World News: notizie dal mondo – Americhe


World News, la rubrica che vi porta in viaggio attraverso i continenti per scoprire le notizie più rilevanti da ogni angolo del pianeta. Dall’America all’Asia, dall’Africa all’Europa, fino all’Oceania, vi aggiorniamo su politica, economia, ambiente, cultura e società, per offrirvi una panoramica globale e sempre aggiornata. Cosa è accaduto in America? notizie dal 1° al 31 ottobre 2025.


Bolivia: Il centrista Rodrigo Paz vince le elezioni
Il centrista Rodrigo Paz ha domenica il ballottaggio per le presidenziali in Bolivia, sconfiggendo il rivale conservatore Jorge “Tuto” Quiroga, mentre la peggiore crisi economica del Paese ha contribuito a porre fine a quasi due decenni di governo di sinistra. Paz , senatore del Partito Democratico Cristiano, ha ottenuto il 54,5% dei voti, superando il 45,5% di Quiroga, secondo i primi risultati del tribunale elettorale boliviano. Tuttavia, il partito di Paz non detiene la maggioranza nel parlamento del Paese, il che lo costringerà a stringere alleanze per governare efficacemente. La vittoria del senatore 58enne segna una svolta storica per il Paese sudamericano, governato quasi ininterrottamente dal 2006 dal Movimento al Socialismo boliviano, o MAS, che un tempo godeva di un sostegno schiacciante da parte della maggioranza indigena del Paese. Il programma moderato di Paz – che si impegna a mantenere i programmi sociali promuovendo al contempo la crescita trainata dal settore privato – sembra aver trovato riscontro tra gli elettori di sinistra, delusi dal partito al potere MAS, fondato dall’ex presidente Evo Morales, ma diffidenti nei confronti delle misure di austerità proposte da Quiroga. La fragile economia boliviana ha dominato la campagna elettorale. Dopo il crollo delle esportazioni di gas naturale, l’inflazione è ai massimi e il carburante scarseggia. Entrambi i candidati hanno fatto campagna per smantellare alcuni elementi del modello statale dell’era MAS, ma hanno divergenze su quanto drasticamente lo faranno. Paz era a favore di una riforma graduale, che includesse incentivi fiscali per le piccole imprese e autonomia fiscale regionale, mentre Quiroga proponeva tagli radicali e un salvataggio da parte del FMI.

Argentina: Vittoria di Milei alle elezioni di medio termine col 40,84%  Inaspettatamente, si sono rivelate un successo le elezioni di medio termine in Argentina per il presidente Javier Milei. Gli scandali e la presunta corruzione che ha coinvolto la sorella del Presidente, non hanno arrestato il successo elettorale de La Libertad Avanza che ha ottenuto il 40,84% dei voti a livello nazionale, sconfiggendo l’opposizione di sinistra, Fuerza Patria (FP), ferma al 24,50%. La vittoria è confermata anche nella provincia di Buenos Aires, storico bastione del peronismo progressista. LLA aumenta dunque il numero di seggi, conquistando 64 deputati. Sebbene il partito resti minoranza in Parlamento, questo insperato successo permetterà a Milei di negoziare alleanze, in particolare con il partito PRO dell’ex presidente Mauricio Macri. Negli ultimi mesi, un Parlamento dominato dal centrosinistra di stampo peronista aveva approvato leggi contro le politiche di tagli di Milei, stanziando fondi per l’università, la sanità e le pensioni, nonostante i veti presidenziali, respinti grazie a maggioranze qualificate. Il nuovo Parlamento sarà invece più facile da controllare per il presidente. Il futuro della sua presidenza ora sembra dipendere dalla capacità di Milei di mantenere l’equilibrio fiscale, senza che le pesanti conseguenze sociali dell’austerità ultraliberista minino il consenso a lungo termine. Da segnalare il dato dell’affluenza fermatasi al 67,85%, il minimo storico dal ritorno alla democrazia nel 1983.

