World News, la rubrica che vi porta in viaggio attraverso i continenti per scoprire le notizie più rilevanti da ogni angolo del pianeta. Dall’America all’Asia, dall’Africa all’Europa, fino all’Oceania, vi aggiorniamo su politica, economia, ambiente, cultura e società, per offrirvi una panoramica globale e sempre aggiornata. Cosa è accaduto in America? notizie dal 1° al 31 agosto 2025
Argentina: Il presidente argentino Javier Milei ha dovuto interrompere un’attività di campagna elettorale in vista delle elezioni legislative, dopo che un gruppo di persone ha aggredito il convoglio presidenziale con il lancio di oggetti e pietre. Il capo di Stato si trovava a bordo di un’automobile pickup scoperta percorrendo la località di Lomas de Zamora, alla periferia di Buenos Aires, ed è stato immediatamente evacuato dalla scorta. Milei accompagnava il candidato del suo partito alle elezioni legislative della provincia di Buenos Aires, José Luis Espert, ed era circondato da una moltitudine di sostenitori al momento dell’aggressione. Il portavoce della Presidenza, Manuel Adorni, ha confermato in un comunicato che non ci sono stati feriti ed ha attribuito l’aggressione a militanti dell’opposizione che fa riferimento alla ex presidentessa Cristina Kirchner. Il governo Milei nella realtà dei fatti, tuttavia, sta attraversando un fase di grande crisi politica, probabilmente la peggiore dall’elezione avvenuta nel 2023. Gli ultimi mesi sono stati segnati da molteplici scandali di corruzione, legati al suo governo, rapidamente venuti alla luce. L’ultimo tra questi, e probabilmente il più grave, riguarda la sorella del Presidente, Karina Milei, figura chiave nel governo del presidente ultraliberista. Da una serie di audio filtrati è emersa l’esistenza di una presunta rete di corruzione che coinvolgeva diversi alti funzionari del governo coinvolti in una campagna di tangenti per la compravendita di medicinali destinati alle persone con disabilità. Non sorprende, dunque, una reazione così dura da parte dell’elettorato di Milei che, sin dalla campagna elettorale basò buona parte dei suoi interventi sulla condanna alla corruzione ad opera dei precedenti governi peronisti.
Bolivia: elezioni in Bolivia hanno sancito la fine di un’era politica in America Latina. Dopo quasi vent’anni al potere, il Movimento al Socialismo (Mas) storico partito della sinistra boliviana, ha subito una sconfitta secca alle urne, secondo i risultati preliminari diffusi dal Tribunale supremo elettorale. Completamente lacerato tra i gruppi dell’ex presidente Evo Morales e dell’attuale capo di Stato, Luis Arce, il Mas è imploso. Eduardo del Castillo, sostenuto da Arce, ha ottenuto il 3,2% delle preferenze. Il candidato di sinistra più votato è stato il presidente del Senato, Andrónico Rodríguez, che si proponeva come una figura di conciliazione in seno al movimento progressista, fischiato e preso a sassate davanti al seggio elettorale, ha ottenuto l’8,1%. Morales, escluso per mano della giustizia dalla corsa per il quarto mandato, ha guidato dalla giungla del Tropico di Cochabamba la sua strategia del voto nullo, e in effetti le schede in bianco hanno totalizzato un sorprendente 19%. Il Paese andino, piegato dalla crisi economica con scarsità di riserve in dollari, una forte svalutazione, un’inflazione al 25% e penuria di combustibili, ha deciso di svoltare a destra, con un inedito ballottaggio, che si terrà il 19 ottobre, tra il senatore Rodrigo Paz Pereira (Partito Democratico Cristiano) e l’ex presidente Jorge “Tuto” Quiroga (Alianza Libre). Autentica sorpresa è stato Paz Pereira, col 32,1% di voti. Senatore di centro-destra di 57 anni, figlio dell’ex presidente Jaime Paz Zamora, aveva iniziato la campagna con solo il 3% dei consensi, ma il suo programma, l’Agenda 50/50 incentrata sullo sviluppo economico inclusivo, ha intercettato anche gruppi di ex elettori del Mas. Quiroga, 65 anni, ha riportato invece il 26,8%. L’ex presidente alla guida del Paese nel 2001, dopo la dittatura di Hugo Banzer, è ritenuto legato alla elite economica boliviana. “Tuto” ha condotto la campagna elettorale con lo slogan: «CambioRadical» e la sua ricetta prevede un piano di salvataggio ad opera del Fondo monetario internazionale, per rimettere subito in piedi la Bolivia.
