Tragedia nel campo profughi di Abu Shuk nella città di El-Fasher, nel Darfur settentrionale, dove un attacco delle Rapid Support Forces (RSF) colpisce civili e infrastrutture. Cresce la crisi umanitaria.
Almeno 14 civili hanno perso la vita in seguito a una serie di attacchi armati condotti dalle forze paramilitari dell’RSF contro il campo per sfollati di Abu Shuk, situato alla periferia della città di El-Fasher, capitale del Darfur settentrionale, nel Sudan occidentale. Lo riferisce l’Unità di emergenza locale, un’organizzazione umanitaria che opera nella regione devastata da un conflitto interno che si protrae da oltre due anni.
Secondo le testimonianze raccolte, i raid avrebbero colpito indiscriminatamente diverse aree del campo, inclusi il mercato centrale, le moschee e le abitazioni civili situate nei pressi di infrastrutture pubbliche. Il campo di Abu Shuk ospita decine di migliaia di persone fuggite dalle violenze scoppiate nel 2023 tra l’esercito regolare sudanese, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhane, e i miliziani di RSF, guidati dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”.
L’attacco si inserisce in un contesto sempre più critico: El-Fasher rappresenta l’ultimo capoluogo provinciale della regione del Darfur ancora sotto il controllo delle forze governative, e da maggio 2024 è stretta d’assedio dalle RSF. Le Nazioni Unite hanno già definito la crisi in Sudan come “la peggiore catastrofe umanitaria al mondo”, aggravata dalla fame, dalla mancanza di assistenza sanitaria e dalla continua insicurezza.
Il campo di Abu Shuk, come altri insediamenti di sfollati interni, si trova ora in una situazione di estrema vulnerabilità: le risorse alimentari sono scarse, l’accesso all’acqua è limitato e le organizzazioni umanitarie denunciano enormi difficoltà a raggiungere i civili. A rendere la situazione ancora più drammatica è il precedente attacco al campo di Zamzam, a pochi chilometri di distanza, che lo scorso aprile è stato praticamente svuotato dopo un’offensiva delle RSF: vi risiedevano quasi un milione di persone.
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Crisi elettrica a Omdurman e attacchi ai servizi essenziali
Parallelamente, la capitale Khartoum e la città gemella di Omdurman sono state colpite da nuovi attacchi con droni, che il 14 maggio hanno danneggiato tre centrali elettriche, causando un blackout esteso. L’organizzazione Medici Senza Frontiere (MSF) ha denunciato che due importanti ospedali pubblici di Omdurman – Al Naou e Al Buluk – sono rimasti completamente privi di elettricità, acqua e ossigeno, con conseguenze gravissime per i pazienti. Tra i rischi più immediati c’è l’aumento della diffusione del colera, già in crescita in diverse zone del Paese.
Le RSF, pur avendo perso il controllo di ampie porzioni del territorio nazionale, continuano a mantenere roccaforti strategiche nei settori occidentale e meridionale di Omdurman. Negli ultimi mesi hanno intensificato gli attacchi mirati con droni contro obiettivi sensibili sotto controllo dell’esercito, tra cui spicca l’ultimo aeroporto civile operativo del Sudan, situato nella città portuale di Port Sudan, a est.
Colpiti anche ospedali e risorse idriche a El-Fasher
Non si ferma l’escalation neppure a El-Fasher. Sempre il 14 maggio, secondo quanto riferito dall’UNICEF, un colpo di artiglieria ha distrutto un’autocisterna presso l’ospedale saudita, una delle poche strutture sanitarie ancora funzionanti nella città. L’attacco ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile, lasciando oltre 1.000 pazienti senza accesso a risorse idriche essenziali, in un momento in cui le temperature elevate e le condizioni igieniche precarie aumentano il rischio di epidemie.
Foto copertina: Gli sfollati sudanesi siedono in un rifugio dopo essere stati evacuati dall’esercito sudanese in una zona più sicura a Omdurman il 13 maggio 2025. © Ebrahim Hamid / AFP













