Yemen: la fine dello stallo e la riattivazione del conflitto

Yemen
Yemen

Dopo anni di relativo stallo, le recenti dinamiche militari nel sud dello Yemen tra il Consiglio di Transizione del Sud e il governo riconosciuto riaprono il conflitto, mentre gli Emirati Arabi Uniti vengono accusati da Riad di sostenere i separatisti e le misure adottate dal governo yemenita — dallo stato di emergenza all’annullamento di un accordo di difesa — mettono sotto pressione un assetto già profondamente frammentato.


Di Martina Biral

La guerra civile in Yemen ha conosciuto una nuova fase di escalation dopo un periodo di relativo stallo durato circa tre anni. Il conflitto, iniziato nel 2014 e mai realmente concluso, si riattiva oggi lungo nuove linee di frattura, mettendo ulteriormente a rischio l’integrità territoriale di un Paese già profondamente frammentato. In questo contesto, le recenti dinamiche militari nel sud e nell’est dello Yemen segnalano un mutamento degli equilibri interni, con il rafforzamento di attori secessionisti e il conseguente indebolimento dell’autorità centrale riconosciuta a livello internazionale. Più nello specifico, lo scontro attuale oppone principalmente il Consiglio di Transizione del Sud (STC), movimento separatista radicato nello Yemen meridionale e sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, al Presidential Leadership Council (PLC), organo che incarna l’attuale governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale. In tale quadro, mercoledì 3 dicembre le forze affiliate all’STC hanno lanciato un’offensiva su larga scala nel settore settentrionale del Governatorato di Hadramaut, segnando una delle più significative sfide militari al PLC dalla sua istituzione.

Leggi anche:

Radici e trasformazioni del conflitto

Per comprendere la portata di questi sviluppi, l’attuale fase del conflitto va letta all’interno di una crisi strutturale che affonda le proprie radici nelle trasformazioni politiche innescate dalle Primavere arabe all’inizio degli anni 2010. In particolare, il collasso del sistema di potere guidato da Ali Abdullah Saleh e la successiva transizione presidenziale non sono riusciti a ricomporre le tensioni interne, favorendo una progressiva frammentazione istituzionale e territoriale. In questo scenario, nel 2014 la presa di Sana’a da parte del movimento Ansar Allah ha sancito il collasso dell’assetto statuale e la polarizzazione del Paese lungo una linea di frattura prevalentemente nord-sud.
A partire da questa frattura, dal 2015 l’intervento militare saudita, alla guida di una coalizione regionale cui hanno aderito anche gli Emirati Arabi Uniti, ha internazionalizzato il conflitto con l’obiettivo dichiarato di ristabilire l’autorità del governo riconosciuto. Tuttavia, lungi dal produrre una stabilizzazione duratura, la guerra ha favorito la moltiplicazione di attori armati e centri di potere concorrenti.
Di conseguenza, l’allineamento iniziale tra Riyad e Abu Dhabi a sostegno del governo yemenita si è progressivamente incrinato, lasciando spazio a strategie divergenti che oggi emergono con particolare evidenza nel teatro meridionale del Paese.