Brasile: Il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha autorizzato l’avvio di contromisure economiche contro gli Stati Uniti, in risposta ai dazi del 50% imposti ai prodotti brasiliani all’inizio di agosto. Lo rendono noto i principali media brasiliani. L’azione sarà coordinata dal ministero degli Esteri e dalla Camera di commercio del Paese sudamericano, che dovranno produrre un rapporto tecnico entro 30 giorni per valutare l’applicazione della Legge della Reciprocità Economica, approvata dal Parlamento ad aprile e firmata da Lula a luglio. Il provvedimento prevede che, in caso di violazioni della competitività internazionale del Brasile, possano essere adottate misure proporzionali su beni, servizi e proprietà intellettuale. La legge consente al Brasile di trattare cittadini e governi stranieri secondo il principio di reciprocità, includendo ritorsioni commerciali, investimenti, diritti di proprietà intellettuale e questioni diplomatiche. L’iniziativa punta a difendere la competitività brasiliana e garantire il rispetto degli interessi economici del Paese sudamericano sul piano internazionale. Il ministro degli Esteri brasiliano, Mauro Vieira, criticando l’ingerenza statunitense ha dichiarato «Non c’è possibilità di negoziare se comporta interferenze in termini giudiziari. Continueremo a resistere a queste pressioni e a insistere sul rispetto delle istituzioni. Secondo Vieira, l’aumento dei dazi Usa è una misura adottata per ragioni politiche legate al processo per tentato golpe, che vede l’ex presidente Jair Bolsonaro sul banco degli imputati. Il ministro ha poi lanciato un appello agli imprenditori e ai manager presenti, tra questi anche statunitensi: «È di fondamentale importanza che le aziende brasiliane facciano comprendere ai loro partner nordamericani la gravità della situazione e la necessità di sensibilizzare le autorità di Washington».
Canada: Cresce il numero di cittadini statunitensi che sta richiedendo lo status di rifugiato in Canada dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca lo scorso gennaio. Secondo i dati pubblicati dall’Immigration and Refugee Board canadese, nella prima metà del 2025 le domande sono state di più che in tutto il 2024. Per ottenere asilo in Canada, i richiedenti devono convincere le autorità di Ottawa che nessun luogo negli Stati Uniti è sicuro per loro. Sebbene la quota Usa sul totale dei richiedenti asilo sia esigua – 245 su circa 55.000 – il fenomeno riflette la crescente paura per molte delle politiche aggressive di Trump in materia di immigrazione, assistenza sanitaria e diritti Lgbtq+. Tendenzialmente l’accettazione da parte di Ottawa di rifugiati provenienti dagli Stati Uniti è sempre stata storicamente bassa. I richiedenti asilo provenienti da altri paesi che attraversano il confine terrestre dagli Usa vengono spesso respinti in base a un accordo bilaterale, con la motivazione che dovrebbero presentare domanda di asilo nel primo paese “sicuro” in cui arrivano, ma non è detto che tale prassi venga rispettata. Sebbene i dati non mostrino il motivo della richiesta dello status di rifugiato, otto avvocati specializzati in immigrazione hanno rivelato a Reuters di ricevere segnalazioni di un numero sempre maggiore di trans americani che desiderano andarsene.
Colombia: Il senatore conservatore e candidato alla presidenza della Colombia, Miguel Uribe Turbay, è morto l’11 agosto presso la Fondazione Santa Fe di Bogotà, dove si trovava ricoverato dal 7 giugno scorso dopo essere stato vittima di un attentato durante un comizio elettorale nella capitale colombiana. La notizia è stata confermata sui social dalla moglie, María Claudia Tarazona. Uribe, membro del partito di destra Centro democratico, si trovava in condizioni critiche a causa di un’emorragia che ha fatto precipitare il suo già delicato stato di salute, rendendo necessario un intervento neurochirurgico d’urgenza. Il giovane sicario che il 7 giugno ha attentato alla vita del precandidato presidenziale colombiano, è stato condannato a sette anni da un giudice specializzato in minori. Il ragazzo, di 15 anni, aveva sparato con una pistola Glock ad Uribe Turbay nel quartiere El Golfito di Bogotá, colpendolo alla testa e a una gamba alla fine di un comizio elettorale. Il minore, arrestato a due isolati dal luogo dell’agguato, si trova sotto stretto controllo nel bunker della Procura generale, in attesa di essere trasferito in una struttura di rieducazione gestita dal Bienestar Familiar.
