Come l’intelligenza artificiale sta ridefinendo le dinamiche di potere e accesso nelle nostre comunità.
Di Vincenzo Coppola
L’intelligenza artificiale e le trasformazioni sociali: opportunità e rischi emergenti
L’intelligenza artificiale (IA) sta emergendo come una forza tecnologica capace di trasformare radicalmente le strutture sociali ed economiche contemporanee. Sebbene la diffusione delle tecnologie basate sull’IA offra numerose opportunità, tra cui la possibilità di migliorare l’efficienza nei processi industriali, sanitari e educativi, i rischi associati all’adozione indiscriminata di queste tecnologie sono altrettanto significativi. La crescente automazione dei processi lavorativi, la gestione dei big data e le implicazioni etiche legate all’uso delle informazioni personali sono temi cruciali che sollevano interrogativi sulla sostenibilità e sull’inclusività di un futuro sempre più digitalizzato. Nel settore sanitario, l’intelligenza artificiale sta già modificando profondamente il panorama della diagnosi e del trattamento. Secondo uno studio condotto dalla National Institutes of Health (NIH), l’IA è stata utilizzata per migliorare la diagnosi precoce di malattie come il cancro al polmone e al seno, dove i sistemi di IA hanno raggiunto una precisione superiore rispetto ai metodi diagnostici tradizionali[1]. Analogamente, in ambito industriale, l’adozione di sistemi automatizzati basati sull’IA ha migliorato l’efficienza nella catena di montaggio, riducendo i costi operativi e incrementando la produttività. Tuttavia, queste innovazioni sollevano anche il rischio di disoccupazione tecnologica, poiché milioni di lavoratori potrebbero essere sostituiti da algoritmi e robot. La World Economic Forum ha previsto che l’automazione potrebbe eliminare fino a 85 milioni di posti di lavoro entro il 2030[2]. A livello più ampio, l’adozione dell’IA porta con sé rischi significativi per la privacy e la sicurezza dei dati. I sistemi di sorveglianza basati sull’IA, come il riconoscimento facciale e il tracciamento dei comportamenti online, stanno sollevando preoccupazioni circa la violazione dei diritti fondamentali. Un rapporto di Privacy International ha documentato l’uso crescente di tecnologie predittive da parte di governi e aziende per monitorare e manipolare il comportamento sociale, mettendo in discussione la libertà individuale in un mondo sempre più digitalizzato[3]. Questo scenario evidenzia la necessità di una regolamentazione più rigida per evitare che l’IA diventi uno strumento di controllo sociale e di concentrazione del potere.
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Disuguaglianze digitali: l’accesso diseguale alle opportunità
L’introduzione su larga scala delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale ha evidenziato e, in alcuni casi, accentuato le disuguaglianze digitali già presenti nelle società contemporanee. Il termine “digital divide” descrive la disparità nell’accesso a infrastrutture tecnologiche, competenze digitali e servizi basati sull’IA, fenomeno che si manifesta sia tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, sia all’interno dei singoli contesti nazionali, spesso lungo linee di reddito, istruzione e genere. La mancanza di accesso adeguato a tecnologie avanzate non si traduce solo in svantaggi economici immediati, ma compromette anche la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, politica ed educativa[4]. A livello globale, secondo l’UNESCO, circa il 37% della popolazione mondiale non ha accesso a Internet, un fattore che limita fortemente l’acquisizione di competenze digitali avanzate necessarie per usufruire dei benefici offerti dall’IA[5]. Nei paesi ad alto reddito, sebbene la diffusione della rete sia quasi universale, persistono disparità interne. Ad esempio, in Italia, dati recenti dell’ISTAT indicano che il 22% delle famiglie non dispone di competenze digitali di base, una percentuale che sale significativamente tra le fasce di popolazione a basso reddito e tra gli anziani[6]. Queste differenze hanno un impatto diretto sulla capacità di accedere a servizi educativi digitali, opportunità lavorative e strumenti di partecipazione civica mediati dall’IA. Le disuguaglianze digitali non si limitano all’accesso fisico alla tecnologia. Il divario cognitivo, ossia la differenza nella capacità di utilizzare efficacemente strumenti digitali avanzati, rappresenta un ostacolo altrettanto rilevante. Come osservava Pierre Bourdieu, «il possesso di capitale culturale determina la capacità degli individui di accedere e utilizzare risorse sociali e simboliche»[7]; in epoca digitale, questa riflessione si traduce in un “capitale digitale”: chi possiede competenze e conoscenze tecnologiche avanzate può beneficiare pienamente delle opportunità offerte dall’IA, mentre chi ne è privo rischia l’esclusione. Secondo uno studio della Brookings Institution, «la mancanza di competenze digitali avanzate, come la programmazione, l’analisi dei dati e l’uso di strumenti di intelligenza artificiale, determina una significativa esclusione dal mercato del lavoro qualificato»[8]. Lo studio evidenzia inoltre che gli individui con scarse competenze digitali hanno una probabilità più alta del 35% di rimanere in occupazioni a basso salario, con limitate possibilità di mobilità professionale. Le disuguaglianze di competenze digitali si manifestano in modo sistematico lungo linee socioeconomiche e geografiche: le aree urbane tendono a beneficiare maggiormente di programmi di formazione tecnologica, mentre nelle aree rurali e nei quartieri periferici l’accesso a corsi avanzati di digital literacy rimane limitato, aggravando il ciclo di esclusione sociale ed economica. Questi fattori dimostrano come il divario digitale non sia solo un problema tecnologico, ma un fattore strutturale che contribuisce alla perpetuazione delle disuguaglianze sociali. Come sottolinea Sherry Turkle, «la tecnologia non è neutrale: essa ridefinisce le modalità di interazione sociale, spesso esacerbando le divisioni esistenti tra chi ha accesso alle piattaforme digitali più avanzate e chi ne resta escluso»[9].