Attori e assetti di potere

Per inquadrare le dinamiche attuali del conflitto yemenita, è utile delineare gli attori che esercitano un controllo politico o territoriale rilevante e il contesto istituzionale in cui operano. Lo Yemen presenta oggi un assetto profondamente frammentato, caratterizzato dalla coesistenza di più centri di potere e da un’autorità statale solo parzialmente esercitata, spesso contestata e disomogenea sul territorio.
In questo quadro si inserisce il Consiglio di Transizione del Sud (STC), attore politico-militare costituito nel 2017 e attivo prevalentemente nelle regioni meridionali del Paese. Il movimento promuove una maggiore autonomia politica del sud dello Yemen, richiamandosi all’esperienza dello Yemen del Sud, Stato indipendente tra il 1967 e il 1990.[1] Lo STC intrattiene rapporti di cooperazione con gli Emirati Arabi Uniti, che ne hanno sostenuto nel tempo lo sviluppo organizzativo e militare. Sul piano formale, lo STC è inserito nell’assetto istituzionale yemenita ed è rappresentato all’interno del Presidential Leadership Council (PLC), l’organo esecutivo collettivo riconosciuto a livello internazionale. Parallelamente, il movimento esercita un controllo di fatto su ampie porzioni dello Yemen meridionale e orientale, dove ha progressivamente rafforzato la propria presenza amministrativa e di sicurezza.
Il PLC, istituito nel 2022 a seguito del trasferimento dei poteri da parte dell’ex presidente Abdrabbuh Mansur Hadi, è stato concepito come struttura di coordinamento delle forze politiche e militari contrarie ad Ansar Allah e come principale referente dello Stato yemenita sul piano internazionale.[2] Presieduto da Rashad al-Alimi, il Consiglio ha competenze in materia di sicurezza, governance e direzione delle forze armate. Nel tempo, tuttavia, il PLC ha incontrato difficoltà nel consolidare un controllo territoriale uniforme, anche a causa di divergenze interne e della presenza di attori dotati di elevata autonomia operativa. L’Arabia Saudita continua a sostenere il PLC e il governo yemenita riconosciuto, fornendo supporto politico e militare nel quadro del proprio coinvolgimento regionale nel conflitto.
Un ulteriore polo centrale è rappresentato dal movimento Ansar Allah, comunemente noto come Houthi, che esercita un controllo stabile su vaste aree dello Yemen settentrionale e nord-occidentale, inclusa la capitale Sana’a.
Attivo sin dalle fasi iniziali della guerra civile, Ansar Allah è uno degli attori più strutturati sul piano politico e militare e intrattiene rapporti politici e militari con l’Iran. A partire dal 2022, in seguito a una tregua mediata dalle Nazioni Unite, l’intensità dei combattimenti tra Ansar Allah e la coalizione a guida saudita si è ridotta, pur senza determinare una soluzione politica complessiva. Il movimento mantiene tuttora un controllo effettivo sui territori amministrati e una significativa capacità di influenzare gli sviluppi futuri del Paese. Accanto a questi tre poli principali, lo Yemen ospita una pluralità di milizie locali, forze tribali e gruppi armati minori, che esercitano un controllo variabile su specifiche aree del territorio, in particolare nelle regioni centrali e meridionali. Nel loro insieme, queste dinamiche contribuiscono a rendere il conflitto altamente frammentato e complesso. Nel complesso, l’assenza di un’autorità statale unitaria e la sovrapposizione di livelli di conflittualità politica, militare e regionale rendono l’evoluzione della crisi yemenita profondamente incerta. Per la popolazione civile, tale contesto continua a tradursi in una crisi umanitaria persistente, riconosciuta a livello internazionale come una delle più gravi al mondo.

Il teatro dell’escalation

La nuova fase di instabilità si sviluppa principalmente nel Hadramaut, il più vasto governatorato yemenita, caratterizzato da un’elevata rilevanza strategica e dalla presenza di risorse energetiche. Il 3 dicembre, le forze del Consiglio di Transizione del Sud (STC) hanno dato il via all’operazione “Promising Future” al fine di estendere la propria presenza nella valle dell’Hadramaut e assumere il controllo di centri urbani e infrastrutture civili e militari, tra cui la città di Seiyun.[3]

L’offensiva si inserisce in un contesto di crescente competizione per il controllo di un territorio che si estende dal Golfo di Aden fino al confine con l’Arabia Saudita e che risulta storicamente frammentato tra diversi attori locali e istituzionali. In precedenza, l’influenza dello STC si concentrava prevalentemente lungo la fascia costiera meridionale del governatorato; le dinamiche più recenti indicano invece un progressivo spostamento verso le aree interne, tradizionalmente sotto l’autorità di forze legate al governo centrale.

Parallelamente, il movimento separatista ha consolidato la propria posizione lungo la costa orientale dello Yemen, mantenendo una presenza predominante nel Governatorato di Al-Mahrah, dove controlla infrastrutture portuali e snodi logistici rilevanti. Tale espansione si accompagna a un rafforzamento della pressione anche nei governatorati di Shabwa e Marib, riducendo ulteriormente lo spazio di manovra del Presidential Leadership Council (PLC) nelle regioni meridionali e centrali del Paese. Sul piano marittimo, lo STC esercita inoltre il controllo dell’isola di Perim, situata in prossimità dello stretto di Bab al-Mandab, un punto di passaggio cruciale per il traffico navale tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.[4] Nel loro insieme, questi sviluppi contribuiscono a ridefinire gli equilibri territoriali nello Yemen meridionale e orientale, ampliando l’area di influenza dello STC in un contesto già segnato da forte frammentazione.

Fattori alla base dell’offensiva

Le ragioni che hanno portato all’offensiva del Consiglio di Transizione del Sud (STC) contro le aree sotto l’autorità del Presidential Leadership Council (PLC) non sono state chiarite in modo univoco. Tuttavia, diverse fonti indicano una convergenza di fattori locali e regionali che avrebbero contribuito a destabilizzare equilibri già fragili.
Una prima ipotesi riguarda le tensioni sorte attorno al controllo di aree a rilevanza energetica nella valle dell’Hadramaut. Alla fine di novembre, lo STC ha avviato una mobilitazione in risposta alle attività di attori tribali locali, in particolare dell’Alleanza Tribale di Hadramaut, una formazione armata ritenuta vicina al PLC e attiva nei pressi delle infrastrutture petrolifere gestite da PetroMasila, la principale compagnia energetica del Paese. Le zone interessate dagli scontri sono infatti caratterizzate da una forte concentrazione di risorse petrolifere e idrocarburi, elemento che ne accresce il valore strategico. In questo contesto, lo STC ha accusato l’Alleanza tribale di intrattenere legami con gruppi armati ostili e di favorire attività di contrabbando; accuse che restano difficili da verificare in modo indipendente, ma che si inseriscono in una competizione più ampia per il controllo delle risorse.[5]