Messico: L’azienda tedesca Adidas ha presentato scuse pubbliche a una comunità indigena in Messico dopo aver utilizzato sandali tradizionali originariamente realizzati da artigiani locali come ispirazione per un nuovo modello. La scarpa, chiamata “Oaxaca Slip-On”, ha suscitato aspre critiche e accuse di appropriazione culturale. Disegnata dallo stilista statunitense Willy Chavarria, si ispira ai sandali huarache tradizionalmente indossati dagli abitanti indigeni di Villa Hidalgo Yalalag nello stato messicano di Oaxaca, che non hanno preso parte alla produzione. Sulla questione è intervenuta anche la presidente del Messico Claudia Sheinbaum che ha dichiarato: «Le grandi aziende stanno prendendo prodotti, idee e design dalle comunità indigene del nostro Paese. Questa è proprietà intellettuale». Il governatore di Oaxaca, Salomon Jara, ha dichiarato sui social media che «gli huaraches di Yalalag fanno parte del patrimonio culturale di questa comunità, una tradizione che è stata tramandata di generazione in generazione e ne riflette l’identità. Questo patrimonio è uno dei nostri più grandi tesori e non dobbiamo permettere che venga trattato come una merce». Immediate le scuse dell’azienda tedesca. Karen González, responsabile legale di Adidas Messico, ha assicurato che, d’ora in poi, Adidas cercherà la guida e la collaborazione della comunità per i modelli futuri, nel rispetto della cultura locale, che dipende dall’artigianato per la sua sopravvivenza. Dopo il suo lancio all’inizio di agosto, la scarpa sotto accusa è stata rimossa dalla vendita online. Il governo messicano ha annunciato che chiederà un risarcimento finanziario ad Adidas.
Stati Uniti: Progressi ma ancora nessun accordo sull’Ucraina e nessun accenno al cessate il fuoco. È nella parole di Donald Trump la sintesi dell’incontro di quasi tre ore con Vladimir Putin in Alaska: «Non c’è accordo finché non c’è l’accordo», il gioco di parole usato dal presidente statunitense. Certo, il summit pare aver rinsaldato il rapporto tra i due leader. Trump ha riservato a Putin un trattamento da grande amico, molto diverso da quello riservato pochi mesi fa a Volodymyr Zelesnky nello Studio Ovale. Ad accogliere lo zar sulla pista dell’aeroporto c’erano un tappeto rosso e lo stesso presidente statunitense. Dieci minuti di vero faccia a faccia in cui i due leader sono stati completamente da soli, senza neanche i traduttori. L’incontro ufficiale, che li ha visti accompagnati tutti e due da ristrette delegazioni, è durato quasi tre ore. Poi si sono presentati davanti alla conferenza stampa parlando entrambi di progressi e accordi, ma senza fornire alcun dettaglio sul loro colloquio privato. Nessuno dei due dal palco ha citato mai la parola tregua, nessuno dei due ha risposto alle domande dei giornalisti. Il leader del Cremlino ha poi invitato Trump in Russi mettendo così l’accento sui buoni rapporti con l’inquilino della Casa Bianca e, come affermano alcuni osservatori, evidenziando soprattutto la sua riabilitazione sul palcoscenico internazionale dopo essere stato accolto con grande prestigio negli Stati Uniti.
Stati Uniti: Gli Stati Uniti hanno stipulato accordi bilaterali di espulsione con Honduras e Uganda nell’ambito della repressione dell’immigrazione illegale, secondo documenti ottenuti dalla Cbs, partner statunitense della Bbc. L’Uganda ha accettato di accogliere un numero imprecisato di migranti africani e asiatici che avevano chiesto asilo al confine tra Stati Uniti e Messico, mentre l’Honduras accoglierà diverse centinaia di persone espulse da paesi di lingua spagnola, riporta la Cbs. L’iniziativa fa parte di un tentativo dell’amministrazione di Donald Trump di convincere più Paesi ad accettare migranti espulsi che non sono propri cittadini. Gli attivisti per i diritti umani hanno condannato questa politica, affermando che i migranti corrono il rischio di essere inviati in Paesi in cui potrebbero subire abusi e violenza. In base all’accordo, l’Uganda ha accettato di ospitare migranti espulsi a condizione che non abbiano precedenti penali, ma non è chiaro quanti ne accoglierà. L’Honduras, invece, ha accettato di accogliere migranti per due anni, comprese famiglie con bambini, ma i documenti suggeriscono che potrebbe decidere di accettarne molti di più. Entrambi gli accordi fanno parte della più ampia spinta dell’amministrazione Trump per accordi di espulsione e deportazione verso Paesi di diversi continenti, compresi quelli con una controversa situazione nella gestione dei diritti umani. Finora, almeno una decina di nazioni hanno accettato di accettare migranti espulsi da altri Paesi. Tale provvedimento fa il paio con la decisione annunciata dalla Segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, di dipingere il lungo muro al confine tra Messico e Stati Uniti di nero. La scelta del colore ha una funzione deterrente, ha spiegato Noem, legata al fatto che il nero attraendo i raggi del sole riesce a rendere le barriere incandescenti impedendone ogni tipo di contatto.
