
Come il controllo privato dei dati, dei sistemi cloud e delle reti satellitari sta ridefinendo il potere geopolitico globale e la sovranità degli Stati.
A cura di Luigi Capoani[1]e Valentina Sordi[2]
Come European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione non profit che connette giovani ricercatori provenienti da diversi paesi europei e promuove attività di ricerca interdisciplinare, innovazione e collaborazione scientifica internazionale, osserviamo con crescente attenzione una trasformazione che potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici del XXI secolo. Per lungo tempo il dibattito internazionale si è concentrato sulla competizione tra stati, sulle alleanze militari, sulla globalizzazione economica e sull’emergere di nuove potenze. Oggi, tuttavia, accanto agli stati si stanno affermando attori privati che esercitano forme di potere sempre più vicine a quelle tradizionalmente associate alla sovranità.
Ne discutiamo con Luigi Capoani, economista, ricercatore, docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia e presidente dello European Youth Think Tank, e con Valentina Sordi, analista presso EYTT che si occupa di geopolitica, innovazione tecnologica e relazioni internazionali.
La questione non riguarda soltanto l’economia digitale. Riguarda il rapporto tra tecnologia, democrazia, sovranità e potere. Chi controlla le infrastrutture digitali, i dati, i sistemi satellitari, le piattaforme sociali, i sistemi di pagamento e gli algoritmi controlla oggi una parte crescente della vita economica, politica e sociale delle nostre società.
In altre parole, la geopolitica contemporanea non si gioca più esclusivamente nei parlamenti, nelle cancellerie diplomatiche o nelle organizzazioni internazionali. Si gioca anche nei data center, nelle piattaforme digitali, nelle reti satellitari e nei sistemi di intelligenza artificiale.
Dallo Stato alle piattaforme
Per secoli alcune funzioni sono state considerate prerogative essenziali dello stato. La moneta, la sicurezza, le infrastrutture strategiche, le comunicazioni e l’organizzazione dello spazio pubblico erano strettamente collegate all’autorità pubblica.
L’avvento della rivoluzione digitale e delle piattaforme ha progressivamente modificato questo equilibrio.
Oggi una quota crescente delle infrastrutture che consentono il funzionamento delle società moderne è gestita da soggetti privati. Le piattaforme digitali controllano una parte significativa dell’informazione globale. Le grandi società tecnologiche gestiscono enormi quantità di dati. Le reti satellitari garantiscono comunicazioni che in alcuni casi assumono un valore strategico per la sicurezza nazionale. I servizi cloud ospitano attività economiche, amministrative e finanziarie. e costituiscono ormai un’infrastruttura essenziale per il funzionamento delle economie contemporanee. Ad esempio, secondo l’OCSE, il mercato mondiale del cloud è fortemente concentrato: i tre principali operatori: Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, detengono complessivamente oltre il 60% del mercato globale, mentre in alcuni paesi OCSE Amazon e Microsoft raggiungono insieme quote fino all’80%. L’OCSE sottolinea inoltre che il cloud è ormai una infrastruttura critica per il funzionamento di imprese e amministrazioni pubbliche.
La concentrazione di queste infrastrutture nelle mani di un numero limitato di operatori solleva interrogativi che vanno ben oltre la concorrenza economica.
Molte delle principali Big Tech possiedono risorse finanziarie comparabili al prodotto interno lordo di interi stati. Le 5 migliori aziende: Nvidia, Apple, Alphabet, Microsoft e Amazon, ad oggi hanno un valore di mercato complessivo pari a $16.4 miliardi, e potrebbero competere con potenze come la Cina, con un PIL di $18.7 miliardi secondo la Banca Mondiale.
Alcune Big Tech dispongono di capacità tecnologiche che numerosi governi non sono in grado di sviluppare autonomamente. Esse operano inoltre su scala globale, superando frequentemente i confini tradizionali delle giurisdizioni nazionali.
Non si tratta di sostenere che il settore privato debba essere escluso da questi ambiti. Gran parte dell’innovazione tecnologica degli ultimi decenni è stata resa possibile proprio grazie agli investimenti privati. Tuttavia, quando infrastrutture essenziali per il funzionamento delle società vengono controllate da pochi soggetti, emerge inevitabilmente un problema di accountability democratica.
Il caso dell’Ucraina e la nuova geopolitica delle infrastrutture
La guerra in Ucraina ha rappresentato una dimostrazione particolarmente evidente di questa trasformazione.
