Budapest volta pagina: Peter Magyar l’Homo (quasi) Novus sconfigge Orbán

Péter Magyar, leader del partito conservatore filoeuropeo Tisza, parla in una conferenza stampa lunedì, il giorno dopo la sua schiacciante vittoria elettorale. Attila Kisbenedek/AFP tramite Getty Images

Dopo sedici anni gli ungheresi hanno chiuso con l’era di Viktor Orbán. Diverse le ragioni di una sconfitta che ha preso le sembianze di una vera e propria valanga di voti a favore dello sfidante, Peter Magyar, uomo “nuovo” di Budapest che è cresciuto per lungo tempo nella comoda ombra di Fidesz. Ci si domanda se l’Ungheria riuscirà davvero a voltare pagina.


Con l’uscita di scena di Viktor Orbán, l’uomo forte del Danubio, uno dei protagonisti della politica europea degli ultimi quasi due decenni, l’Ungheria tenta di aprire una nuova pagina della propria storia. Solamente tre partiti sono riusciti ad accaparrarsi i 199 seggi in palio dell’Assemblea Nazionale (Országgyűlés): Tisza, che ha raggiunto e superato i due terzi dei seggi, Fidesz, grande sconfitto e gli estremisti del Movimento Patria Nostra – Mi Hazánk Mozgalom. Il cambio politico avvenuto a Budapest non implica un ritorno immediato alla democrazia: in sedici anni di potere, Fidesz e Orbán hanno messo in piedi un sistema di occupazione di ogni ganglio vitale dello Stato, agevolato e sostenuto da leggi e riforme costituzionali che hanno messo a dura prova la democrazia e la tenuta dello stato di diritto nel piccolo Paese centroeuropeo.
Per quanto concerne i risultati, è opportuno spiegare e chiarire la portata delle elezioni ungheresi. Una delle osservazioni più comuni, soprattutto in Italia, evidenzia come i partiti di sinistra sarebbero stati virtualmente cancellati, non avendo ottenuto nessun seggio. Se si osservano i dati numerici, quindi la divisione dei seggi dell’Assemblea Nazionale, è difficile non poter concordare su questa lettura. Allo stesso tempo, se si considerano il clima politico ungherese e la legge elettorale attualmente in vigore, la situazione appare più complessa. La maggioranza dei partiti che si opponevano ad Orbán, hanno semplicemente deciso di non presentarsi in alcun collegio elettorale, indirizzando i propri elettori verso il sostegno a Magyar. I partiti progressisti, infatti, avevano già nel 2022 tentato di costituire una vasta alleanza per tentare di bloccare l’ennesima riconferma di Orbán, che però si era scontrata con un sistema elaborato per favorire il partito di governo che aveva utilizzato anche il gerrymandering per massimizzare il proprio guadagno. In sostanza, Orbán è stato sconfitto grazie alla scelta strategica delle sinistre di non presentarsi.   
La campagna elettorale che ha portato alle elezioni del 12 aprile è stata caratterizzata da una forte polarizzazione, accuse incrociate di tentativi di brogli e possibili interferenze esterne volte a modificare i risultati. Un tema, quello delle ingerenze straniere nel processo elettorale e democratico che è da molto tempo al centro di un acceso dibattito a livello europeo ed ha caratterizzato anche le elezioni ungheresi. A titolo di esempio, si può citare la notizia pubblicata a pochi giorni dal 12 aprile secondo la quale il Ministro degli Esteri di Orbán, Peter Szijjártó avrebbe agito come vera e propria quinta colonna di Putin a livello Europeo, fornendo al Cremlino anche informazioni riservate sulle decisioni UE. Questo ha inevitabilmente avuto riflessi anche nella campagna elettorale magiara e ha portato le opposizioni ad accusare il Primo Ministro di aver compromesso la sovranità nazionale. 
Il risultato delle urne, salutato con sollievo in diverse cancellerie europee che sperano in un riavvicinamento di Budapest all’Europa, va però analizzato attraverso diverse lenti. È fuor di dubbio che la sconfitta di Orbán sia da imputarsi anche al desiderio di parte dell’elettorato di veder archiviata la “democrazia illiberale”, quell’ossimoro coniato e messo in pratica dal Primo Ministro durante i suoi sedici anni di “regno”. Allo stesso tempo, però, pare evidente che la battaglia si sia combattuta in particolare su temi ben più concreti, quali l’economia, la disoccupazione, la corruzione e l’inflazione: gli ungheresi hanno sostanzialmente bocciato quel sistema economico che è diventato noto come orbánomics.
Tra i diversi aspetti della gestione Orbán dell’economia ungherese, forse quello più noto e più controverso riguarda l’utilizzo quantomeno opaco dei fondi europei, di cui l’Ungheria è beneficiaria netta.
In sedici anni, i sostegni di Bruxelles sono stati sapientemente utilizzati per alimentare un vero e proprio sistema clientelistico che però non hanno messo al riparo l’Ungheria e il suo Primo Ministro dagli shock economici. A partire dal 2020, infatti, si assiste alla crisi definitiva dell’orbánomics a seguito della sovrapposizione di crisi esogene che hanno evidenziato le crepe di una gestione che semplicemente non poteva più reggersi.
A questo si aggiunga il congelamento dei fondi europei da parte dell’UE a causa della svolta autoritari di Orbán: venendo meno il flusso di denaro, l’economia ungherese ha finito per scivolare verso la crisi e, di conseguenza, il consenso.

