Riflessioni sui minori ucraini trasferiti dalla Federazione Russa e sull’ordine che sopravvive al ritiro del fronte.
Il 12 marzo 2026, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sull’Ucraina ha reso noto un dato di estrema rilevanza. Degli oltre 1.200 minori di cui è stata verificata la deportazione o il trasferimento temporaneo dall’Ucraina verso la Federazione russa dalla fine del 2021, circa l’ottanta per cento non aveva ancora fatto ritorno a casa a quattro anni di distanza[1]. La prosecuzione del fenomeno rappresenta l’elemento centrale di questa vicenda, poiché il non si limita all’atto del trasferimento, ma produce effetti che si accumulano nel tempo. Anche la qualificazione giuridica dei fatti si è evoluta parallelamente. Se il 17 marzo 2023 la Corte penale internazionale aveva emesso mandati d’arresto contro Vladimir Putin e la commissaria presidenziale Maria Lvova-Belova per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illecito di minori[2], tre anni dopo la Commissione ONU ha qualificato la deportazione, il trasferimento forzato e la sparizione forzata dei minori come crimini contro l’umanità. Non si tratta più di singoli atti illeciti legati al conflitto, bensì di un sistema fondato su una precisa scelta politica.
In questo quadro, la questione assume un valore cruciale per la sicurezza internazionale. Un’occupazione prolungata richiede infatti l’edificazione di un ordine stabile, capace di governare la popolazione residente, di depotenziarne la resistenza e di rendere operative le istituzioni dell’occupante. Nei territori ucraini sottomessi al controllo russo, l’avanzata militare è stata sistematicamente affiancata dall’estensione di leggi, tribunali, documenti, programmi scolastici e apparati amministrativi della Federazione[3]. Il trasferimento dei minori rappresenta un ingranaggio centrale di questa progressiva trasformazione. La condizione del bambino risulta singolare sia sul piano giuridico che su quello sociale. Se un adulto può essere identificato, controllato e sottoposto a una nuova burocrazia, un minore necessita in primo luogo di custodia e tutela. Oltre a separare le famiglie, la guerra solleva immediatamente il nodo di quale autorità sia legittimata a rappresentare il bambino e a decidere per suo conto. Così, l’esercizio della protezione può convertirsi in uno strumento di governo.
Il problema della custodia
I percorsi seguiti dai bambini trasferiti a partire dal 2022 appaiono estremamente eterogenei. Un gruppo consistente proveniva da orfanotrofi, collegi o strutture d’assistenza. In altre circostanze la separazione è avvenuta durante le procedure di filtrazione, allorché l’arresto degli adulti lasciava i minori privi di accompagnatori. Un terzo canale ha riguardato soggiorni in Crimea o in Russia all’interno di campi estivi e programmi ricreativi, talvolta avviati con l’iniziale consenso dei genitori. Le indagini confermano che diversi soggiorni si sono conclusi regolarmente, con la restituzione dei figli alla data prestabilita. Tuttavia, in molti altri contesti, la natura temporanea dello spostamento è sfumata verso forme di permanenza indeterminata, tra ritorni rinviati, contatti diradati e viaggi complessi che le famiglie hanno dovuto organizzare in autonomia per recuperare i propri figli. Gli studi dello Yale Humanitarian Research Lab hanno ampiamente documentato casi in cui soggiorni previsti per poche settimane sono durati mesi, nonché situazioni in cui la restituzione dei minori è stata bloccata dopo la riconquista ucraina dei territori di provenienza[4].
Il diritto internazionale limita rigorosamente l’evacuazione dei minori da un territorio occupato, vincolandone la legittimità a requisiti di temporaneità, sicurezza e alla scrupolosa conservazione delle informazioni necessarie al ricongiungimento familiare[5].
La dimensione politica emerge quando la condizione eccezionale prodotta dalla guerra comincia a consolidarsi in una nuova normalità amministrativa. Registrare, collocare, istruire e affidare un bambino separato dalla famiglia sono azioni che rispondono a reali esigenze di tutela. Al contempo, esse attribuiscono all’autorità che le gestisce la facoltà discrezionale di stabilire quali legami familiari e quali forme di protezione debbano ritenersi valide.
