Considerazioni e desistenze della politica americana nei rapporti tra lobby e partiti.
A cura di Riccardo Fiori
Bird’s eye view sulle lobby statunitensi.
L’avvento di Donald Trump nella scena politica statunitense ha radicalmente cambiato la canonica contrapposizione tra asini ed elefanti, animali simbolo rispettivamente dei democratici e dei repubblicani.
Nella logica statunitense, sempre per rispondere alla Legge di Duverger per cui in un sistema maggioritario i partiti convergono verso due poli, i democratici ed i repubblicani sono stati sempre partiti relativamente affini, in particolare in termini programmatici.
Come per il Regno Unito dopo l’avvento della Iron Lady, entrambi i partiti hanno ormai abbracciato il neoliberismo, con leggere correzioni come nel caso Clinton, e la politica estera spesso è differenziata solo in termini di trasparenza o trasmissione delle notizie, come nei diametralmente opposti discorsi di Obama e Trump in corrispondenza degli omicidi rispettivamente di Bin Laden e Soleimani.
Come insegna Giovanni Falcone, tenere traccia del denaro è un buon metodo di approccio per cercare di aprire qualche armadio con le ante che guardano il muro, e di conseguenza diventa naturale andare a guardare la questione dei cosiddetti gruppi di pressione, o lobby.
Nella patria del capitalismo storicamente le lobby guidano la politica statunitense più di qualsiasi ideologia o colore politico, ma contemporaneamente alcune lobby trattano con democratici e repubblicani alla stessa maniera.
Le principali lobby bipartisan negli Stati Uniti sono quelle legate al tema della difesa, quindi capitanate da Lockheed Martin e Raytheon, e quelle legate ad aspetti dell’economia spesso regolamentati dalla politica, come Wall Street e Big Pharma.
Per i democratici storicamente la lobby delle Unions, ovvero i sindacati, sono un gigantesco alleato capace di mobilitare moltissimi voti, dalla NEA degli insegnanti alla gigantesca American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations con più di 12 milioni di iscritti.
Accanto alla tutela dei diritti sociali, per i democratici la questione principale è sempre relativa a quelli civili, dai diritti LGBT e cosiddetti riproduttivi. Ed inoltre i democratici hanno da qualche decennio abbracciato l’aspetto delle politiche green, con lobby di settore che foraggiano i democratici contro Big Oil.
Mentre per i repubblicani le lobby che più di tutte finanziano il partito sono quelle che fanno riferimento proprio a Big Oil, ovvero i giganti di settore e le conseguenti associazioni di categoria; la National Rifle Association e la Gun Owners of America, volte a tutelare il Secondo Emendamento, il “Right to bear Arms”; ed alle ultime elezioni è esplosa la lobby legata al mondo dell’intelligenza artificiale.
I repubblicani e Small Tech
Il documento “Artificial Intelligence and the Great Divergence”[1], pubblicato nel gennaio di quest’anno dalla Casa Bianca è di fatto la linea programmatica del gabinetto Trump su questi temi.
Il documento parla di seconda Great Divergence, dopo quella avvenuta tra gli stati industrializzati e non avvenuta dopo la Rivoluzione Industriale: “The Trump administration is laying the groundwork for American AI dominance by accelerating innovation, infrastructure development, and deregulation while establishing global dominance through technology exports.”[2]
Ed ancora: “If the AI revolution is as transformative as the Industrial Revolution, should we expect this to lead to a second Great Divergence”[3]
Il documento riporta varie stime sull’impatto dell’AI sul PIL, che variano dall’1% fino a oltre il 45% nel lungo termine, mettendo in luce come già nella prima metà del 2025 gli investimenti legati all’IA hanno contribuito a una crescita annualizzata del PIL dell’1,3%. Come a segnare un naturale proseguimento della Pax Americana, il governo statunitense ha coniato la promozione della Pax Silica, ovvero “The Department of State’s flagship effort on AI and supply chain security, advancing new economic security consensus among allies and trusted partners”[4]; segnalando come nel XX secolo la questione fosse incentrata su petrolio e acciaio, mentre nel XXI secolo il tema è l’AI.