Brasile: violento raid della polizia a Rio de Janeiro
All’alba del 28 ottobre gli abitanti di due complessi di favelas alla periferia nord di Rio de Janeiro, Alemão e Penha, si sono svegliati al suono di raffiche di colpi. Mentre alcuni elicotteri sorvolavano la zona, una trentina di veicoli blindati e circa 2.500 agenti della polizia civile e militare hanno fatto irruzione nella zona per arrestare i capi della gruppo criminale Comando vermelho. Il bilancio dell’operazione, ordinata dal governatore di destra Cláudio Castro, è senza appello: più di 110  persone sono state arrestate e più di 130 sono state uccise, tra queste ci sono quattro agenti. Inizialmente il bilancio era di 64 vittime, ma con il passare delle ore gli abitanti del Complexo da Penha hanno cominciato a portare decine di cadaveri nella piazza São Lucas, caricandoli su dei pick-up dalla zona dove gli scontri erano stati più violenti. O Globo racconta che qualcuno si è avvicinato ai cadaveri, ha scostato le lenzuola e ha tagliato i vestiti per facilitare l’identificazione dei familiari. Quasi da subito sui social media hanno cominciato a circolare immagini, video e racconti di quello che era successo. Si tratta dell’operazione più sanguinosa condotta dalle forze di sicurezza nello stato di Rio de Janeiro dal 2007 in cui morirono rispettivamente 28 e 23 persone. Il governatore Castro ha definito l’irruzione della polizia nelle favelas un successo che ha inflitto un duro colpo al narcoterrorismo, aggiungendo che le uniche vittime sono stati i quattro agenti. In seguito a queste affermazioni, il giudice della corte suprema brasiliana Alexandre de Moraes lo ha convocato per un’udienza la prossima settimana, mentre il presidente Luiz Inácio Lula da Silva su X ha scritto: «non possiamo accettare che la criminalità organizzata continui a distruggere le famiglie, a opprimere gli abitanti e a diffondere droga e violenza nelle città», sottolineando la necessità di un lavoro coordinato a livello federale e statale che colpisca il traffico di droga senza però mettere in pericolo la polizia, i bambini e le famiglie innocenti. Il riferimento è a una legge, la Pec de segurança, che deve essere approvata alla camera e che riformulerebbe la gestione della sicurezza, togliendo autonomia ai governi statali. Dopo l’operazione di martedì, il promotore della norma, il ministro della giustizia Ricardo Lewandowski, ha dichiarato che è davvero sorprendente che un’azione di questa portata venga realizzata all’insaputa del governo federale. Le Nazioni Unite e molte associazioni per i diritti umani hanno definito l’operazione “un massacro” hanno chiesto alle autorità di avviare quanto prima un’indagine per chiarire la dinamica dei fatti. Per rallentare l’avanzata delle forze dell’ordine, gli affiliati del Comando vermelho hanno lanciato bombe e granate con i droni e hanno sparato agli elicotteri con fucili d’assalto. L’organizzazione criminale ha anche bloccato diverse strade principali di Rio de Janeiro, disponendo autobus sequestrati per fermare il passaggio delle auto e alzando barricate di pneumatici incendiati. Secondo Amarilis Costa, avvocata esperta di diritti umani, alla base della sanguinosa operazione della polizia a Rio c’è uno stato che si riserva di decidere chi vive e chi muore, soprattutto nei quartieri poveri dove la maggioranza della popolazione è nera. E ancora prima della morte, la logica dell’annullamento comincia con l’assenza dei servizi igienici, la mancanza di investimenti nella scuola e la violenza delle forze di sicurezza: «La criminalità è il pretesto, non la causa. Il corpo nero è il crimine stesso, l’obiettivo di uno stato che ha naturalizzato la sua eliminazione».