Un episodio ricostruito dall’OSCE illustra nitidamente questo meccanismo. Un padre, trattenuto dalle forze russe, è stato separato dai tre figli. Rilasciato dopo quarantacinque giorni di detenzione senza notizie su dove si trovassero, è stato rintracciato dal figlio maggiore, il quale lo ha avvertito che restavano pochi giorni prima dell’eventuale collocamento in un istituto o presso una famiglia affidataria. Per riaverli con sé, l’uomo ha dovuto dimostrare alle autorità occupanti la propria potestà genitoriale e reperire autonomamente i mezzi per raggiungere la struttura[6].
Il legame familiare, preesistente all’intervento dell’occupante, ha dovuto così ottenere un nuovo riconoscimento da parte dell’apparato che ne deteneva la custodia materiale.
In sostanza, il controllo esercitato sui minori condiziona inevitabilmente anche il comportamento degli adulti rimasti nei territori occupati. Le recenti analisi sulle dinamiche di sicurezza sotto occupazione evidenziano come il timore di ripercussioni sui figli abbia indotto molti genitori ad accettare i documenti russi, a iscrivere i ragazzi nelle scuole predisposte dai nuovi apparati o a evitare qualunque condotta interpretabile come ostile[7]. La rilevanza strategica della custodia supera quindi l’effettivo numero di bambini trasferiti, trasformando la vulnerabilità degli affetti in una leva di condizionamento sull’intera popolazione.
L’annessione della persona
Parallelamente alle politiche di custodia, la gestione della cittadinanza costituisce un tassello fondamentale. La distribuzione di passaporti russi alla popolazione residente ha preceduto l’invasione del febbraio 2022 ed è stata impiegata da Mosca in diverse aree dello spazio post-sovietico. A partire dal 2014, e con una marcata accelerazione negli ultimi anni, la cosiddetta passportization ha instaurato un vincolo giuridico diretto tra la Federazione e gli abitanti dei territori ucraini occupati. Gli studi specialistici definiscono questo fenomeno come «annessione personale», poiché attraverso l’estensione della cittadinanza lo Stato incorpora formalmente i singoli individui insieme al territorio[8].
Nel contesto ucraino, questa capillare diffusione del titolo di cittadino genera un effetto di radicamento (entrenchment), destinato a rendere oltremodo complessa ogni futura reintegrazione sotto la sovranità di Kyiv[9].
Nel caso dei minori, tale dinamica assume contorni ancora più definiti. Diversi interventi normativi approvati dopo l’invasione hanno progressivamente semplificato le procedure per la concessione della cittadinanza russa ai bambini ucraini. Tra questi, il decreto presidenziale n. 11 del 4 gennaio 2024 ha esteso le corsie agevolate ai minori orfani o privi di cure parentali, permettendo in determinati casi che la richiesta sia avanzata direttamente dalle strutture russe che ne hanno la custodia[10]. In questo processo, la classificazione amministrativa iniziale diventa decisiva. Un minore residente in un istituto non è necessariamente privo di riferimenti familiari, potendo contare su genitori o parenti momentaneamente impossibilitati a raggiungerlo. Sarà tuttavia la categoria con cui viene registrato a determinarne il destino giuridico.
Il passaggio verso l’affidamento e l’adozione consolida ulteriormente questo assetto. Nel dicembre 2024, lo Yale Humanitarian Research Lab ha identificato con elevata affidabilità 314 bambini delle regioni di Donetsk e Luhansk inseriti nel sistema di adozione o affidamento russo. Di questi, almeno 208 risultavano collocati presso cittadini russi o sotto la loro tutela, 67 erano già stati naturalizzati e 148 figuravano nelle banche dati per il collocamento[11].
L’OSCE ha inoltre evidenziato come l’ordinamento russo consenta, in caso di adozione, di modificare il nome, la data e il luogo di nascita del minore, rilasciando un nuovo certificato. Il regime di segretezza che ne deriva limita fortemente la possibilità di ricostruire dall’esterno l’identità e la storia precedente del bambino[12]. Sebbene cittadinanza, tutela e adozione siano strumenti distinti che riguardano solo una quota dei trasferiti, la loro combinazione garantisce al sistema giudiziario e amministrativo russo il monopolio nel decidere quali adulti possano rappresentare il minore e quali legami familiari conservino valore legale.