Stati Uniti: Dopo mesi di critiche, il presidente Trump ha sferrato l’attacco definitivo annunciando la cacciata della governatrice Lisa Cook, accusata di frode per aver truccato dei documenti al fine di ottenere un mutuo a condizioni più favorevoli. Ma l’alta funzionaria della banca centrale ha promesso battaglia: «Non lascio. Il presidente non ha l’autorità per rimuovermi», ha sostenuto avviando una causa contro l’inquilino della Casa Bianca All’orizzonte si profila dunque uno scontro legale storico, che mette a rischio uno dei pilastri della stabilità degli Stati Uniti e dell’economia globale: la Fed e la sua indipendenza. Il siluramento della governatrice va ad allungare l’elenco delle purghe di Trump, che nelle settimane scorse ha cacciato il capo dell’ufficio statistiche e nominato un suo fedelissimo, infliggendo un duro colpo alla credibilità dei dati sul mercato del lavoro, cruciali per il mandato della Fed e per gli investitori. Se avesse successo nel rimuovere Cook, Trump avrebbe la maggioranza del board di 12 membri della Fed in termini di nomine effettuate, di fatto controllandola come fa con la Corte Suprema. Nella lettera di licenziamento pubblicata su Truth, Trump ha messo in evidenza la «tremenda responsabilità» della Fed e sottolineato di non «avere fiducia nell’integrità» di Cook alla luce della sua «condotta ingannevole e potenzialmente criminale». Le accuse del tycoon si basano sulle rivelazioni di William Pulte, il suo alleato alla guida della Federal Housing Finance Agency. Pulte è, infatti, colui che per primo ha denunciato Cook e da mesi conduce, con il benestare del presidente, una campagna sfrenata contro la Fed e il suo presidente Jerome Powell, accusato di indebolire il mercato immobiliare con la sua politica monetaria. La replica della governatrice, nominata da Joe Biden nel 2022, è stata secca: «Non lascerò. Continuerò a svolgere il mio dovere di aiutare l’economia americana, come sto facendo dal 2022».
Stati Uniti: Irritazione a Copenhagen per le manovre di Washington sulla Groenlandia, terra che riunisce una vasta distesa di ghiacci, terre rare e ambizioni geopolitiche. Insospettito, il ministero degli Esteri della Danimarca ha convocato l’incaricato d’affari Usa, dopo le rivelazioni della tv pubblica danese Dr su «operazioni d’influenza» condotte nel territorio autonomo da almeno tre cittadini americani, legati all’entourage di Donald Trump. Il sospetto è di una campagna per mutare il clima politico e il consenso nell’isola, spingendola alla secessione e al passaggio agli Stati Uniti. «Qualsiasi tentativo di ingerenza negli affari interni del Regno sarà ovviamente inaccettabile», ha affermato il ministro degli Esteri danese Lars Rasmussen. Stando a Dr, sarebbero stati i servizi segreti danesi ad individuare la presenza di almeno tre persone impegnate in Groenlandia per lavorare a una frattura con la Danimarca. L’emittente ha anche affermato di conoscere i nomi dei tre, sottolineandone la vicinanza a Trump. Non ha però chiarito se agiscano su mandato diretto della Casa Bianca o di propria iniziativa. Uno di loro si sarebbe recato sull’isola per incontri e per redigere un elenco di potenziali alleati delle mire Usa, esortando a «segnalare casi che possano mettere in cattiva luce la Danimarca sui media americani». Gli altri due sarebbero stati impegnati a creare reti di contatti con politici e imprenditori.













