. Oltre alle accuse, che lo vedrebbero coinvolto in una relazione sessuale con un’adolescente consumatasi in connivenza con la famiglia della vittima (cui sarebbero stati assicurati favori politici ed economici), ad allontanarlo dalla sua base elettorale hanno contribuito le tensioni con Luis Arce sorte intorno alla leadership del MAS. Queste ultime, deflagrate in occasione del presunto tentativo di golpe del 2024, si sono infine esaurite con la sentenza del Tribunale Elettorale Nazionale che ha invalidato definitivamente la possibile ricandidatura di Morales, sancendone la fuoriuscita dal Movimento[4].
È alla poco avvincente trama dell’irreparabile frattura tra “evisti” e “arcisti” che, all’indomani delle elezioni presidenziali del 2025, molti analisti hanno fatto risalire il trionfo di Paz, candidato del Partido Demócrata-Cristiano[5].
La crisi economica ereditata da Paz
Al netto della contesa con il suo predecessore, già quella governata da Arce era già una Bolivia profondamente cambiata rispetto agli anni di ascesa e consolidamento del MAS.
Paz ha dovuto ben presto constatarlo. La crescita economica che nel 2003 viaggiava ad un incremento annuo corrispondente al 4% del PIL era ridotta allo 0,7% alla fine del 2025.
Nel settembre dello stesso anno, le riserve in dollari accumulate in corrispondenza del commodity boom (il picco di apprezzamento delle materie prime sui mercati internazionali che nei primi anni Duemila finanziò le politiche redistributive dei governi progressisti latinoamericani) fino a superare i 13 miliardi di dollari, oramai decimate, erano calcolate in 103 milioni di dollari[6]. Insieme alla scarsità di valuta forte, al tasso di inflazione annuale al 24% e all’esaurimento definitivo della trend di crescita, il governo democristiano ha ereditato una moneta nazionale “affaticata” da oltre un decennio di sopravvalutazione scaturito dalla parità cambiaria fissata col dollaro (dal 2011, 1$ equivale a 6,86-6,96 bolivianos) ed un debito estero di 15,7 miliardi di dollari[7].
A fronte di un simile scenario economico e di un orizzonte geopolitico totalmente rimodellato dalla nuova postura dell’amministrazione statunitense nelle Americhe, l’articolazione inizialmente liberale e moderata del programma di Paz ha dovuto confrontarsi con l’esigenza di ricercare nuovi finanziamenti al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e alla Banca Interamericana dello Sviluppo[8], laddove le garanzie di solvibilità sono storicamente legate all’implementazione di una stretta disciplina fiscale e la sponsorship statunitense può fare la differenza tra l’isolamento creditizio e l’accesso a prestiti miliardari.
Una proposta moderata ha incontrato la Dottrina Donroe
L’accelerazione polarizzante che descrive il moto della cosiddetta “Dottrina Donroe” ha fatto sì che una campagna elettorale fondata sul semplice distanziamento dalla condotta degli “indisciplinati della regione” – all’epoca, Venezuela, Cuba e Nicaragua – e la volontà di riavvicinare La Paz a Washington, in un’ottica di superamento della crisi economica ed istituzionale, confluissero in una svolta securitaria e neoliberale ben più dura di quella annunciata lo scorso anno dall’attuale presidente e dal suo vice, Edmand Lara.
Facendo leva anche i trascorsi di quest’ultimo, ex-poliziotto di estrazione popolare divenuto famoso grazie alla sua campagna social di denuncia contro la corruzione nelle Forze Armate, Paz prometteva un rinnovamento politico ed etico verso cui sarebbero confluiti molti dei voti del MAS. Un programma ben distinto, per intendersi, da quello difeso da José Antonio Kast in Cile o Javier Milei in Argentina, in cui la riforma dell’agro e la rimozione dei sussidi al carburante, fatti approvare negli scorsi mesi e rivendicati come parte del ricambio politico necessario, hanno comunque finito per essere inglobati quasi gravitazionalmente nell’orbita del modello securitario ed estrattivista affermatosi nei Paesi vicini e funzionale agli interessi strategici di Washington.
