Zimbabwe: storia di una promessa mancata e di un golpe riuscito

Wevow to keepourland from the foes[1]– “giuriamo di tenere la nostra terra lontana dai nemici” –  si legge in una strofa dell’inno nazionale dello Zimbabwe. Una promessa che l’ex Rhodesia meridionale[2] ha più volte dimostrato di voler mantenere a tutti i costi,al fine di tutelare quell’indipendenza a fatica ottenuta dalla Gran Bretagna all’inizio degli anni’ 80 del secolo scorso.

Già nel 1965, il Paese africano aveva unilateralmente dichiarato l’indipendenza dalla Madrepatria, senza ricevere però il riconoscimento da parte della comunità internazionale, ed anzi portando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad emanare la Risoluzione n.216, la quale invitava tutti i membri dell’Onu a non riconoscere l’autoproclamata Repubblica di Rhodesia.

Quando si tratta dei paesi di nuova indipendenza, si è soliti identificare quali nemici le potenze coloniali del passato, ma non è sempre così, o almeno non lo è stato nel caso della Repubblica dello Zimbabwe nelle ultime settimane. Il nemico, qui, è stato identificato con l’istituzione apicale di qualsiasi Stato repubblicano: il suo presidente.

Robert Mugabe, 93 anni, è da poco l’ex-capo di Stato più anziano del mondo, tristemente noto anche per un altro primato,quello di aver portato lo Zimbabwe ad essere uno dei paesi con la più alta mortalità infantile del mondo e con un’aspettativa di vita di 43 anni, un ossimoro se si pensa alla longevità del presidente. Plurilaureato, poliglotta ed ex docente universitario, Mugabe vestì i panni di patris patriae durante i tumultuosi anni che hanno preceduto l’indipendenza del paese[3].

Nel 1980, egli assunse la carica di primo ministro, mantenendola sino al 1987, anno in cui approdò alla presidenza della Repubblica restando in carica sino al 21 novembre 2017, 30 anni esatti. Durante il suo lungo governo, l’ex presidente ha di fatto escluso dal Paese qualsiasi forma di opposizione politica ricorrendo spesso a manipolazioni elettorali ed ha inoltre provveduto all’eliminazione della figura del primo ministro nel 2013 attraverso un motu proprio[4].

Lo stesso Mugabe che si era opposto alle oppressioni straniere durante gli anni del colonialismo promettendo di dare alla sua terra prosperità e prospettive fauste, ha invece sposato una politica interna di stampo autoritario che si è riverberata sui rapporti internazionali, tanto che dal 2008 lo Zimbabwe è stato espulso dal Commonwealth britannico ed ha rotto le relazioni amichevoli con l’Unione Europea e con gli Stati Uniti a seguito dell’arresto del suo rivale Morgan Tsvangirai proprio al momento delle elezioni di quello stesso anno.

A porre fine al trentennale governo di Mugabe è stato l’esercito regolare dubbioso della lucidità dell’ultranovantenne presidente, orchestrando un malcelato golpe dopo che l’anziano governante in diverse occasioni aveva fatto trasparire la volontà di lasciare il timone del paese alla sua seconda moglie Grace[5], soprannominata “Gucci Grace” per il suo discusso stile di vita dispendioso, che mirava a trasformare il paese in una monarchia ereditaria.

 L’estromissione dal governo dello storico braccio destro del presidente, il vicepresidente Emmerson Mnangagwa soprannominato il Coccodrillo costretto ad un esilio volontario in Sudafrica ha convinto i militari che fosse giunto il momento di intervenire.

Nella notte tra il 14 e il 15 novembre, l’esercito nella persona del generale Constantino Chiwenga, ha preso in custodia il presidente, sua moglie e tre ministri del governo, assicurandone l’incolumità e giustificando l’azione come un gesto di protezione del leader contro il suo establishment deviato e pronto a viziare le elezioni previste in Zimbabwe per il 2018. Il 21 novembre Mugabe è stato costretto alle dimissioni,pare non senza una consistente buona uscita ed un vitalizio per lui e la moglie Grace.

La notizia del golpe si è presto diffusa a livello internazionale, e sin da subito l’esercito ha negato con forza si trattasse di un colpo di stato paventando la reazione degli stati stranieri che da decenni hanno interessi nella regione ed ha giustificato l’azione come una mossa per tutelare i principi fondamentali dello stato. In particolare, a preoccupare le grandi potenze internazionali è la situazione non facile di Harare relativa ad una crisi economica che da decenni soffoca lo Zimbabwe.

Non è un caso che proprio qualche giorno prima dell’intervento di Chiwenga, lo stesso generalesi era recato in visita in Cina, paese in cui si è formato culturalmente e militarmente. La Repubblica popolare, a chi chiedeva se vi fosse stato il suo placet per l’intervento militare contro Mugabe, ha risposto che la visita del generale è stata soltanto un mero scambio tecnico di informazioni militari[6], ma è evidente che si sia trattato di qualcosa di più.

Lo Zimbabwe, infatti, è una delle prime mete degli investimenti cinesi in Africa ed anche gli Stati Uniti e la Gran Bretagna conservano considerevoli interessi strategici ed economici in questa parte dell’Africa australe. Dopo la destituzione di Robert Mugabe, la presidenza provvisoria è stata affidata all’ex vicepresidente Mnangagwa in attesa delle elezioni che si terranno l’anno prossimo. Si chiude così un’altra pagina di storia di un paese africano, scritta sulla pelle di una popolazione sempre più povera e in attesa di scegliere un proprio rappresentante, quei capi esemplari di cui parla l’inno nazionale nella sua ultima strofa: “mayleaders be exemplary”.

Copertina : Jamaican art, , Robert Mugabe, Zimbabwe


[1]Inno nazionale della Repubblica dello Zimbabwe scritto dal poeta nazionale Solomon Mutzwairo e composto da fredChangundega

[2] Cecil Rhodes chiamò così quella regione di sua personale proprietà, che in seguitpo ad un referendum nel 1923 diventò colonia britannica

[3]Per un approfondimentosiveda:MOORCRAFTP., MCLAUGHLIN P., The Rhodesian War, Fifty Years On, luglio 2016

[4]PetrovicVukasin, In Zimbabwe, Democracy Must Be Driven from Below, Freedom House, “6 Luglio 2012

[5]“The president sleeps with one eye open’: Mugabe reshuffles as power games begin”, The Guardian, ottobre 2017

[6]Petroni F., Di Muro L., Il golpe sotto mentite spoglie in Zimbabwe, Limes, 15 novembre 2017