Una seconda chiave di lettura collega invece l’offensiva a dinamiche di carattere temporale e regionale. Secondo alcune analisi, l’avanzata dello STC si colloca in una fase di riapertura del dialogo tra Ansar Allah e Arabia Saudita, volta a esplorare possibili intese sul futuro del conflitto. In tale prospettiva, il rafforzamento dello STC nelle aree finora influenzate da Riyad potrebbe rispondere all’esigenza di ridefinire gli equilibri territoriali prima di un eventuale assetto negoziale, riducendo l’incertezza sul controllo del terreno.

A livello regionale, queste dinamiche si inseriscono in un contesto più ampio di divergenze di approccio tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, pur all’interno di un quadro di cooperazione strategica. Mentre Abu Dhabi mantiene relazioni strette con lo STC, Riyad osserva con crescente attenzione l’espansione di attori non direttamente allineati al governo centrale nelle regioni orientali dello Yemen, in particolare nell’Hadramaut e in al-Mahrah, aree considerate sensibili per la sicurezza del confine meridionale saudita e per la definizione del futuro assetto del Paese. Nel loro insieme, questi elementi suggeriscono che l’offensiva dello STC non sia riconducibile a una singola causa, ma piuttosto al sovrapporsi di fattori locali, energetici e diplomatici, in un contesto in cui il controllo territoriale continua a rappresentare una leva centrale nel conflitto yemenita.

Il quadro attuale

Nelle ultime ore, l’Arabia Saudita ha invitato gli Emirati Arabi Uniti a dare seguito alla richiesta del Presidential Leadership Council (PLC) di interrompere il proprio sostegno alle forze separatiste e di ritirare la propria presenza dal Paese entro 24 ore.[6]
La posizione saudita è stata formalizzata attraverso una nota del Ministero degli Esteri, che richiama la necessità di allinearsi alle decisioni delle autorità yemenite riconosciute. Contestualmente, il governo yemenita ha annunciato l’annullamento di un precedente accordo di cooperazione in materia di sicurezza con Abu Dhabi e la proclamazione dello stato di emergenza. In tale contesto, sono state adottate misure straordinarie, tra cui un blocco temporaneo dei collegamenti aerei, marittimi e terrestri. Sul piano militare, un raid ha colpito il porto di Mukalla, nel sud dello Yemen. Secondo fonti saudite, l’operazione avrebbe preso di mira carichi di armamenti e veicoli da combattimento attribuiti a forniture destinate a forze separatiste. Abu Dhabi ha respinto tali ricostruzioni, negando che il materiale distrutto fosse riconducibile agli Emirati e ribadendo il proprio rifiuto delle accuse di coinvolgimento diretto nel conflitto. Il presidente del PLC, Rashad al-Alimi, ha confermato la cancellazione dell’accordo di difesa congiunta con gli Emirati Arabi Uniti e l’entrata in vigore dello stato di emergenza per un periodo limitato. Le autorità yemenite hanno motivato le misure adottate con la necessità di tutelare la sicurezza nazionale e ristabilire il controllo sulle dinamiche interne. Nonostante le smentite emiratine, Riyad continua a sostenere che l’ampiezza e la rapidità dell’avanzata del Consiglio di Transizione del Sud (STC) rendano plausibile l’esistenza di forme di supporto esterno.


Note

[1] Wenner, Manfred W. “The civil war in Yemen, 1962-1970.” Stopping the killing: How civil wars end (1993): 95-124.
[2] Ibidem
[3] UAE-backed forces raise South Yemen flag as they push east, 4 Dicembre 2025. https://www.middleeasteye.net/news/uae-backed-forces-raise-south-yemen-flag-seizes-control-east
[4] Long War Journal, Southern Transitional Council seizes key areas of Yemen’s Hadramawt Governorate from rival government forces, 4 Dicembre 2025. https://www.longwarjournal.org/archives/2025/12/southern-transitional-council-seizes-key-areas-of-yemens-hadramawt-governorate-from-rival-government-forces.php
[5] Ibidem
[6] Reuters, UAE to pull remaining forces from Yemen in crisis with Saudi Arabia, 31 Dicembre, https://www.reuters.com/world/middle-east/saudi-led-coalition-yemen-calls-civilians-mukalla-port-evacuate-saudi-state-news-2025-12-30/


Foto copertina: Yemen: la fine dello stallo e la riattivazione del conflitto