A inizio 2026, l’ufficializzazione del riavvicinamento al Nord è stata segnata dalla riammissione della Drug Enforcement Administration (DEA) in Bolivia a diciotto anni dalla sua espulsione e dall’adesione del nuovo mandatario allo Shield of the Americas Summit, l’iniziativa sponsorizzata da Trump per promuovere il rafforzamento della lotta al narcotraffico, al crimine organizzato transnazionale e al riciclaggio di denaro. Nelle settimane precedenti, il suo esecutivo aveva preso già parte al Critical Minerals Ministerial organizzato dal Dipartimento di Stato, manifestando l’interesse ad includere i materiali critici boliviani nelle catene di approvvigionamento statunitensi. Solo il 26 aprile, però, con la sottoscrizione di un Memorandum di Intesa sui Materiali Critici con Washington, le implicazioni del nuovo vincolo con gli Stati Uniti sono apparse nella loro inesorabilità[9].
Dalla sicurezza all’estrattivismo, dall’estrattivismo all’austerità
Attualmente al centro della competizione strategica tra le grandi potenze, le risorse oggetto dell’accordo risultano essenziali per la fabbricazione di batterie di auto elettriche, pannelli solari, pale eoliche e praticamente di ogni strumento di elettronica avanzata. Oltre alle riserve di litio che collocano il Paese al centro del cosiddetto “triangolo del litio” formato con il Cile e l’Argentina, da sola, la Bolivia ospita ben 31 dei 38 materiali critici più richiesti[10]. Un patrimonio che i boliviani non sono disposti a cedere facilmente.
Se la firma del Memorandum ha preceduto di una sola settimana l’inizio del lungo Primo maggio boliviano, lo sviluppo delle vertenze si è ancor più decisamente sovrapposto all’interlocuzione con il FMI per la ristrutturazione del debito estero.
A fine maggio, tentando di rassicurare investitori[11] e manifestanti, il presidente ha annunciato l’imminente arrivo di 5 miliardi di dollari in crediti che saranno investiti “non in spesa pubblica o rialzo dei salari, ma nel rafforzamento dell’economia del Paese” [12].
Ben presto, il rifiuto delle ingerenze del Fondo nella politica interna si è fatto spazio tra le rivendicazioni di lavoratori e contadini.
Pensando alle condizionalità allegate agli accordi per la ristrutturazione del debito del Suriname del 2023, ma anche agli strumenti con cui, a partire dagli ’80, il FMI ha collegato l’elargizione progressiva delle tranche di credito non solo alla disciplina fiscale, ma anche al flusso di esportazione delle materie prime[13], è possibile comprendere la pervasività della trappola in cui rischia di cadere la Bolivia.
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…Alla sicurezza: stato d’eccezione e militarizzazione delle istituzioni
Per gestire la rivolta sociale ed intercettando le richieste dell’imprenditoria nazionale preoccupata dalle perdite economiche derivanti dai blocchi stradali, a metà giugno, il governo Paz ha promulgato la Ley de Estado de Excepción (1740) e la successiva legge 1741. La nuova legislazione apre ad un quadro normativo in cui funzionano la presunzione di legalità operativa per le forze di polizia, l’autorizzazione all’arresto dei manifestanti per la durata di 8 ore in assenza di controllo giudiziario e la possibilità per l’esecutivo di convocare la cittadinanza al servizio attivo sotto il mandato delle FFAA in caso di minacce “esterne” (legittimando così il reclutamento di gruppi armati privati)[14]. L’accusa mossa ai “dirigenti sindacali corrotti” di aver ricevuto finanziamenti “esterni oscuri” [15] e la polemica ingaggiata col presidente colombiano Gustavo Petro, tacciato di interferire negli affari interni del Paese attaccandone la democrazia[16], lasciano presagire uno scenario poco rassicurante in cui i nuovi strumenti della repressione del dissenso troverebbero giustificazione nella lotta al nemico esterno, terrorista e narcotrafficante.