Rieducazione, militarizzazione e temporalità
Nel settembre 2025, lo Yale Humanitarian Research Lab ha censito almeno 210 strutture, dislocate in Russia e nei territori occupati, in cui sono stati accolti minori ucraini. In oltre il sessanta per cento dei siti analizzati sono emersi programmi di rieducazione incentrati sulla narrazione storica e patriottica promossa dallo Stato russo, mentre in almeno 39 strutture sono state rilevate attività di addestramento e formazione militare. Questi dati attestano l’articolata logistica dell’apparato e mostrano come il trasferimento sia spesso seguito da un graduale inserimento nelle istituzioni russe attraverso percorsi scolastici, organizzazioni giovanili, iniziative patriottiche e canali d’accesso guidati verso le università della Federazione[13]. Si tratta di un modello con precedenti storici precisi, come evidenziato dall’esperienza della Crimea.
Già dopo l’occupazione del 2014, il programma Train of Hope aveva favorito il collocamento presso famiglie russe di bambini provenienti dagli istituti della penisola, con almeno trenta adozioni documentate tra il 2014 e il 2015. Negli anni successivi sono poi proseguiti trasferimenti più circoscritti dal Donbas, alcuni dei quali risolti con il rientro dei minori tramite canali diplomatici[14]. Il 2022 segna dunque un salto di scala quantitativo e organizzativo, non la comparsa di una prassi inedita. Ciò non giustifica letture semplificate che colleghino in modo meccanico la russificazione imperiale, le politiche sovietiche delle nazionalità e le pratiche odierne, dal momento che contesti, strumenti e concezioni dell’appartenenza rimangono differenti[15].
Il vero elemento di continuità risiede piuttosto nel ricorso a istituzioni capaci di classificare, educare e redistribuire una popolazione in ambiti di sovranità contestata.
La profondità temporale dell’occupazione si misura precisamente nella permanenza di queste trasformazioni. Se una linea di combattimento può essere modificata rapidamente da un’avanzata o da un ritiro militare, l’attribuzione di una cittadinanza, il riconoscimento di una tutela o anni di formazione ricevuti in un sistema educativo diverso seguono dinamiche e tempi assai più lunghi da riassorbire.
La grammatica della protezione
La narrazione con cui le autorità russe presentano queste operazioni adotta un registro semantico fondato sui concetti di evacuazione, protezione, riabilitazione e ricongiungimento. L’ufficio della Commissaria presidenziale per i diritti dell’infanzia continua, infatti, a gestire singoli casi di rientro. Al 30 luglio 2026, la struttura dichiarava di aver facilitato il ricongiungimento di 145 bambini con i familiari in Ucraina o in Paesi terzi, oltre a 31 casi con parenti residenti in Russia[16].
Questi episodi meritano attenzione perché mostrano una realtà più articolata di un sistema unicamente proiettato al trattenimento permanente. Al contempo, le evidenze raccolte dalla Commissione ONU documentano prolungati inserimenti in famiglie e istituzioni distribuite in numerose regioni della Federazione, frequenti concessioni di cittadinanza e rilevanti ostacoli alla tracciabilità e al ritorno dei minori. La retorica della tutela si inserisce in modo coerente nel quadro concettuale con cui Mosca definisce il proprio rapporto con l’Ucraina. Già nel saggio del luglio 2021 On the Historical Unity of Russians and Ukrainians, Vladimir Putin collocava russi e ucraini all’interno di un medesimo spazio storico e spirituale, interpretando la loro separazione come il frutto di un processo politico volto ad allontanare Kyiv da Mosca[17]. Dopo il febbraio 2022, questa visione ha fornito l’impalcatura ideologica per l’estensione della sovranità russa. La nozione di Russkiy Mir identifica uno spazio culturale e politico che travalica i confini della Federazione, in cui la condivisione di lingua e memoria fonda una relazione privilegiata tra il centro e le popolazioni ritenute parte del medesimo orizzonte[18]. Nei territori occupati, la proiezione culturale del “mondo russo” si traduce nell’aspirazione a riassegnare l’appartenenza dei singoli, a partire dalle fasce più vulnerabili. La presa in carico del minore può così essere rappresentata come un atto di reintegrazione. Emerge qui la natura essenzialmente revisionista dell’occupazione, nella quale la pretesa territoriale si accompagna alla rivendicazione sulla popolazione, precedendo e travalicando il solo controllo fisico del territorio.