Colombia: chiuso il cerchio sui killer del biologo italiano
La Polizia e la Procura della città colombiana di Santa Marta, con la collaborazione degli investigatori italiani, hanno arrestato il giovane che secondo le indagini ha adescato e ingannato il biologo italiano Alessandro Coatti conducendolo in una trappola mortale. Si tratta di Uber Etilvio Torres García, la cui cattura è arrivata sei mesi dopo il brutale omicidio, che ha scosso entrambi i paesi. Secondo quanto riporta El Tiempo che ha ricostruito l’inchiesta conclusasi con l’arresto del settimo membro della banda che uccise Coatti, Uber contattò il biologo tramite un’app di incontri e concordò con lui un appuntamento al Parco degli Innamorati (il Parque de los Novios), luogo centrale e affollato di Santa Marta. Da lì i due iniziarono a camminare sul lungomare della baia della città colombiana, fino a prendere un taxi verso il quartiere El Pando, dove Coatti fu drogato, derubato e ucciso dai membri della banda. E proprio una fotografia della passeggiata con Coatti è stata la prova chiave che ha permesso di individuare Uber, rintracciato lunedì scorso mentre guardava una partita di calcio nel quartiere Las Vegas, indossando lo stesso abbigliamento della giornata del crimine. Il suo arresto completa il quadro dei sette membri della banda, tutti identificati e collegati al delitto. Il comandante della Polizia Metropolitana, il colonnello Jaime Ríos, ha elogiato gli investigatori sottolineando l’impegno dell’istituzione a garantire giustizia per la famiglia di Coatti.

Cuba: isola al buio dopo il passaggio devastante dell’uragano Melissa
Quasi tutta Cuba è sprofondata nell’oscurità dopo il devastante passaggio dell’uragano Melissa, che ha provocato danni gravi alle principali centrali elettriche del Paese. La società statale Unión Eléctrica (Une) ha comunicato che soltanto cinque unità di generazione restano operative per alimentare dieci province ancora connesse alla rete nazionale. Le termoelettriche di Renté, nella provincia di Santiago de Cuba, e Felton, in quella di Holguín — una delle più importanti dell’isola — sono state completamente spente a causa dei danni provocati dal ciclone. «Il deficit di capacità di generazione da Camagüey a Pinar del Río sarà molto elevato», ha avvertito la Une in una nota diffusa sulle sue reti sociali. Con l’aggiunta della produzione distribuita e dei parchi solari non colpiti, la capacità complessiva raggiungerebbe circa 1.200 megawatt, pari al 37% del fabbisogno totale medio. Gravi inondazioni hanno inoltre colpito la città di Bayamo, nella provincia di Granma, dove il fiume omonimo è esondato sommergendo interi quartieri. Testimoni locali riferiscono che decine di abitazioni sono rimaste sott’acqua dopo l’apertura delle dighe a monte.

Stati Uniti: il New Mexico lancia l’assistenza all’infanzia gratuita per tutti
Il New Mexico è diventato il primo stato degli Stati Uniti a offrire assistenza all’infanzia gratuita a tutti i residenti, nel tentativo di rilanciare l’economia e di innalzare i livelli di istruzione, classificati tra i peggiori del Paese. Grazie al programma, le famiglie, indipendentemente dal reddito, potranno ricevere buoni statali per coprire le spese di assistenza all’infanzia pubblica e privata. È il coronamento degli sforzi compiuti dal New Mexico per ampliare l’accesso all’assistenza all’infanzia gratuita da quando il governatore e la legislatura statale hanno istituito il Dipartimento per l’Educazione e l’Assistenza alla Prima Infanzia nel 2019. Il lancio arriva mentre altri stati, città e contee a guida democratica stanno valutando una misura popolare tra le famiglie lavoratrici. Il Connecticut ha recentemente approvato una legge che rende l’assistenza all’infanzia gratuita per le famiglie con un reddito inferiore a 100.000 dollari all’anno e non più del 7% del reddito per quelle con un reddito superiore. Il candidato sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha proposto un asilo nido universale gratuito. La governatrice del New Mexico, Michelle Lujan Grisham, ha dichiarato ai giornalisti che l’assistenza all’infanzia è «la spina dorsale della creazione di un sistema di sostegno per le famiglie che consenta loro di lavorare, di andare all’università e di fare tutto ciò di cui hanno bisogno per continuare a far uscire il New Mexico dalla povertà».

