Gaza, Washington annuncia la “fase due” del cessate il fuoco: governo tecnocratico e disarmo tra promesse e contraddizioni

La città di Gaza nel febbraio 2025
La città di Gaza nel febbraio 2025

A Gaza gli Stati Uniti di Trump dichiarano avviata la fase due del piano in 20 punti: un comitato palestinese guiderà la Striscia, ma il cessate il fuoco resta fragile.


Una seconda fase proclamata, ma la prima non è mai davvero partita

L’amministrazione Trump ha annunciato l’avvio della seconda fase del cessate il fuoco a Gaza, presentandola come il passaggio dalla tregua alla “smilitarizzazione, governance tecnocratica e ricostruzione”. L’inviato speciale Steve Witkoff ha parlato di un piano in 20 punti che dovrebbe condurre alla fine del conflitto, mentre l’Egitto ha confermato che le principali fazioni palestinesi, inclusi Hamas e Jihad islamica, sostengono la creazione di un comitato tecnocratico di transizione. Tuttavia, la proclamazione della fase due arriva mentre la prima resta incompiuta: raid israeliani, violazioni del cessate il fuoco e ritardi nella riapertura dei valichi continuano a minare qualsiasi stabilità reale.

Un comitato tecnocratico sotto tutela internazionale

Il nuovo organismo palestinese, composto da 15 membri e guidato dall’ex viceministro Ali Shaath, dovrebbe amministrare Gaza nel dopoguerra sotto la supervisione di un “Consiglio per la pace” internazionale, con l’ex inviato ONU Nickolay Mladenov come figura di riferimento sul campo. Secondo Washington, il comitato dovrà occuparsi prima di tutto dell’emergenza umanitaria – alloggi, macerie, servizi di base – e poi della ricostruzione.
Ma le stime ONU parlano di almeno 70 miliardi di dollari necessari e di decenni di lavori, mentre i Paesi del Golfo si rifiutano di finanziare senza garanzie che Israele non torni a bombardare. Le idee circolate – dalle nuove “isole artificiali” al ricorso ai giacimenti di gas offshore – appaiono più slogan che piani concreti.

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Il nodo irrisolto: disarmo e occupazione

La seconda fase ruota attorno alla smilitarizzazione di Gaza, ma proprio qui si concentra lo scontro politico. Hamas ha accettato di cedere la governance, ma rifiuta di consegnare le armi finché Israele manterrà il controllo di oltre metà della Striscia. I negoziati hanno ipotizzato lo stoccaggio o la consegna delle armi pesanti a mediatori arabi, lasciando ai combattenti quelle personali, ma resta del tutto oscuro come Washington e Tel Aviv intendano imporre il disarmo senza una forza di peacekeeping credibile. Nel frattempo, Israele continua a presidiare più del 50% di Gaza e ha già violato centinaia di volte il cessate il fuoco, con centinaia di morti palestinesi.

Una pace annunciata, ma ancora lontana

Sul piano politico, la “fase due” appare più come un’operazione di immagine che un reale cambio di passo. Mentre si parla di ritiro israeliano, forze di sicurezza palestinesi e missioni internazionali, sul terreno l’occupazione prosegue, la popolazione vive in tende tra le macerie e la ricostruzione non ha né fondi né garanzie. La promessa americana di trasformare Gaza da campo di battaglia a laboratorio di stabilità rischia di infrangersi contro la realtà: senza fine dell’occupazione, senza sicurezza per i civili e senza un vero impegno internazionale, il governo tecnocratico rischia di nascere già privo di potere reale. In questo contesto, la “seconda fase” suona più come una dichiarazione politica che come l’inizio di una pace duratura.


Foto copertina: Gaza fase due