Per la prima volta nella storia recente, la continuità operativa di uno Stato in guerra è risultata fortemente dipendente da infrastrutture tecnologiche private. Le comunicazioni satellitari, la connettività internet, la trasmissione di informazioni e la gestione dei dati sono diventate componenti essenziali della capacità operativa di un paese.
Un esempio emblematico è stato l’utilizzo strategico della costellazione satellitare Starlink, fornita dalla società privata SpaceX, che ha garantito la connessione a internet alle Forze armate e alla popolazione civile a fronte della distruzione delle reti terrestri. Parallelamente, il governo di Kiev ha evitato la cancellazione dei propri registri pubblici e dei dati ministeriali critici migrandoli interamente, nei primi giorni del conflitto, sui server cloud europei messi a disposizione da colossi privati come Amazon Web Services (AWS) e Microsoft.
Il punto non riguarda una singola impresa o un singolo imprenditore. Il problema è strutturale.
Se una rete satellitare privata può incidere sulle capacità operative di uno Stato, significa che una parte del potere geopolitico è stata trasferita fuori dalle istituzioni pubbliche tradizionali.
Questo fenomeno non riguarda esclusivamente i conflitti armati. La stessa logica vale per il cloud computing, per i sistemi di pagamento, per l’intelligenza artificiale, per i servizi di comunicazione e per molte altre infrastrutture digitali che sostengono il funzionamento delle economie contemporanee.
La sovranità del XXI secolo non dipende più soltanto dal controllo del territorio. Dipende sempre più anche dal controllo delle infrastrutture digitali. Chi controlla i servizi cloud, i cavi sottomarini e i flussi di dati dispone di una leva strategica che può influenzare il funzionamento economico, amministrativo e, in alcuni casi, anche quello militare di un paese.
La nascita della sovranità infrastrutturale
Per gran parte della storia moderna la sovranità è stata definita principalmente in termini territoriali.
Oggi questa definizione appare insufficiente.
Uno Stato può essere formalmente sovrano e allo stesso tempo dipendere quasi completamente da piattaforme, software, cloud, sistemi operativi, satelliti e algoritmi sviluppati altrove.
Si sta affermando una nuova dimensione del potere che potremmo definire sovranità infrastrutturale. Questa dimensione non si esprime più soltanto attraverso l’emanazione di leggi o il controllo dei confini geografici, ma si riferisce a coloro che controllando le infrastrutture digitali, controllano una parte crescente delle capacità economiche, informative e strategiche delle società contemporanee.
L’autonomia strategica non riguarda più soltanto l’energia o la difesa. Riguarda anche i dati, l’intelligenza artificiale, le reti satellitari, i semiconduttori, il cloud computing e le piattaforme digitali.
Social network e crisi della promessa democratica
Per molti anni Internet è stato presentato come uno strumento destinato ad ampliare la democrazia.
L’idea era semplice: maggiore accesso all’informazione avrebbe prodotto cittadini più informati, maggiore partecipazione politica e una democrazia più inclusiva.
A distanza di oltre vent’anni possiamo però domandarci se questa promessa sia stata effettivamente mantenuta.
I social network hanno certamente ampliato le possibilità di comunicazione. Hanno dato voce a soggetti che in passato erano esclusi dal dibattito pubblico. Hanno ridotto molte barriere all’accesso all’informazione.
Tuttavia, hanno anche prodotto effetti inattesi.
Nelle piattaforme digitali il successo di un contenuto non dipende necessariamente dalla sua accuratezza, dalla sua profondità o dalla sua utilità sociale. Dipende molto più spesso dalla sua capacità di catturare attenzione.
Gli algoritmi tendono a premiare ciò che genera coinvolgimento emotivo, polarizzazione e reazioni immediate. Evidenze scientifiche dimostrano infatti che i contenuti inaccurati o divisivi hanno il 70% di probabilità in più di essere condivisi, e che l’esposizione ai feed algoritmici accelera l’animosità politica degli utenti a ritmi impossibili nelle interazioni reali.
La conseguenza è che il dibattito pubblico rischia di trasformarsi in una competizione permanente per la visibilità.
Dalla democrazia rappresentativa alla «social-network-crazia»
Si potrebbe sostenere provocatoriamente che negli ultimi anni sia emersa una nuova forma di potere che potremmo definire social-network-crazia.