Non a caso, a 49 giorni dall’inizio delle mobilitazioni, il debellamento delle istanze di lavoratori e contadini boliviani è coinciso con il rafforzamento del vincolo securitario con Washington, sigillato da un accordo che stanzia 20 miliardi di dollari per la lotta al narcotraffico e l’addestramento delle forze di sicurezza boliviane[17].
Conclusioni
L’estrazione controllata delle risorse in una società militarizzata in nome della lotta narcotraffico e indebolita nella sua sovranità economica dalla governance del debito configura una prospettiva che eccede il caso boliviano.
Eppure, l’ammonimento di Evo Morales “O si va alle elezioni, oppure si militarizza il Paese” rilanciato dal Chapare (Cochabamba), dove è protetto da una base di fedelissimi che ne impediscono l’arresto, suona incredibilmente lontano. Non solo per la squalificazione tanto del legato suo quanto degli altri governi che hanno animato la stagione del “socialismo del XXI secolo” in America Latina, dimostratisi incapaci di sottrarre l’economia della regione alla dinamica estrattivista ed esportatrice. Tradendo le istanze dei popoli originari che, soprattutto in Bolivia, avevano impugnato la difesa della Terra e delle risorse naturali rendendosi protagonisti di un’irrupción plebeya capace di far rialzare la testa al subcontinente che resisteva sulle macerie del Washington Consensus, come molti dei suoi ex colleghi, Morales non risulta più adatto a rappresentarne le istanze. Specialmente in una congiuntura storica in cui le stesse domande sociali emerse in quegli anni devono scontrarsi con l’immanenza di un apparato finanziario, securitario ed imprenditoriale che pare eccedere il controllo della stessa amministrazione Trump, costretta ad un riposizionamento di forza all’interno del suo “giardino di casa”.
Stavolta, ancor più apertamente, la sfida intorno al modello economico e politico che si affermerà nei prossimi anni in America Latina ha esposto la propria natura extra-statale, in una dimensione pervasiva e globale. Ed è sulla stessa scala che occorre misurare la portata del lungo Primo maggio boliviano. Mentre gli usurati corpi intermedi, fra cui è possibile annoverare i partiti delegittimati come il MAS ed i sindacati – nella fattispecie, la COB, apparentemente pronta a trattare – faticano ad adattarsi al nuovo corso, le pratiche di lotta dei popoli originari e dei campesinos, per loro natura transnazionali e portatrici di un modello esistenziale, economico e politico del tutto alternativo a quello in fase di consolidamento, hanno animato la prima grande sfida alla “nuova avanzata delle destre in America Latina”.
Note
[1] “Marco Rubio advierte que EE.UU. no permitirá que el Gobierno de Bolivia sea derrocado”, SwissInfo, 20 maggio 2026, https://www.swissinfo.ch/spa/marco-rubio-advierte-que-ee.uu.-no-permitir%C3%A1-que-el-gobierno-de-bolivia-sea-derrocado/91447979.
[2] J. Georges Almendras, “Bolivia in rivolta dopo stato d’emergenza: sospetti di ingerenza USA nel decreto”, 17 giugno 2026, https://antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio-news/estero/bolivia-in-rivolta-dopo-stato-demergenza-sospetti-di-ingerenze-usa-nel-decreto.html.
[3] C. Villena,” COB decidió ir al diálogo con el Gobierno y campesinos esperan respuesta a sus condiciones, señala dirigente de la CSUTCB”, 17 giugno 2026, https://unitel.bo/noticias/politica/cob-decidio-ir-al-dialogo-con-el-gobierno-y-campesinos-esperan-respuesta-a-sus-condiciones-senala-dirigente-de-la-csutcb-AB21460770.
[4] “Evo Morales formaliza su renuncia al MAS”, DW, 17 febbraio 2025, https://www.dw.com/es/evo-morales-formaliza-su-renuncia-al-mas-partido-que-lider%C3%B3-por-m%C3%A1s-de-dos-d%C3%A9cadas/a-71777413.
