Elezioni in Siria: transizione democratica o legittimazione autoritaria?


Collegi ristretti, esclusioni territoriali e controllo presidenziale caratterizzano le prime elezioni della Siria post-Assad.


Martina Migliorisi

In questi giorni, la Siria guidata dal governo di transizione e dal presidente Ahmad al-Sharaa si prepara ad affrontare le prime elezioni parlamentari dalla caduta del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre scorso. Le elezioni, inizialmente fissate per il periodo dal 15 al 20 settembre, si terranno il 5 ottobre e designeranno 140 dei 210 membri della nuova assemblea parlamentare in Siria attraverso un sistema di collegi elettorali regionali. I rimanenti 70 parlamentari saranno invece scelti personalmente dal presidente al-Sharaa. Queste elezioni rappresentano il primo tentativo di ricostruzione istituzionale della Siria post-Assad, ma sollevano interrogativi sulla reale democraticità di un processo che esclude ampie porzioni della popolazione e mantiene un forte controllo presidenziale.

Il sistema elettorale nel contesto post-Assad

A seguito della caduta del regime di Assad l’8 dicembre scorso, il governo di transizione di al-Sharaa ha iniziato a operare sotto una costituzione temporanea approvata nel marzo 2025 dalla durata di 5 anni. La costituzione ha creato un’assemblea parlamentare temporanea autorizzata a passare, modificare o abrogare leggi, ratificare trattati e approvare il bilancio dello stato. Tuttavia, i suoi poteri rimangono limitati vista anche la facilità con cui il presidente può approvare decreti con forza di legge.[1]

Il nuovo quadro costituzionale ha posto le basi per la creazione di nuove istituzioni rappresentative, segnando una rottura definitiva con il sistema monopartitico baatista. Il 13 giugno al-Sharaa ha annunciato la creazione di un Comitato Supremo per le elezioni dell’assemblea, incaricato di tracciare le modalità di svolgimento delle elezioni e monitorare l’intero processo. Inizialmente previsto per 150 membri, il numero dei parlamentari è stato successivamente allargato a 210.[2] Rispetto agli altri corpi di transizione, il Comitato Supremo incarna una rappresentazione politica più ampia e diversificata. Questo organo di 11 membri appare infatti più equilibrato, con solo due rappresentanti di HTS e due donne, e adotta un atteggiamento più trasparente e consultativo rispetto ad altre istituzioni transitorie.

Il processo elettorale si articola in diverse fasi sequenziali. Il Comitato Supremo istituisce sottocomitati distrettuali composti da almeno tre membri, che a loro volta formano collegi elettorali da 30 a 50 persone. Questi collegi devono rispettare quote specifiche: 20% di donne, 3% di persone con disabilità, e una proporzione 70/30 tra professionisti e figure tradizionali. Solo i membri dei collegi elettorali possono candidarsi e votare, con campagne elettorali limitate esclusivamente all’ambito del proprio collegio. Il voto avviene in presenza fisica e i risultati vengono annunciati immediatamente dopo lo scrutinio. La lista dei vincitori viene successivamente trasmessa al presidente, che aggiunge i suoi 70 nominati diretti per completare l’assemblea di 210 membri.[3] A garanzia del processo, sono previste commissioni di ricorso per gestire eventuali contestazioni riguardanti gli organi elettorali, le candidature e i risultati. Tuttavia, il sistema esclude completamente il voto popolare diretto, basandosi interamente su commissioni e collegi ristretti.[4]

Problemi e limitazioni

L’organizzazione di elezioni parlamentari dopo anni di regime autoritario segna indubbiamente un miglioramento importante e rappresenta un tentativo concreto della Siria di ricostruire le proprie istituzioni democratiche e di integrarsi nuovamente nella comunità internazionale. Tuttavia, rimangono diversi aspetti che fanno emergere un sistema elettorale fallace e solo parzialmente democratico e rappresentativo della popolazione siriana. E nonostante le promesse di meccanismi di controllo e di una maggiore partecipazione delle donne, con poco tempo a disposizione, diverse questioni chiave determineranno l’effettiva democraticità dell’intero processo.[5]

Il primo problema riguarda la formazione degli organi elettorali: le sottocommissioni distrettuali che selezionano i collegi elettorali concentrano il potere in pochi membri e risultano vulnerabili alle manipolazioni politiche. Rimangono infatti cruciali interrogativi su chi siano effettivamente i membri delle sottocommissioni e dei collegi elettorali, quanto siano rappresentativi della popolazione e se le loro affiliazioni conferiscano vantaggi ingiusti a specifici attori politici. Altrettanto problematico è il monitoraggio del processo: il ruolo degli osservatori rimane vago, senza chiarire chi li nomina, quali fasi monitorano e quali competenze possiedono. Se gli osservatori assistono solo al voto finale, la supervisione sarà largamente simbolica, considerando che il rischio più elevato di manipolazione si concentra nelle fasi precedenti di formazione delle sottocommissioni e dei collegi. Inoltre, il controllo presidenziale rimane determinante: un terzo del corpo legislativo è nominato direttamente dal presidente e, dato che i decreti presidenziali hanno forza di legge e richiedono una maggioranza dei due terzi per essere revocati, l’indipendenza di questi membri nominati risulta cruciale per qualsiasi sistema di controlli ed equilibri. In questo modo al-Sharaa fornisce l’immagine di elezioni democratiche ma si assicura un processo controllato in un periodo in cui il governo non ha pieno controllo sul territorio siriano.[6]

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Esclusioni strategiche: la geografia del controllo politico