Di fatto la Pax Silica è partnership internazionale guidata dagli USA, collaborando con nazioni alleate, per proteggere l’intero ecosistema dell’IA: dai minerali critici ai semiconduttori, fino alle infrastrutture energetiche e ai modelli software. Secondo il documento è del tutto naturale per gli USA prendere il proscenio del mondo dell’IA, mettendo in luce come Cina e soprattutto l’Unione Europea sia totalmente indietro sugli investimenti su questo aspetto industriale: “Cumulative private AI investment in the U.S. exceeded $470 billion between 2013 and 2024, compared to roughly $50 billion across all EU countries combined”[5]
La lobby che si occupa di questo settore d’avanguardia non è più la Silicon Valley dei pionieri di fine secolo scorso, ma dalla cosiddetta Small Tech. Per Small Tech si intende quel mondo di relativamente piccoli imprenditori, rispetto ai cugini della Big Tech come Meta e Microsoft, che vedono la deregolamentazione come una promessa, le start-up come una poesia e l’open-source come il Paradiso Terrestre.
L’uomo di riferimento di questa lobby all’interno dell’alto comando repubblicano è senza alcun dubbio il vicepresidente JD Vance.
Nonostante la narrazione contenuta nel suo libro Hillbilly Elegy, Vance si è laureato in legge a Yale e proprio lì scopre la figura di Peter Thiel durante una conferenza, definita nel 2020 dallo stesso vicepresidente “the most significant moment of my time at Yale Law School”[6] Vance dopo la laurea inizia la sua esperienza di venture-capitalist nella Silicon Valley, diventando di fatto addirittura dipendente di Thiel attraverso vari investimenti di quest’ultimo. Questi investimenti di Thiel relativi a JD Vance non si sono interrotti, anzi hanno portato ad un finanziamento di 15 milioni di dollari per la campagna per la sua prima elezione in Senato nel 2022 del futuro vice di Trump[7].
Il think tank statunitense Third Way nell’ottobre del 2024, quindi un mese prima delle elezioni che portarono al secondo mandato di Trump, pubblica “Who Has JD Vance’s Ear on AI and Should We Be Concerned?”[8], nel quale delineò il cerchio magico di JD Vance del mondo della Small Tech: “Vance’s primary influencers on AI are not the established titans of industry, but a cohort of venture capitalists and ‘Little Tech’ advocates who prioritize speed and market disruption over safety guardrails.”[9]
Quest’articolo si conclude con una previsione:“The concern is that a ‘move fast and break things’ mentality, applied to a technology as powerful as AI, could ignore catastrophic risks in favor of short-term economic or geopolitical gains”.[10]
Vance ha promosso l’agenda che favorisce le startup e l’open-source, andando in maniera radicale contro la logica della regolazione: regole troppo stringenti, come l’AI Act europeo[11] o l’Executive Order 14110[12] di Biden, rischierebbero di avvantaggiare solo le grandi corporation che hanno i soldi per gestire la burocrazia, soffocando i piccoli innovatori.
A differenza della vecchia guardia di Washington, sostanzialmente Vance non rappresenta tanto i colossi storici, come Google o Meta, verso cui è spesso critico in chiave antitrust, quanto il mondo del venture capitalist della Silicon Valley e il movimento dei cosiddetti “accelerazionisti”, che trova cultori nella frontiera dell’AI.
Se Vance è l’interlocutore storico ed ideologico di questo mondo della Small Tech, Marco Rubio rappresenta il braccio armato della Pax Silica: non tanto l’uomo delle startup, quanto l’architetto dell’influenza tecnologica americana nel mondo. I suoi interlocutori sono i colossi della difesa, come Lockheed Martin e Raytheon, e le aziende che gestiscono infrastrutture critiche ed i data center globali.
La Pax Silica implica un certo livello di aggressività in termini di politica estera ed interventi militari e Rubio da Segretario di Stato sta facendo suo questo genere di approccio, e sostanzialmente gli accordi tra colossi dell’AI, come OpenAI[13], uniscono l’utile al dilettevole: non solo vengono garantiti appalti multimiliardari a questi colossi, ma i suddetti vengono utilizzati sul campo proprio per tutelare la filiera dell’AI in termini di sicurezza ed egemonia.
Dunque i due principali contendenti alle presidenziali 2028 per il GOP sono entrambi ingarbugliati nella trama dell’AI ed alle primarie sicuramente peserà la presenza ormai sul secondo piano del vicepresidente in carica rispetto a Rubio, volto delle politiche del 2026 di Trump.
La questione di AIPAC per i democratici.
Per AIPAC[14] (American Israel Public Affairs Committee) si intende un’organizzazione bipartisan il cui obiettivo principale è rafforzare il legame tra gli Stati Uniti e Israele, in altre parole è una delle lobby più influenti e conosciute negli Stati Uniti, che in questi anni sta acquisendo maggiore peso nel dibattito politico.