Dopo il fronte
Il tema rivela ulteriori implicazioni se analizzato nell’ottica della conclusione del conflitto.
Il dibattito sulla war termination in Ucraina si concentra inevitabilmente sulla tracciatura dei confini, sulle garanzie di sicurezza, sulla tenuta del cessate il fuoco e sull’architettura delle sanzioni. Tuttavia, un eventuale ritiro delle forze armate lascerebbe aperta la complessa eredità accumulata in anni di amministrazione civile e giudiziaria occupante[19].
Per i minori, la questione si pone con un’evidenza tangibile.
Il semplice rientro fisico rischia di non risolvere i nodi legati alla cittadinanza, ai documenti, alle tutele, agli affidamenti e all’eventuale adozione, oltre al riconoscimento dei titoli di studio conseguiti. Sebbene molti di questi provvedimenti possano essere dichiarati privi di efficacia dall’ordinamento ucraino, i legami personali e le relazioni umane maturate nel tempo richiederanno interventi di tutt’altra natura. La fase del ritorno permette dunque di cogliere a ritroso l’ampiezza del potere istituzionale consolidatosi durante il periodo di occupazione. Una futura de-occupazione metterà lo Stato ucraino di fronte alla sfida fondamentale di ripristinare la propria autorità su popolazioni rimaste per lungo tempo inserite in un differente sistema amministrativo, legale ed educativo. Se la passportization anticipa già la portata di questa difficoltà, nel caso dell’infanzia ad essa si sommano i nodi delicati della custodia, dell’adozione e dell’identità culturale.
Note
[1] Independent International Commission of Inquiry on Ukraine, UN Commission concludes that deportation and forcible transfer of Ukrainian children by Russian authorities, as well as enforced disappearances, amount to crimes against humanity, United Nations Human Rights Council, 12 marzo 2026. Fonte ONU
[2] International Criminal Court, Situation in Ukraine, ICC-01/22, Pre-Trial Chamber II, warrants of arrest against Vladimir Vladimirovich Putin and Maria Alekseyevna Lvova-Belova, 17 marzo 2023; artt. 8(2)(a)(vii) e 8(2)(b)(viii), Statuto di Roma. Scheda ufficiale della CPI.
[3] David Lewis, Occupation: Russian Rule in South-Eastern Ukraine, Oxford University Press, 2025, pp. 85-122; DOI 10.1093/oso/9780197811092.001.0001; ISBN 9780197811092.
[4] Kaveh Khoshnood, Nathaniel A. Raymond, Caitlin N. Howarth et al., Russia’s Systematic Program for the Re-education & Adoption of Ukraine’s Children, Humanitarian Research Lab, Yale School of Public Health, Conflict Observatory, New Haven, 14 febbraio 2023; Veronika Bílková, Cecilie Hellestveit, Elīna Šteinerte, Report on Violations and Abuses of International Humanitarian and Human Rights Law, War Crimes and Crimes Against Humanity, related to the Forcible Transfer and/or Deportation of Ukrainian Children to the Russian Federation, OSCE Moscow Mechanism, ODIHR, 4 maggio 2023. Rapporto Yale 2023 Rapporto OSCE 2023
[5] Convention (IV) relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War, Ginevra, 12 agosto 1949, art. 49; Protocol Additional to the Geneva Conventions of 12 August 1949 relating to the Protection of Victims of International Armed Conflicts (Protocol I), 8 giugno 1977, art. 78. IV Convenzione di Ginevra, art. 49 Protocollo addizionale I, art. 78
[6] Bílková, Hellestveit, Šteinerte, Report on Violations and Abuses… related to the Forcible Transfer and/or Deportation of Ukrainian Children, cit., pp. 61-63. OSCE Moscow Mechanism 2023
[7] Jade McGlynn, Anastasiia Romaniuk, “Capturing the minds: The role of child deportation in maintaining Russian authority over Ukraine’s occupied territories”, European Journal of International Security, 2026, pp. 1-24, Cambridge University Press,DOI 10.1017/eis.2026.10056; ISSN 2057-5637.