L’esclusione territoriale rappresenta il limite più evidente della presunta democratizzazione siriana. Il governo ha annunciato che le elezioni non includeranno la provincia di Suwayda, teatro di massacri di civili drusi durante violenti combattimenti nel luglio scorso, e le province di Hasakah e Raqqa, controllate dai curdi, ufficialmente per “motivi di sicurezza”. Questa scelta non è casuale: esclude sistematicamente le aree dove il controllo di Damasco è più contestato e dove esistono strutture di governance alternative consolidate.[7]

L’Amministrazione autonoma del nord-est della Siria (più conosciuta come Rojava) ha denunciato che queste elezioni “non sono democratiche e non riflettono la volontà del popolo”, evidenziando come il processo costituisca una “politica di negazione” nei confronti di milioni di siriani. Le autorità curde non sono le sole a contestare: l’esclusione geografica coincide perfettamente con le aree di maggiore resistenza politica al nuovo regime, suggerendo che i “motivi di sicurezza” celino in realtà una strategia di consolidamento del controllo attraverso l’esclusione selettiva.[8]

Questa frammentazione elettorale riflette e amplifica le tensioni settarie che continuano a dilaniare il paese. Due episodi di violenza di massa hanno marcato la transizione: a marzo, nella zona alawita, lungo la costa del paese, oltre 1.400 civili e centinaia di membri delle forze ex-governative sono stati uccisi, mentre a luglio la tortura di un commerciante druso ha innescato scontri devastanti nella provincia di Suwayda. Lì, l’intervento delle forze di al-Sharaa, lungi dal pacificare, ha prodotto massacri reciproci e umiliazioni sistematiche della popolazione drusa, configurando potenziali crimini contro l’umanità.[9]

Il pattern è chiaro: anziché promuovere riconciliazione nazionale, il processo elettorale istituzionalizza le divisioni esistenti, creando cittadini di serie A e di serie B. Questa geografia elettorale selettiva trasforma le elezioni da strumento di inclusione democratica in meccanismo di consolidamento dell’egemonia politica di al-Sharaa.

Rischio di nuove fratture

Il processo elettorale rischia perciò di incontrare la sfiducia di molti siriani, in particolare delle comunità minoritarie, che potrebbero considerarlo favorevole alla maggioranza sunnita. Alcuni cittadini potrebbero decidere di boicottare le elezioni, dichiararle illegittime o trovare modi alternativi per esprimere il loro profondo malcontento nei confronti di un sistema che nega loro una voce significativa. Sui social media si moltiplicano infatti le richieste di boicottaggio, segno di un crescente scetticismo popolare verso l’intero processo.[10]

Un’assemblea legislativa che si limita a imitare il pluralismo, senza mai raggiungere una democrazia autentica, e senza reali cambiamenti nel processo decisionale, rischia infatti di minare la propria legittimità e consolidare ulteriormente la frammentazione della Siria, aumentando il rischio di ricadere nel conflitto. Per questo la Siria ha urgentemente bisogno di un processo di riconciliazione a livello nazionale che vada oltre il mero esercizio elettorale.[11]

Il bivio della Siria post-Assad

Il rilancio elettorale della Siria rappresenta indubbiamente una prova della volontà del governo di transizione di abbracciare il pluralismo e la riforma istituzionale. Tuttavia, senza una reale trasparenza e un’inclusione significativa, il processo rischia di diventare un altro esercizio dall’alto verso il basso che rafforza il cinismo dell’opinione pubblica nei confronti dei tentativi del governo di costruire una Siria nuova e più pluralista.[12]
Le prossime settimane riveleranno se questo momento getterà le basi per un governo responsabile o se diventerà un’altra occasione persa per ricostruire la fiducia nello Stato emergente. Al di là dell’esito elettorale, la Siria post-Assad si trova di fronte a una scelta fondamentale: costruire istituzioni autenticamente rappresentative che possano sanare le divisioni del paese, oppure perpetuare un sistema di controllo che, pur con nuove forme, rischia di alimentare nuove fratture in una società già profondamente ferita da oltre un decennio di conflitto.


Note

[1] K. ALAM “Syria elections: Here’s everything you need to know about the first post-Assad electoral exercise” TRTWORLD, 9 luglio 2025
[2] H. HAID “Syria’s Parliamentary Elections Explained: Six Key Issues to Watch” Arab Reform Initiative, 16 settembre 2025
[3] H. HAID “Syria’s parliamentary elections: A turning point or another top-down exercise?” Chatham House, 9 settembre 2025
[4] J. AL-AZZAWI “The upcoming elections will not help stabilise Syria” Al Jazeera, 17 agosto 2025
[5] K. ALAM “Syria elections: Here’s everything you need to know about the first post-Assad electoral exercise” TRTWORLD, 9 luglio 2025
[6] H. HAID “Syria’s Parliamentary Elections Explained: Six Key Issues to Watch” Arab Reform Initiative, 16 settembre 2025
[7] “Parliamentary elections begin in Syria with citizens barred from voting” The Cradle, 15 settembre 2025
[8] H. HAID “Syria’s Parliamentary Elections Explained: Six Key Issues to Watch” Arab Reform Initiative, 16 settembre 2025
[9] M. BELLINGRERI “Il voto in Siria tra esclusioni e tensioni” Internazionale, 15 settembre 2025
[10] J. AL-AZZAWI “The upcoming elections will not help stabilise Syria” Al Jazeera, 17 agosto 2025
[11] H. HAID “Syria’s parliamentary elections: A turning point or another top-down exercise?” Chatham House, 9 settembre 2025
[12] Ibid.


Foto copertina: Elezioni Siria