Per decenni AIPAC ha lavorato affinché il sostegno a Israele fosse un punto fermo di entrambi i partiti, evitando che diventasse un tema divisivo, ma negli ultimi anni il marchio di questa lobby è diventata una macchia, un’onta, quantomeno è da settori dell’ala progressista del Partito Democratico, che la accusano di essere troppo vicina alla destra israeliana, e da chi ritiene che il suo peso finanziario distorca le priorità della politica estera americana.
Il Democratic National Committee il 9 aprile ha rigettato la proposta di una risoluzione che “condemns the growing influence”[15] dell’AIPAC nel partito proprio in vista delle prossime presidenziali del 2028, preferendo invece una risoluzione meno specifica, parlando di dark money piuttosto che facendo solo riferimento ad AIPAC[16].
In un sondaggio di metà marzo di NBC[17] risulta che il quasi 60% degli elettori democratici abbia parere negativo sullo stato di Israele, contro il 13% che ha un parere strettamente positivo.[18]
Da questi numeri, inoltre, è evidente come in generale l’appoggio per Israele stia calando vertiginosamente di anno in anno, anche grazie alla massiccia mobilitazione dei più giovani. Nelle settimane passate vari esponenti democratici di spicco hanno dichiarato l’interruzione di legami con AIPAC, da Cory Booker, passato alla storia per il più lungo discorso da filibuster della storia statunitense, a potenziali candidati presidenziali come i governatori di Kentucky, Illinois, California e Pennsylvania[19].
Quest’ultimi due, Newsom e Shapiro, sono due frontrunner per la corsa al ticket democratico per le prossime presidenziali del 2028, ma ciò non implica la fine del loro appoggio allo stato di Israele.
Shapiro, di religione ebraica, ha dichiarato che Netanyahu è “dangerous and destructive force”[20] e “I was 20, I have said for years, years before October 7, that I favor a two-state solution — Israelis and Palestinians living peacefully side-by-side, being able to determine their own futures and their own destiny.”[21]
Contemporaneamente però il governatore del Keystone State ha aspramente criticato le mobilitazioni Pro-Palestina all’interno dei campus universitari, sottolineando il rischio di una deriva antisemita.
Dall’altro lato dell’Unione, Newsom rispetto al suo rapporto con AIPAC alla fine di febbraio di quest’anno:“Never have and never will”[22].
Gavin Newsom, alla guida della California dal 2019, vanta una consolidata storia di vicinanza a Israele, testimoniata dal fatto di essere stato nel 2008 il primo sindaco in carica di San Francisco a visitarlo. Ciononostante questo storico legame Newsom non ha risparmiato critiche a Benjamin Netanyahu, denunciando la retorica del leader israeliano verso il popolo palestinese. Parallelamente, però, il governatore del Golden State ha promosso una linea di fermezza sul fronte interno, firmando leggi per prevenire episodi di antisemitismo nei campus universitari e limitare la diffusione di linguaggi minacciosi.
La dichiarazione rilasciata a fine febbraio dell’attuale governatore californiano è in totale discrasia con le dichiarazioni rilasciate ad ottobre dello scorso anno, molto più evasive, rispetto ad un eventuale appoggio di AIPAC a future candidature.[23]
Secondo TrackAIPAC[24], che appunto tiene conto delle eventuali sponsorizzazioni di AIPAC a ciascun politico statunitense, sostanzialmente tutti i potenziali sfidanti alle primarie democratiche hanno avuto sponsorizzazioni di lobby vicine ad Israele o direttamente esposti in favore di quest’ultimo. La mosca bianca è Alexandria Ocasio-Cortez, membro della Camera dei Rappresentanti dal 2019 e più giovane di sempre ad essere eletta a tale carica, fin da subito è stata simbolo delle nuovissime leve democratiche progressiste.
Oggi la trentaseienne è un forte candidato per il ticket democratico alla luce delle sue posizioni vicine a quelle dell’icona del progressismo democratico Bernie Sanders, che con lui ha svolto un importante endorsement per la candidatura di Mamdani a sindaco della Grande Mela[25].
Questioni in divenire
Probabilmente la più grande sconfitta di Benjamin Netanyahu è stata quella di riuscire a trasformare la maggioranza dei democratici in, chi più chi meno, oppositori del sionismo, quando l’appoggio ad Israele era considerato sostanzialmente intoccabile in tutta la politica americana tanto quanto il marxismo.