Peter Magyar: l’ex insider che ha sfidato Orbán

Magyar, è opportuno sottolinearlo, ha intercettato le speranze di moltissimi ungheresi e di numerosi osservatori internazionali, tuttavia non va dimenticato che egli è cresciuto anche politicamente nel sistema di potere Orbániano.
Ex marito della Ministra della Giustizia Judit Varga, è entrato in conflitto con Fidesz a partire dal 2024 quando, a seguito di uno scandalo legato alla grazia concessa dalla Presidente della Repubblica Novák a un ufficiale condannato per aver coperto abusi su minori, ha concesso un’intervista nella quale si è scagliato contro il sistema di potere di Fidesz. In pochi mesi è diventato l’astro nascente della politica magiara e il primo degli oppositori di Orbán, scalando il partito di opposizione Tisza e portandolo alle elezioni europee del 2024 al 30%.
Magyar è sostanzialmente riuscito a catalizzare su di sé l’interesse e l’attenzione di un elettorato ungherese stanco di sedici anni di potere indiscusso di Fidesz. Non è un caso che Magyar abbia deciso di incentrare la propria campagna elettorale su tematiche domestiche, in particolare l’economia e la corruzione, promettendo un cambio di passo nella gestione del Paese. Dall’altro lato, Orbán ha incentrato la propria propaganda sulla politica estera, in particolare sulla guerra in Ucraina e la paura di un coinvolgimento diretto nel conflitto tra Kyiv e Mosca. Non si può non notare come, in un contesto politico-elettorale complesso per le opposizioni, Magyar è riuscito a difendersi dai possibili attacchi (e dalle minacce) del Partito di governo. Abilità, questa, che deriva sicuramente dalla conoscenza approfondita delle modalità di azione di Fidesz e del sistema di potere che circonda l’ormai ex Primo Ministro. Ne è un esempio il caso del tentativo di ricatto, denunciato da Magyar lo scorso febbraio, che avrebbe portato alla pubblicazione di un video intimo proprio di Magyar.
In ogni caso, è indubbio che il posizionamento dell’homo (quasi) novus di Budapest, non si discosterà eccessivamente da alcune politiche di Orbán. Sull’immigrazione, ad esempio, non sembra che ci sarà alcuna modifica alla linea dura portata avanti da Orbán, seppure pare possibile una discussione più distesa e collaborativa con gli altri partner europei. Forse, si può supporre, sarà diverso il caso dei diritti civili. Nel corso dei suoi sedici anni al potere, Orbán ha colpito pesantemente le minoranze e in particolare quella LGBTQI+, arrivando nel 2025 a vietare la sfilata del Pride. Su questi temi, la campagna elettorale è stata pressoché silente. Comprensibile nel quadro di una contesa elettorale che si è giocata fino all’ultimo sul filo di lana: in questo caso l’obiettivo di Magyar è sembrato essere quello di evitare di esporre il fianco a Fidesz che avrebbe avuto gioco facile ad accusarlo di essere un pericoloso progressista.