Stati Uniti: la Casa Bianca limita l’accesso dei giornalisti all’ufficio stampa
Una nuova norma della Casa Bianca emanata lo scorso 31 ottobre limita la possibilità per i giornalisti accreditati di accedere liberamente agli uffici della portavoce Karoline Leavitt e di altri alti funzionari delle comunicazioni nell’ala ovest, vicino allo Studio Ovale. Il nuovo memorandum del Consiglio per la Sicurezza Nazionale vieta ai giornalisti di accedere alla Stanza 140, nota anche come “Upper Press”, senza previo appuntamento, citando la necessità di proteggere materiale potenzialmente sensibile. La modifica entrerà in vigore immediatamente. La decisione della Casa Bianca segue le restrizioni imposte all’inizio di questo mese per i giornalisti del Dipartimento della Difesa , una decisione che ha spinto decine di giornalisti a lasciare i loro uffici al Pentagono e a restituire le proprie credenziali. Il Consiglio per la sicurezza nazionale ha affermato che la modifica è stata apportata per proteggere il materiale sensibile che ora viene gestito di routine dai funzionari delle comunicazioni della Casa Bianca a seguito dei cambiamenti intervenuti nel consiglio. «Al fine di proteggere tale materiale e mantenere il coordinamento tra lo staff del Consiglio di sicurezza nazionale e lo staff delle comunicazioni della Casa Bianca, ai membri della stampa non è più consentito accedere alla stanza 140 senza previa approvazione sotto forma di appuntamento con un membro autorizzato dello staff della Casa Bianca», si legge nel promemoria. «La White House Correspondents Association si oppone inequivocabilmente a qualsiasi tentativo di limitare l’accesso dei giornalisti alle aree delle operazioni di comunicazione della Casa Bianca che sono da tempo aperte alla raccolta di notizie, compreso l’ufficio del portavoce stampa», ha affermato Weijia Jiang, attuale presidente del gruppo. L’amministrazione Trump ha rimosso mesi fa Reuters, Associated Press e Bloomberg News dal “gruppo” permanente di giornalisti che seguono il presidente, sebbene consenta a tali testate di partecipare sporadicamente. L’annuncio di venerdì arriva poche settimane dopo la stretta sull’accesso alla stampa da parte del Dipartimento della Difesa, che ora impone alle testate giornalistiche di firmare una nuova politica, pena la perdita dell’accesso alle credenziali stampa e agli spazi di lavoro del Pentagono.

Stati Uniti: Trump fissa il limite massimo di rifugiati a 7.500, il minimo storico, concentrandosi sui sudafricani bianchi
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fissato il tetto massimo di ammissione dei rifugiati a 7.500 per l’anno fiscale 2026, il limite più basso mai registrato, secondo un documento della Casa Bianca pubblicato giovedì, nell’ambito di un più ampio sforzo per rimodellare le politiche sui rifugiati negli Stati Uniti e nel mondo. Trump ha dichiarato, in una decisione annuale sui rifugiati datata 30 settembre, che le ammissioni si sarebbero concentrate principalmente sui sudafricani appartenenti alla minoranza etnica bianca afrikaner del Paese. Trump ha affermato che gli afrikaner subiscono persecuzioni a causa della loro razza nel paese a maggioranza nera, accuse che il governo sudafricano ha negato. Nel comunicato pubblicato, Trump ha affermato che la sua amministrazione avrebbe preso in considerazione l’idea di coinvolgere «altre vittime di discriminazioni illegali o ingiuste nelle rispettive patrie». La legge statunitense impone al potere esecutivo di consultare i membri del Congresso prima di stabilire i limiti per i rifugiati, ma i parlamentari democratici hanno dichiarato il 30 settembre che l’incontro non ha mai avuto luogo. In una dichiarazione rilasciata lo scorso 30 ottobre, il deputato statunitense Jamie Raskin, il senatore statunitense Dick Durbin e altri parlamentari democratici hanno affermato che il basso limite di Trump per i rifugiati sia privo di valore legale. «Questa bizzarra decisione presidenziale non è solo moralmente indifendibile, ma è anche illegale e invalida», hanno affermato i legislatori. Questo mese, Reuters e altri organi di stampa hanno riportato i piani di Trump per il tetto massimo di 7.500 rifugiati, che contrasta nettamente con i 100.000 rifugiati entrati sotto la presidenza dell’ex presidente Joe Biden nell’anno fiscale 2024.