Lo scostamento seppur parziale di alcuni elementi di spicco democratici è proprio figlio di questa situazione, dato che i sondaggi parlano chiaro, e la mobilitazione dei giovani può essere per la prima volta dopo decenni l’ago della bilancia delle elezioni statunitensi.
Per quanto concerne invece le sfide per i repubblicani in relazione alla sfera Small Tech, negli Stati Uniti è iniziata una serie di valutazioni rispetto al consumo di acqua ed energia per i data center[26].
In alcune aree rurali come ad esempio della Georgia[27] acqua e corrente nei pressi di massicci data center diventano beni di difficile utilizzo. [28]
In questo sondaggio di Politico pubblicato il 2 febbraio di quest’anno è palese come il tema sia già al centro del dibattito politico americano. In questo sondaggio, l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso i grandi centri server potrebbe diventare un fattore decisivo nelle urne.
Nonostante soltanto il 17% degli intervistati ritenga che peseranno sulle elezioni di mid term di quest’anno, il 57% è convinto che i data center diventeranno presto un tema elettorale a livello locale.
Questi dati evidenziano un rischio particolare per i democratici: gli elettori di centrosinistra mostrano una minore propensione a sostenere candidati favorevoli a questi progetti ed, a detta dello stratega repubblicano Chris Hartline[29], questa tendenza potrebbe inasprire le primarie democratiche allontanando ulteriormente il partito dalle lobby legate al mondo tecnologico.
Note
[1]https://www.whitehouse.gov/research/2026/01/artificial-intelligence-and-the-great-divergence/
[2] ibidem
[3] ibidem
[4] https://www.state.gov/pax-silica/ [5]https://www.whitehouse.gov/research/2026/01/artificial-intelligence-and-the-great-divergence/
[6] https://thelampmagazine.com/blog/how-i-joined-the-resistance [7]https://www.washingtonpost.com/technology/2022/06/19/peter-thiel-facebook-new-right/
[8]https://www.thirdway.org/memo/who-has-jd-vances-ear-on-ai-and-should-we-be-concerned
[9] ibidem
[10] ibidem
[11]https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/policies/regulatory-framework-ai [12]https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=DOSSIER&id=1403117&idoggetto=0&part=dossier_dossier1-sezione_sezione2-h1_h19
[13]https://www.nytimes.com/2026/03/02/technology/openai-pentagon-deal-amended-surveillance.html
[14] https://www.aipac.org/
[15]https://www.timesofisrael.com/democrats-to-weigh-resolution-against-aipac-fueling-concerns-about-undercurrent-of-antisemitism/
[16] https://thehill.com/homenews/campaign/5823840-dnc-aipac-resolution-fails/ [17]https://www.nbcnews.com/politics/2026-election/poll-israels-standing-plummets-democrats-fueling-primaries-left-rcna262995
[18] ibidem
[19]https://www.timesofisrael.com/aipac-pushes-back-after-2028-democratic-presidential-hopefuls-reject-it/#:~:text=Pennsylvania%20Governor%20Josh%20Shapiro%2C%20who,are%20increasingly%20hostile%20to%20Israel.
[20]https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/josh-shapiro-israel-policy-positions-b2591439.html
[21] ibidem
[22] https://nationaltoday.com/us/ca/san-francisco/news/2026/02/25/newsom-says-he-never-has-never-will-take-money-from-aipac/
[23] ibidem
[24] https://www.trackaipac.com/2028
[25]https://www.rainews.it/articoli/2025/10/sanders-e-ocasio-cortez-sostengono-zohran-mamdani-il-mondo-guarda-new-york-75170f34-1223-470f-9ffc-458d1fa1fc11.html
[26]https://andthewest.stanford.edu/2025/thirsty-for-power-and-water-ai-crunching-data-centers-sprout-across-the-west/#:~:text=Data%20centers%20in%20Quincy%2C%20Washington&text=It’s%20not%20just%20electricity%20that,grids%2C%20plumbing%2C%20and%20politics.
[27] https://www.bbc.com/news/articles/cy8gy7lv448o [28]https://www.politico.com/news/2026/02/06/tech-industry-ai-data-centers-politics-00762348
[29] ibidem
Foto copertina:AIPAC: Credito: Jose Luis Magana/AP Photo