Al netto della retorica, a partire in particolare dal 2020, Orbán ha messo in campo una larga serie di leggi che hanno reso la vita difficile a diverse categorie di persone (in particolare per le persone trans), erodendo progressivamente le tutele. Sebbene non si siano mai raggiunti i livelli di oscurantismo e repressione che si conoscono in Russia, è pur vero che l’erosione è stata anche agevolata da una società che fino a qualche tempo fa era profondamente tradizionalista e forse impermeabile a tematiche quali i diritti LGBTQI+ (se si eccettuano i grandi conglomerati urbani).
Ad ogni buon conto, la vittoria ottenuta da Tisza nelle aree rurali, più distanti dalla Capitale, è stata frutto anche della capacità di essere presente capillarmente sul territorio e di parlare ad un elettorato sicuramente conservatore, ma profondamente deluso.
La sfida per il Primo Ministro in pectore è ardua e parte della soluzione passa inevitabilmente da Bruxelles, ancor prima che da Budapest. L’obiettivo più urgente è quello di sbloccare i fondi europei attualmente congelati a «causa della corruzione del precedente governo», come ha affermato su X lo stesso Magyar e sul quale sembra aver ottenuto una sponda dalla stessa Presidente della Commissione. Sarà necessario, però, rinvigorire la cooperazione e anche garantire l’allineamento di Budapest con il resto dell’Unione, non soltanto sulla corruzione (è stata annunciata l’intenzione di aderire alla Procura Europea), ma anche per quanto riguarda l’indipendenza della magistratura, dei media, pesantemente controllato dal governo. Sul fronte esterno, Magyar ha già annunciato che intende recarsi a Varsavia, con l’obiettivo di rinvigorire il blocco di Visegrad, a Vienna e nella capitale dell’UE: sul dossier ucraino, Magyar ha già affermato che intende rispettare l’accordo dello scorso dicembre, avvalendosi però dell’opt-out sull’invio dei fondi a Kyiv. Si assiste quindi ad un cambiamento di metodo da parte del Premier in pectore volto alla collaborazione con l’Europa, archiviando lo scontro frontale degli ultimi anni.

Conclusioni

A pochi giorni dalla conclusione delle elezioni si può affermare che ormai i tempi erano maturi per un cambio anche a Budapest. Se in diverse cancellerie Europee, a Bruxelles, e a Kyiv si tira un sospiro di sollievo, siamo di fronte ad una pagina bianca ancora tutta da scrivere. Non sarà semplice tentare di smantellare un sistema oliato da sedici anni di potere ininterrotto e che con ogni probabilità tenterà di difendersi da coloro i quali cercheranno di rinnovarlo. Siamo di fronte al primo atto di un processo di normalizzazione della politica ungherese e non alla fase finale di una trasformazione. L’ampio sostegno a Tisza, pari al 54% dei voti, è evidente che abbia coagulato amplissimi strati della società che hanno voluto porre fine in particolare al sistema di potere di Orbán. La sfida del governo sarà ben più complessa.


Foto copertina: Péter Magyar, leader del partito conservatore filoeuropeo Tisza, parla in una conferenza stampa lunedì, il giorno dopo la sua schiacciante vittoria elettorale. Attila Kisbenedek/AFP tramite Getty Images