Stati Uniti: Trump inizia la demolizione per preparare la sala da ballo della Casa Bianca
Lo scorso 20 ottobre le squadre di demolizione hanno smantellato parte della storica ala est della Casa Bianca per iniziare a costruire la sala da ballo voluta dal presidente Donald Trump , un progetto che, a suo dire, non avrebbe interferito con il monumento esistente. Grandi macchinari edili sono stati visti mentre demolivano la facciata dell’edificio, una parte del complesso della Casa Bianca che ha ospitato gli uffici della first lady, un teatro e un ingresso per i visitatori che accoglie i dignitari stranieri. L’attuale ala est fu costruita nel 1942, durante l’amministrazione di Franklin D. Roosevelt e nel mezzo della seconda guerra mondiale, sopra un bunker costruito per essere utilizzato dal presidente in caso di emergenza. La demolizione di parte di uno degli edifici più storici degli Stati Uniti ha scatenato le proteste di molti democratici e ha sollevato dubbi sul rispetto dei protocolli da parte dell’amministrazione Trump. Tutte le critiche sono state liquidate come «indignazione precostituita». La Casa Bianca ha dichiarato che avrebbe sottoposto i progetti per la costruzione della sala da ballo alla National Capital Planning Commission, che sovrintende alle costruzioni federali a Washington e negli stati limitrofi, nonostante la demolizione fosse già iniziata. Il segretario dello staff di Trump alla Casa Bianca, Will Scharf, che presiede la NCPC ha dichiarato a Reuters di non essere stato coinvolto nella progettazione della sala da ballo e di poter valutare con obiettività i progetti quando saranno presentati alla commissione. Trump ha annunciato che il progetto costerà 300 milioni di dollari, un aumento rispetto al prezzo iniziale di 200 milioni di dollari presento a luglio. Ha affermato che lui e donatori privati ​​stanno finanziando la sala da ballo, ma non ha rilasciato dettagli completi sul finanziamento.

Canada: occorre privilegiare accordi con i partner del G7 per garantire fornitura di minerali essenziali
Il Canada ha scelto di concentrarsi sulla sicurezza delle forniture di minerali essenziali quando ha ospitato i suoi partner del G7 di fine ottobre in occasione di una riunione dei ministri dell’energia e dell’ambiente a Toronto. I paesi del G7, ad eccezione del Giappone, dipendono fortemente o esclusivamente dalla Cina per una serie di materiali, dai magneti in terre rare ai metalli per batterie. All’inizio di quest’anno i funzionari del G7 si  sono incontrati a Chicago e hanno discusso dei prezzi minimi garantiti dai sussidi governativi, introdotti di recente dagli Stati Uniti per incoraggiare la produzione nazionale di minerali essenziali. Il Canada ha puntato inoltre a consolidare gli accordi di prelievo, ovvero accordi di finanziamento in cui un acquirente accetta di acquistare la produzione di un produttore in futuro a un prezzo prestabilito. Il ministro canadese dell’Energia e delle Risorse Naturali Tim Hodgson ha affermato che il Canada intende assumere un ruolo guida nel garantire le catene di approvvigionamento per tutti i suoi principali alleati, al fine di ridurre la dipendenza dalla Cina.