[8] Fabian Burkhardt, “The Four Modi of Russia’s Forced Naturalization of Ukrainians: ‘Passportization’ and its Implications for Transitional Justice”, Ukrainian Analytical Digest, n. 3, novembre 2023, pp. 13-24; DOI 10.3929/ethz-b-000646799.
[9] Tetyana Malyarenko, Borys Kormych, “New People for the Old Empire: Russian Policy of Citizenship in the Occupied Territories of Ukraine and Beyond”, Ethnopolitics, vol. 25, n. 1, 2026, pp. 61-76, DOI 10.1080/17449057.2024.2386794.
[10] Federazione Russa, Decreto del Presidente n. 11 del 4 gennaio 2024, Об определении отдельных категорий иностранных граждан и лиц без гражданства, имеющих право обратиться с заявлением о приеме в гражданство Российской Федерации; Legge federale n. 138-FZ del 28 aprile 2023, О гражданстве Российской Федерации. Decreto presidenziale n. 11/2024 Legge federale n. 138-FZ/2023
[11] Nathaniel A. Raymond, Oona A. Hathaway, Caitlin N. Howarth, Kaveh Khoshnood et al., Intentional, Systematic, & Widespread: Russia’s Program of Coerced Adoption and Fostering of Ukraine’s Children, Humanitarian Research Lab, Yale School of Public Health, New Haven, 3 dicembre 2024, pp. 5-7.
[12] Bílková, Hellestveit, Šteinerte, Report on Violations and Abuses… related to the Forcible Transfer and/or Deportation of Ukrainian Children, OSCE Moscow Mechanism, 2023, pp. 62-63.
[13] Paige Farrenkopf, Caitlin N. Howarth, Nathaniel A. Raymond et al., Ukraine’s Stolen Children: Inside Russia’s Network of Re-Education and Militarization, Humanitarian Research Lab, Yale School of Public Health, New Haven, 16 settembre 2025. Rapporto Yale 2025.
[14] McGlynn, Romaniuk, “Capturing the minds”, cit., pp. 7-8.
[15] Alexei Miller, The Ukrainian Question: The Russian Empire and Nationalism in the Nineteenth Century, Central European University Press, Budapest-New York, 2003; DOI 10.1515/9786155211188; Terry Martin, The Affirmative Action Empire: Nations and Nationalism in the Soviet Union, 1923-1939, Cornell University Press, Ithaca, 2001, ISBN 9780801438134; Mikhail Suslov, “‘Russian World’ Concept: Post-Soviet Geopolitical Ideology and the Logic of ‘Spheres of Influence’”, Geopolitics, vol. 23, n. 2, 2018, pp. 330-353; DOI 10.1080/14650045.2017.1407921.
[16] Уполномоченный при Президенте Российской Федерации по правам ребёнка, Помогли мальчику вернуться в Россию к маме. Четыре ребенка воссоединяются с близкими на Украине и в третьих странах, 30 luglio 2026. Fonte ufficiale dell’Ufficio della Commissaria presidenziale per i diritti dell’infanzia. Fonte ufficiale russa.
[17] Vladimir Putin, “On the Historical Unity of Russians and Ukrainians”, President of Russia, 12 luglio 2021. Testo sul sito del Cremlino.
[18] Mikhail Suslov, “‘Russian World’ Concept: Post-Soviet Geopolitical Ideology and the Logic of ‘Spheres of Influence’”, Geopolitics, vol. 23, n. 2, 2018, pp. 330-353; DOI 10.1080/14650045.2017.1407921; McGlynn, Romaniuk, “Capturing the minds”, cit.
[19] David Lewis, Occupation: Russian Rule in South-Eastern Ukraine, Oxford University Press, 2025, “Conclusion: Futures”, pp. 283-292; DOI 10.1093/oso/9780197811092.003.0009; Malyarenko, Kormych, “New People for the Old Empire”, cit., pp. 61-76.
Foto copertina: La profondità temporale dell’occupazione