[5] F. Molina, “La autodestrucción del MAS boliviano”, marzo-aprile 2025, https://www.nuso.org/articulo/316-autodestruccion-mas-boliviano/.
[6] B. Seel, “In Bolivia, Tough Debt Decisions Await Paz”, 21 ottobre 2025, https://www.americasquarterly.org/article/bolivia-tough-debt-decisions-await-paz/.
[7] “Bolivia – External Debt Stocks, Total (DOD, Current US$)”, Trading Economics, giugno 2026, https://tradingeconomics.com/bolivia/external-debt-stocks-total-dod-us-dollar-wb-data.html.
[8] M. T. Zegada Claure, A. Ortuño, “Rodrigo Paz en el Palacio: un balance provisorio del giro político boliviano”, maggio 2026, https://nuso.org/articulo/rodrigo-paz-en-el-palacio-un-balance-del-giro-politico-boliviano/.
[9] Bolivia y EEUU firman acuerdo sobre minerales críticos reafirmando disposición de Washington para fomentar la inversión”, 28 aprile 2026, Noticias de América Latina y el Caribe, https://www.nodal.am/2026/04/bolivia-y-y-eeuu-firman-acuerdo-sobre-minerales-criticos-reafirmando-disposicion-de-washington-para-fomentar-la-inversion/.
[10] Occorre considerare, fra gli altri, lo stagno, lo zinco, il magnesio, l’argento, il manganese, il tantalio. In proposito, si veda la fonte citata alla nota 9.
[11] J. Do Rosario,“Bolivia anuncia a inversores que un acuerdo con el FMI y la unificación cambiaria están cerca”, 15 giugno 2026, Bloomberg, https://www.bloomberglinea.com/latinoamerica/bolivia/bolivia-anuncia-a-inversores-que-un-acuerdo-con-el-fmi-y-la-unificacion-cambiaria-estan-cerca/.
[12] “Bolivia negocia un programa de créditos con el FMI por USD 5.000 millones para agricultores y organizaciones sociales”, 28 maggio 2026, Infobae, https://www.infobae.com/america/america-latina/2026/05/28/bolivia-negocia-un-programa-de-creditos-con-el-fmi-por-usd-5000-millones-para-agricultores-y-organizaciones-sociales/.
[13] B. Seel, op. cit.
[14] “Crisis en Bolivia: el Gobierno dio vía libre las fuerzas de seguridad y promulgó la Ley de Estado de Excepción”, C5n, 9 giugno 2026, https://www.c5n.com/mundo/crisis-bolivia-el-gobierno-dio-via-libre-las-fuerzas-seguridad-y-promulgo-la-ley-estado-excepcion-n240296. Si veda anche A. Sisa, “Represión. Ley 1741:frente a la crisis y el descontento popular, el gobierno apuesta por la represión”, 18 giugno 20026, https://www.laizquierdadiario.com/Ley-1741-frente-a-la-crisis-y-el-descontento-popular-el-gobierno-apuesta-por-la-represion.
[15] “Crisis en Bolivia: el Gobierno acusó a grupos vinculados al narcotráfico de intentar debilitar la democracia”, 9 giugno 2026, Infobae, https://www.infobae.com/america/america-latina/2026/06/09/crisis-en-bolivia-el-gobierno-acuso-a-grupos-vinculados-al-narcotrafico-de-intentar-debilitar-la-democracia/.
[16] “Paz afirma que declaraciones de Petro son un ‘ataque’ a la democracia de Bolivia”, El Comercio, 20 maggio 2026, https://elcomercio.pe/mundo/latinoamerica/rodrigo-paz-afirma-que-declaraciones-de-gustavo-petro-son-un-ataque-a-la-democracia-de-bolivia-colombia-ultimas-noticia/#google_vignette.
[17] V. Buschschlüter, “Bolivia signs $20m deal with US to fight drug trafficking”, 18 giugno 2026, https://www.bbc.com/news/articles/c9w28vzj0q0o
Foto copertina: Proteste in Bolivia