In questo sistema la capacità di influenzare milioni di persone non dipende necessariamente dalla competenza, dall’esperienza o dalla responsabilità istituzionale, ma dalla capacità di attrarre attenzione.
L’influencer diventa una figura centrale non perché possieda necessariamente conoscenze superiori, ma perché controlla una comunità di follower. A livello globale, il Reuters Institute rileva che il 54% della popolazione utilizza ormai stabilmente le piattaforme social come canale di accesso primario alle notizie, e più di un quarto degli utenti (27%) ricorre settimanalmente a singoli «news creators» indipendenti a scapito delle testate giornalistiche tradizionali.
La logica della popolarità tende progressivamente a sostituire quella dell’autorevolezza.
Non significa che tutti gli influencer siano irresponsabili o che i social network siano intrinsecamente negativi. Significa però riconoscere che l’architettura stessa delle piattaforme tende a premiare la viralità piuttosto che la qualità dell’informazione.
In questo senso, il rischio non è soltanto la disinformazione.
Il rischio è una progressiva erosione del concetto stesso di competenza all’interno del dibattito pubblico.
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L’economia dell’attenzione e la manipolazione delle masse
Le grandi piattaforme digitali operano all’interno di quella che molti studiosi definiscono «economia dell’attenzione».
Il bene economico più prezioso non è l’informazione. È il tempo degli utenti. Più tempo una persona trascorre sulla piattaforma, maggiore è il valore economico generato attraverso pubblicità, profilazione e raccolta dati. In questo contesto la selezione delle informazioni non avviene necessariamente sulla base dell’interesse pubblico.
Avviene sulla base della capacità di massimizzare l’engagement. Il risultato può essere paradossale: una società esposta a una quantità senza precedenti di informazioni ma non necessariamente più informata.
La disponibilità di migliaia di contenuti non coincide automaticamente con la produzione di conoscenza.
Al contrario, il sovraccarico informativo può rendere più difficile distinguere tra informazione, opinione, propaganda e intrattenimento.
Verso una nuova democrazia digitale
Il paradosso è che la rivoluzione digitale avrebbe potuto produrre risultati molto diversi. Internet avrebbe potuto favorire nuove forme di partecipazione democratica, consultazione pubblica e deliberazione informata.
L’intelligenza artificiale potrebbe oggi diventare uno strumento capace di aiutare i cittadini a comprendere questioni complesse, confrontare programmi politici, verificare dati e accedere a informazioni più complete.
La vera innovazione democratica del XXI secolo potrebbe non essere rappresentata dai social network ma dalla costruzione di strumenti digitali che aumentino la qualità della partecipazione politica.
La democrazia non deve rinunciare alla tecnologia. Deve imparare a governarla.
Autonomia strategica europea e futuro della sovranità
Per l’Europa questa sfida assume un’importanza particolare.
L’Unione Europea continua a dipendere in misura significativa da piattaforme digitali, cloud, infrastrutture satellitari, sistemi operativi e tecnologie sviluppate al di fuori dei propri confini. Le stime della Commissione Europea evidenziano come l’UE dipenda da paesi terzi per oltre l’80% dei suoi prodotti, servizi e infrastrutture digitali chiave.
L’autonomia strategica europea non può quindi essere interpretata esclusivamente in termini militari o energetici.
Essa deve comprendere anche la dimensione digitale. Investire in infrastrutture tecnologiche europee, sviluppare capacità autonome nel campo dell’intelligenza artificiale, sostenere ricerca e innovazione e rafforzare la sovranità digitale rappresenta una condizione essenziale per preservare la democrazia nell’era delle piattaforme globali.
La questione fondamentale del XXI secolo non è se le Big Tech debbano esistere. Esse rappresentano una straordinaria fonte di innovazione e progresso.
La vera domanda è un’altra: fino a che punto funzioni essenziali per la sovranità democratica possono essere delegate a soggetti privati globali?
La risposta a questa domanda contribuirà a definire non soltanto il futuro della tecnologia, ma anche il futuro della democrazia stessa.
[1] Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham.
È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e alla valorizzazione dei giovani studiosi.
[2] Valentina Sordi è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT), dove si concentra sull’approfondimento di tematiche economiche e politiche, con particolare attenzione alle politiche monetarie e ambientali e accordi commerciali internazionali.
Note
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Immagine: Globo digitale e rete di connessioni globali