Controllo sociale, etica e regolazione: verso un futuro equo
L’intelligenza artificiale, estendendo le proprie capacità di analisi e decisione, rappresenta oggi uno dei principali strumenti attraverso cui si modellano comportamenti, relazioni sociali e strutture istituzionali. La sua diffusione non riguarda solo ambiti economici o tecnologici, ma investe direttamente la sfera sociale e politica, configurandosi come leva di potere in grado di ridefinire le dinamiche di controllo. La sorveglianza algoritmica, la profilazione predittiva e l’automazione dei processi decisionali non sono fenomeni neutri: essi riflettono le scelte dei progettisti, le priorità delle organizzazioni e, più in generale, gli interessi dei gruppi che detengono il controllo dei dati. Come osserva Michel Foucault, «la potenza della sorveglianza non risiede soltanto nell’osservare, ma nel modellare comportamenti e norme sociali»[10], evidenziando il legame intrinseco tra tecnologia e strutture di potere. A fronte di queste trasformazioni, emergono rilevanti questioni etiche. La gestione dei dati personali, la trasparenza degli algoritmi e la responsabilità dei sistemi automatizzati sono temi che incidono sulla percezione di equità e giustizia nelle società digitali. Luciano Floridi sostiene che «la gestione dei dati e delle intelligenze artificiali richiede criteri di equità, trasparenza e responsabilità»[11], sottolineando come l’assenza di principi etici condivisi possa tradursi in discriminazioni algoritmiche e amplificazione delle disuguaglianze. Il quadro regolatorio costituisce, in questo contesto, una sfida centrale.
La creazione di norme efficaci richiede non solo un approccio tecnico, ma anche una comprensione delle implicazioni sociali e politiche dell’IA.
L’Unione europea, con il Regolamento sull’intelligenza artificiale, definisce principi di trasparenza, responsabilità e sicurezza per applicazioni ad alto rischio, ribadendo che «la tecnologia deve essere al servizio della società e dei diritti fondamentali, evitando qualsiasi forma di abuso o discriminazione»[12].
Tuttavia, la dimensione internazionale dell’IA rende necessaria una cooperazione multilaterale e l’integrazione di standard etici condivisi, capaci di prevenire l’uso strumentale della tecnologia a fini di controllo sociale o geopolitico. La governance dell’intelligenza artificiale richiede un approccio complesso e multilivello, in cui l’analisi sociologica, l’etica e le politiche pubbliche convergono per costruire un ecosistema digitale sostenibile. La trasformazione sociale indotta dall’IA non è inevitabilmente negativa o positiva; la sua traiettoria dipende dalle scelte normative, dall’orientamento dei progettisti e dalla capacità della società civile di influenzare processi decisionali ad alta complessità. Un approccio equo e consapevole all’IA rappresenta, dunque, non solo un imperativo etico, ma un elemento di stabilità e resilienza geopolitica, capace di ridurre disuguaglianze e prevenire concentrazioni di potere eccessive a livello globale.
Note
[1] NATIONAL INSTITUTES OF HEALTH (NIH), «Artificial intelligence in healthcare: The Promise and Potential», Journaul of Healthcare Innovation, 2022
[2] WORLD ECONOMIC FORUM, «The Future of Jobs Report 2020» , World Economic Forum , 2020
[3] PRIVACY INTERNATIONAL, «Surveillance and the Rise of Predective Technologies», Privacy International Report, 2021
[4] S.LEE, «Digital divide and access to AI: global inequalities», OECD Report, 2021
[5] UNESCO, Global Education Monitoring Report: Technology and Digital Access, Parigi,2022,p.45
[6] ISTAT, Uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle famiglie, Roma, 2022,p.17
[7] P.BOURDIEU, La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino, Bologna 1984,pp.23-40
[8] R.GARCIA, «Digital skills gap and social inequalities: barriers to workforce participation in AI-driven economies», Brookings Institution Report, Washington D.C., 2020, pp. 12-25
[9] S.TURKLE, Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, Basic Books, New York, 2011, PP.112-130
[10] M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1975, p. 195.
[11] L. FLORIDI, La società dell’informazione, Laterza, Roma-Bari 2014, pp. 88-102.
[12] European Commission, Proposal for a Regulation laying down harmonized rules on artificial intelligence (Artificial Intelligence Act), Bruxelles, 2021, p. 15.
Foto copertina: Intelligenza artificiale e società













